Gli ultimi due album dei Dropkick Murphys, "This machine still kills fascists" (2022) e "Okemah rising" (2023), erano un omaggio alle canzoni di uno dei padri più nobili della canzone folk statunitense, Woody Guthrie. Due anni dopo lo scenario politico in America è mutato, Donald Trump è stato rieletto presidente e il gruppo di Quincy (Massachusetts) - sempre palesemente schierato dalla parte dei più deboli e di chi subisce le condizioni poste da quanti detengono il potere – leva il suo urlo di dissenso e invita una volta di più le persone a tenere alto il livello di attenzione su quanto accade nella stanza dei bottoni. Abituata a non perdersi in fumosi giri di parole, la band va dritta al punto sin dal titolo: "For the people". Dalla parte della gente. Lo ha dichiarato anche il leader del gruppo Ken Casey, "Molte di queste canzoni parlano di problemi che danneggiano la gente comune". In copertina, sullo sfondo di un'immagine sfocata di un corteo che sfila per i diritti di una qualche causa, campeggia una rosa nera che simboleggia, tra le altre cose: cambiamento, rinnovamento, rinascita. Ma anche coraggio e fiducia.
Eroi di ieri e di oggi
"For the people" si apre con quello che può essere considerato il brano simbolo del disco, “Who’ll Stand With Us?”. Dropkick Murphys in essenza che apre immediatamente il fuoco senza tergiversare utilizzando inutili figure retoriche, le parole e i concetti sono semplici ma incisivi ('Chi starà con noi? non diteci che va tutto bene...Combattiamo guerre e costruiamo edifici per il guadagno di qualcun altro...Non è cambiata una sola cosa il divario della ricchezza non ha fatto che aumentare'). "Longshot" è invece una ballata irlandese di quelle che si cantano a gola spiegata per esorcizzare il gramo destino e per renderla ancora più travolgente chiamano in aiuto gli Scratch, robusta folk band di Dublino che tornerà anche in chiusura di album per "One last goodbye (tribute to Shane)", omaggio al loro (e a quello di molti) eroe Shane McGowan dei Pogues passato a miglior vita un paio di anni fa, che tempo addietro firmò un disco al fan Ken Casey con poche e sentite parole 'Piss off, you wanker' ('vaffanculo, coglione'). Gli omaggi non si offrono unicamente agli eroi scomparsi, ma anche a quelli che sono ancora tra noi: ecco che "The Big Man" è dedicata all'irriducibile e gigantesco chitarrista dei Pennywise Fletcher Dragge.
Irlanda e non solo
Sempre in tema di ospiti e sempre in tema di Irlanda "Bury the bones" si avvale del contributo dei Mary Wallopers, altra folk punk band che fornisce ulteriori muscoli per levare al cielo l'urlo di quanti ritengono di essere dalla parte giusta della barricata. Questi non sono gli unici ospiti presenti nel disco, e neppure i più prestigiosi. Eh sì, perché, quanto a prestigio, vengono sopravanzati di qualche tacca dal cantore della canzone di protesta e della working class britannica Billy Bragg, che qui si impegna nella cover di "School Days Over" del cantautore folk Ewan MacColl, e dal vecchio cantante della band Al Barr, presente nella marziale "The vultures circle high", uscito dal gruppo qualche anno fa a causa di alcune problematiche familiari e non ancora rientrato a tempo pieno.
Indomita energia
I Dropkick Murphys viaggiano verso i trenta anni di attività, ma il loro punk-celtic-rock politicizzato rimane un punto di riferimento per quanti non si danno per vinti di fronte alle ingiustizie. La loro musica è riconoscibile sin dalla prima nota. Le loro canzoni sprigionano gioia, energia ed emozione con pochi eguali, hanno quale unico limite – se di limite si può parlare – quello di seguire uno spartito piuttosto ripetitivo e anche "For the people", come i precedenti album, non fa eccezione. Comunque sia, non è il caso di stare troppo a sottilizzare, lì fuori nel mondo ne stanno succedendo di brutte e il divario sociale tra chi sta molto bene e chi sta molto male si sta allargando ogni giorno di più. Quindi, bentornati Dropkick Murphys, tra le cose di cui abbiamo davvero bisogno in questo periodo c'è anche la vostra infinita e indomita energia.