Quando si parla dei Gorillaz, del loro immaginario e dei loro testi, si è sempre fatto riferimento al tema ambientale e a quello, poco rassicurante, dell’apocalisse prossima ventura. C’è sempre stata una tensione interessante tra i suoni di matrice electro-pop, le atmosfere spensierate urban e i testi spesso piuttosto cupi.
Questa volta però Damon Albarn, fondatore insieme al vignettista Jamie Hewlett del progetto musicale, ormai giunto a un nuovo livello di maturità personale e artistica, cambia il tema e si sposta su un altro tema assoluto, ovvero quello della morte, ma vista non come desolata fine di tutto, ma letta sotto le lenti della trascendenza.Le genesi di The Mountain
A distanza di pochi giorni sono scomparsi sia il padre di Albarn che quello di Hewlett, entrambi in un modo o nell’altro appassionati e vicini alla cultura e al misticismo indiano. Questo ha portato entrambi in India - Albarn è andato a spargere le ceneri del padre a Varanasi - per intraprendere anche una ricerca spirituale ed è diventata l’occasione per creare una nuova narrazione con i personaggi virtuali dei Gorillaz che viaggiano verso India in fuga dalla legge per intraprendere una missione in stile manga per affrontare la vita, la morte e quello che verrà dopo: una scalata verso la montagna che diventa anche la scoperta di una nuova consapevolezza. Il tema delle 15 canzoni quindi gioca in buona parte sul tema legato alla cultura induista in cui la morte non è considerata la fine di tutto, ma un passaggio naturale del ciclo di rinascita. Ecco quindi che, per la prima volta, molti ospiti del disco sono persone scomparse - il batterista Tony Allen, Mark E. Smith dei Fall, Bobby Womack, l’attore Dennis Hopper, tra gli altri - che partecipano con frasi e interventi molto organici al disco e ai pezzi - nella logica dell'album vengono resi eterni.
Un disco importante per i Gorillaz
Questo nono album dei Gorillaz è forse il più importante della loro discografia di 25 anni.
Si tratta della loro prima uscita indipendente del gruppo dopo la separazione dalla loro storica etichetta Parlophone (Warner Bros) per la loro etichetta Kong. Inoltre Hewlett per questo disco compie il progetto grafico più complesso e dettagliato della storia dei Gorillaz, con una vera e propria opera d’arte disegnata a mano dal fumettista inglese. E poi se negli altri album del progetto artistico avvertivamo il limite di canzoni piuttosto slegate l’uno dell’altra e con una cascata di ospiti sempre di qualità e coraggiosi ma poco omogenei, in questo caso la lunga lista di nomi non dà la sensazione di un lungo name dropping dispersivo ma tutte le presenze sono fortemente funzionali al disco e al progetto dei Gorillaz.Massima contaminazione creativa
Ma passiamo alla musica.
Il disco si apre con la title track dalle atmosfere tipicamente indiane (suonata da musicisti di spessore come Amaan Ali Bangash e Ajay Prasanna) che predispone l’ascoltatore in un atteggiamento di totale apertura. Questa volta - più che nei precedenti album - il disco dei Gorillaz è costruito su un autentico meeting pot di generi e culture del mondo; quello che un tempo chiamavamo World Music nelle mani di Damon Albarn diventa contaminazione creativa di altissimo livello. Ecco quindi che il sitar di Anoushka Shankar (figlia del leggendario Ravi) si sposa perfettamente con la produzione latin di Bizarrap e la voce intensa di Kara Jackson nella bellissima “Orange County”, ma anche il rap Yasiin Bey (meglio noto come Mos Def) insieme a Omar Souleyman in “Damascus” un irresistibile brano di dance orientaleggiante. Anche l’idea di coinvolgere Asha Bhosle, star novantunenne del cinema e della musica indiana permette in “The Shadowy Night” di approfondire il tema di abbracciare la vita dopo la morte. Le collaborazioni postume di Tony Allen (“The Hardest Thing”) e Mark E. Smith (“Delirium”) rafforzano ulteriormente questo ethos indù. Ma non manca il latin più contemporaneo come il rapper Trueno, una vera star in Argentina. Per non parlare della chitarra di Johnny Marr ( che suona in vari brani), degli IDLES e di Paul Simonon (anch’egli una presenza quasi fissa nei progetti di Albarn) che servono per avere un forte ancoraggio sulla musica inglese, mentre dall’altra parte Black Thought dei The Roots garantisce la consegna di contenuti della parte rap. Ma questo è solo una parte di un disco ricchissimo e che ha bisogno di ripetuti ascolti per poter scoprire tutte le sfumature e il mix di codici musicali.
Dietro tutto questo c’è sempre la presenza del grande demiurgo Damon Albarn e della sua voce malinconica quasi sempre cammuffata da filtri e vocoder vari, ma che riesce tuttavia a infondere una profonda intensità. “The Mountain” è stato registrato tra Londra, l’India e il Medio Oriente e cantato in cinque lingue (inglese, hindi, arabo, spagnolo e yoruba) e Sarà quindi un piacere vederli suonare dal vivo il prossimo 27 giugno a La Prima Estate di Lido di Camaiore (LU) e il 25 luglio a Trieste.
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