Il disco della maturità, sì, ma sempre incazzata. Dopo quattro anni di silenzio da "Omens", i Lamb of God si presentano con "Into Oblivion": un album che non cerca di reinventare la ruota, ma di usarla per schiacciare qualunque cosa trovi sul suo cammino.
Il ritorno al fango
Sotto la guida del fidato Josh Wilbur, il suono di "Into Oblivion" segna un parziale distacco dalla pulizia quasi clinica degli ultimi due lavori. La produzione è grintosa e meno rifinita, con una saturazione delle chitarre che ricorda vagamente l'era "Ashes of the Wake".
Finalmente il basso di John Campbell esce dal mix con una presenza tellurica. In tracce come "Sepsis", il tono è distorto e metallico, uno scheletro industriale che mancava da tempo. Arturo Cruz ha smesso di essere "il sostituto di Chris Adler" alla batteria per diventare un motore creativo. Il suo drumming qui è più fantasioso, ricco di accenti ghost e un uso del doppio pedale che privilegia il groove dinamico alla pura velocità.
Tra sperimentazione e tradizione
La già citata "Sepsis" flirta apertamente con lo sludge industriale e il noise, citando quasi i Godflesh. Randy Blythe abbandona temporaneamente (molto temporaneamente) lo scream per un parlato declamatorio e paranoico che alza il livello di tensione in modo magistrale.
Inaspettatamente, i Lamb rallentano. "El Vacío" si apre con chitarre pulite che evocano i Tool o gli Alice in Chains dell'era Layne Staley. È un brano atmosferico che dimostra come la band sappia gestire i volumi e i silenzi, prima di esplodere in un ritornello tipicamente groove metal.
Altri pezzi come "Parasocial Christ" o "Blunt Force Blues" rappresentano invece la comfort zone della band. Riff circolari, sincopati e breakdown fatti apposta per scatenare il pogo. Il primo dei due pezzi è un attacco frontale alla cultura dei social media, con Mark Morton e Willie Adler che intrecciano riff ad alta velocità.
39 minuti giustissimi
Meglio un disco di 39 minuti, dove ogni nota è al suo posto, che uno di 90 pieno di "filler" per tappare buchi qua e là e allungare il brodo. Blythe a 55 anni è ancora più letale che mai, e la sua capacità di variare tra growl profondi e parti narrate dà al disco una profondità teatrale.
Sicuramente ci sono parti che ricalcano strutture che la band ha già esplorato esaustivamente negli ultimi 15 anni (tipo in "Bully" o nel finale "Devise / Destroy"; chi cerca una rivoluzione totale del genere rimarrà deluso. Ma non rimarrà deluso chi aspettava un grande ritorno dei Lamb of God, che non sa di vecchiaia ma di autorità. Una lezione su come si possa restare rilevanti nel 2026 senza snaturare la propria identità.
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