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I Mumford & Sons vogliono superare la caricatura di sé stessi

22.02.2026 Scritto da Lucia Mora

Udite, udite: i Mumford & Sons sono tornati. E questa è una bella notizia, perché non solo sono tornati, ma sono tornati con un disco che, pur seguendo il solco dei precedenti senza rivoluzioni, si presenta con una maturità inedita e nuove consapevolezze.

In copertina c’è un vecchio accendino dorato in stile Zippo, segnato dal tempo ma ancora vivo. Una bella metafora che anticipa il significato dei brani di “Prizefighter”, il “pugile” che rappresenta la band: dopo tempeste mediatiche, cambi di formazione e una lunga pausa prima della rinascita del 2025 con “Rushmere”, il gruppo guidato da Marcus Mumford torna sul ring.

L’estetica sonora

La mano di Aaron Dessner (The National), che ha prodotto il disco ai Long Pond Studios, è onnipresente. Il suo contributo ha portato all'uso di pianoforti verticali "felted" e chitarre acustiche registrate con microfoni ambientali vicini, ma soprattutto a un cambio di rotta fondamentale: a differenza del passato, dove ogni canzone (o quasi) esplodeva in uno stomp and holler (quel sottogenere indie folk rock caratterizzato da ritmi martellanti, strofe dolci e ritornelli esplosivi, tipico proprio dei Mumford e dei Lumineers) prevedibile, qui Dessner impone una tensione trattenuta che esplode solo quando necessario (come nel finale catartico di “Run Together”, o in in “Begin Again”).

L'estetica sonora abbandona definitivamente le velleità synth pop di “Delta” per abbracciare un folk maturo, sporco e stratificato. L’apertura è un biglietto da visita notevole: "Here" con Chris Stapleton è un pezzo country soul in cui la voce baritonale di Stapleton si intreccia con il tenore graffiante di Marcus Mumford su un tappeto di percussioni secche. Un dialogo che funziona benissimo, come quello con Hozier in "Rubber Band Man", un ritorno alle radici con il banjo in primo piano, ma trattato con effetti di delay (un effetto audio che crea una o più ripetizioni di un segnale sonoro, per aggiungere profondità) che lo rendono moderno.

Altro discorso ancora vale per “Badlands”: nulla a che vedere con la celebre hit di Bruce Springsteen, perché l’undicesima traccia è la più intima di “Prizefighter”, dove la voce eterea di Gracie Abrams contrasta con la produzione calda di Dessner. Una ballata minimalista che dà respiro prima di giungere al finale.

Per cuori ammaccati

Il pugile di questo album non è un eroe trionfante, ma un uomo che accetta le proprie cicatrici: “Avresti dovuto vedermi nella mia gloria, nella mia gloria, nei miei bicchieri, ero in fiamme“, una gloria alimentata dall’alcol, da una versione artificiosa di sé che non poteva durare.

I Mumford & Sons hanno smesso di compiacere le radio pop e sono tornati a fare quello che sanno fare meglio: scrivere inni per cuori ammaccati. L'influenza di Dessner e la scelta di collaboratori di altissimo livello (Stapleton e Hozier su tutti) elevano il disco sopra la media del genere indie-folk attuale.

“Prizefighter” è un nuovo tentativo di andare oltre la caricatura di sé stessi, parlando di salute mentale, di riconciliazione e della fatica di mantenere un'identità artistica in un'industria che corre troppo veloce.


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