Per quanto riguarda la musica, nella mia vita, ho un solo rimorso e un solo rimpianto: il rimorso di non essere voluto andare, da matricola universitaria spiantata qual ero, all’ultimo concerto che Fabrizio De André teneva nella mia città; il rimpianto di non essere potuto andare, questa volta per motivi anagrafici, al concerto iconico di Francesco Guccini.
Ventuno giugno millenovecentottantaquattro, giovedì, il solito scirocco infiamma Piazza Maggiore a Bologna. Una folla mai vista prima – 150.000 persone, si dice, ma lo stesso Guccini minimizzerà con stime da Digos - si riversano da piazza del Nettuno, via D’Azeglio, via dei Pignattari e via Dell’Archiginnasio in quella piazza circondata da portici e, per quella sera, dominata da un palco monumentale. Si respira un’aria magica, si cerca un posto più vicino possibile all’altare, si ha la chiara percezione che lì, in quel momento, si farà la Storia, non un semplice concerto: cantautori del calibro di Lucio Dalla, Paolo Conte, Pierangelo Bertoli, Giorgio Gaber insieme a I Nomadi e ai Viulan hanno accettato di fare da gregari e compagni di viaggio alla star indiscussa della serata. Famiglie, giovani e meno giovani, avventori casuali, amici, colleghi, tutti lì ad ascoltare e a consacrare Francesco Guccini. Nessuno può saperlo, e nemmeno sospettarlo, che quella sera non si celebra l’inizio di un nuovo corso ma la fine di un’altra storia, una storia che dal suo apogeo volge distrattamente lo sguardo verso l’abisso che l’attende: gli anni Settanta, l’impegno politico, la creatività e l’orrore del terrorismo. L’Italia della gente comune si riappropria delle piazze pagando inconsapevolmente un prezzo altissimo alle regole del consumismo, dell’omologazione, del Riflusso che da lì in poi stabiliranno le regole del gioco, un mediocre e ripetitivo tentativo di imitare i modelli del decennio precedente. È quanto sostiene e cerca di dimostrare Fabio Zulli, regista della pièce teatrale “Fra la via Emilia e il West” che, alternando parole cantate e parole recitate, rievoca quel lontano giorno di giugno.
Non solo una nostalgica celebrazione di ciò che non potrà tornare mai più, ma il tentativo di attualizzare e rendere immortale quell’evento per chi, come il sottoscritto, non è potuto essere presente.
L’idea dello spettacolo parte da Flaco e Manuel Clava, titolare dell’agenzia di booking GM production de I Musici, nel 2024: nasce come idea di un concerto che riproponga gli stessi brani di quella sera ed evolve in un progetto più articolato di teatro-canzone, per dare il giusto peso all’aspetto istrionico che ha sempre animato le performance del Maestrone. Fedele al carattere dissacrante e autoironico di Francesco, il testo non cede alle lusinghe della retorica alternando ricordi e vissuti, nostalgia e risate.
E allora, dopo il dovuto placet di Guccini, il sipario si apre su questo ponte generazionale, affidando il racconto a chi è arrivato dopo, a chi solo indirettamente e, forse, tardivamente, ha scoperto quelle canzoni e respirato quel clima: a lui il difficile compito di restituire, a chi non c’era, l’eredità artistica e sociale di quell’evento. E Lodo Guenzi, attore e già frontman de Lo Stato Sociale, bolognese cresciuto con un’educazione sentimentale gucciniana, assolve perfettamente a questa missione. Fabio Zulli, che già si era cimentato in una riduzione drammaturgica dei brani di Guccini in uno spettacolo intitolato “Talkin’ Guccini”, organizza la messa in scena in due parti, mettendo a confronto due epoche irrimediabilmente lontane, cercando di far rivivere l’ieri in un oggi che continuamente volge il suo sguardo all’indietro, per orientarsi e cercare risposte sul domani: perché è compito dei classici quello di restituirci valori e sentimenti universali ed è compito del teatro, dai greci e per sempre, agire sulle emozioni in modo catartico.
E Guccini, sostiene Zulli, è ancora in grado di farlo, le sue canzoni sono ancora capaci di dar forma ai nostri pensieri, di confrontare e sublimare il nostro vissuto nei suoi testi.
Nella prima parte dello spettacolo Guenzi, versione figurale di un Guccini annata 1984, cerca di rimettere insieme quell’evento storico, recuperando aneddoti e relitti dal fondo della memoria di chi su quel palco, allora, c’è stato veramente: in veste orfica, quindi, il giovane artista interroga I Musici perché gli raccontino ciò che il tempo trascorso ha disperso. E i ricordi, come spesso accade, sono incoerenti e frammentari, restituendo un quadro caotico di ciò che di quella sera è corollario essenziale, mai raccontato prima: le emozioni e i pensieri dei protagonisti nei pochi e convulsi minuti che precedono l’inizio del concerto e il confronto con quella folla spaventosa.
C’è Flaco che incrocia lo sguardo di Deborah Kooperman e ricorda il primo incontro con Guccini, fra intese e fraintendimenti, Marangolo che vorrebbe tirarsi indietro e trovare conforto in un paio di ciabatte a casa sua, Bandini che pensa, commosso e commovente, al padre e alla madre, il tutto mentre Guccini, come sempre, fa i conti con una presunta afonia pre-concerto. E Lodo, in mezzo a queste rievocazioni a cui non appartiene, pensa forse al suo concerto in Piazza Maggiore a Bologna: ma è un altro giugno, in un’altra epoca, quando si girava ancora tutti assieme in furgone da una piazza all’altra e non ci si poteva permettere una stanza singola in albergo.
Ecco allora l’idea, il guizzo meta-teatrale: rimettere in scena quella serata per riappropriarsi, anche, della sua storia, per non sentirsi escluso. Ma come fare? Molti dei protagonisti non ci sono più, il tempo si è chiuso su di loro, come sempre accade, e il disincanto prende il sopravvento mettendo in crisi la speranza: non basta, infatti, rimpiangere osterie ormai chiuse e sfregiate dalle mode, cantare canzoni che rispolverino passioni sbiadite o estinte, sperare di trovare nel passato una risposta che conforti il nostro smarrimento. I Musici, dall’alto della loro saggezza e della loro età, mettono il giovane idealista di fronte ad un ostacolo insormontabile, almeno apparentemente: non si può fare, “il tempo andato non ritornerà”, nemmeno nella finzione del teatro. Parte allora il “romanzo di formazione” che plasma la seconda parte dello spettacolo: da un iniziale sconforto Guenzi si solleva gradualmente, grazie a chi, per esperienza, può indicargli la via da seguire: l’ideale deve lasciare spazio ad una dimensione privata e concreta, abbandonare l’idea di potersi cucire addosso il ruolo di guida, cercando da soli la fine della notte, senza pretendere risposte definitive ma interrogandosi continuamente, fra mille affanni e mille ansimi. Ognuno, insomma, dovrà trovare in quello spettacolo un valore proprio, individuale, rispecchiarsi nei personaggi di quelle vecchie canzoni, respirare l’atmosfera di quella Bologna che non c’è più, cercando di salvare ciò che ancora è utile e immortale, perché quelle canzoni nella realtà esistono ancora, anche senza la finzione scenica.
Sarà dunque Flaco a sciogliere l’enigma, a svelare l’inganno della Sfinge: bisogna raccontare la propria storia, bisogna capire dove sta il proprio cuore, tenerlo stretto in pugno brandendolo con coraggio e fierezza, accontentandosi di cantare quando si può e come si può… e a culo tutto il resto!
Per chi c’era e per chi non c’era è, quindi, un dovere andare a vedere questo spettacolo che attraverso più generazioni, trafigge il tempo, fa breccia negli anni, apre una feritoia nel passato e uno spiraglio di speranza per il futuro.
Si può fare subito il 29 aprile a Bologna al Teatro delle Celebrazioni, oppure a Gallitano (Lucca) Il 26 giugno per la Festa dell’Unità e ancora il 10 luglio al Lazzaretto di Bergamo.
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