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Giuse The Lizia: "Nel mondo della musica c'è troppa pressione"

04.11.2026 Scritto da Mattia Marzi

Negli ultimi anni Giuse The Lizia ha costruito un percorso tutto suo, crescendo passo dopo passo, senza bruciare le tappe né forzare i passaggi, ritagliandosi uno spazio personalissimo nel post-indie italiano. Ultimo pupillo di quella Maciste Dischi che ha accompagnato l’ascesa di artisti come Gazzelle e Fulminacci, contribuendo a ridefinire il pop italiano, con il suo terzo album il cantautore siciliano - ma bolognese d’adozione - cerca una svolta che sarebbe pure meritata. “MDMA (Mica dobbiamo morire adesso)”, titolo provocatorio che richiama il nome della nota sostanza stupefacente, è appena uscito: arriva dopo “Crush” del 2023 e “Internet” del 2024 e racconta di una generazione, quella del cantautore, classe 2003, che vive con la sensazione costante di dover stare al passo, di non poter perdere tempo. Tra gli ospiti ci sono Ariete, Fulminacci e i Bnkr44: «Nel disco ho provato a raccontare me stesso come faccio sempre, scrivendo semplice e cercando di descrivere fedelmente la realtà che vivo: l’amore, che forse è la cosa che attraversa di più le vite di tutti, e che a volte le squarcia e a volte le cura. Ma anche l’insicurezza, la nostalgia, l’ansia, il lavoro, i soldi e la sensazione costante di inadeguatezza», dice lui, che ha lavorato all’album negli ultimi tre anni insieme a produttori come Mr. Monkey, Frigo, Francesco Massidda e Greg Willen e che lo presenterà con una serie di concerti nei club al via il 1° dicembre dal Largo Venue di Roma.

In “Vorrei essere un po’ più alto” canti: «Voglio fare i soldi con le hit, magari poi mi chiamano a Sanremo». Quanto c’è di ironico e quanto di autentico in questo desiderio? E oggi come vivi il rapporto tra ambizione artistica, successo commerciale e credibilità musicale?
«È un mondo complicato, quello della musica. C’è sempre l’ambizione di fare il salto il cosiddetto “level up”. La pressione si sente. A volte mi dico: “Vorrei fare quelle due hit che mi riempiano di soldi e poi vaffanculo a tutti”. Quanto a Sanremo: se arriva, bene. Altrimenti pazienza. Nel 2022 provai a partecipare a Sanremo Giovani con “Sincera”. Poi non ci ho più riprovato. Ho preferito seguire un percorso con fasi più organiche».



In “MDMA (Mica dobbiamo morire adesso)” in cosa senti di aver fatto un “level up”?

«Nella scrittura. Mi sono accontentato meno. Oggi quando scrivo i testi sono molto più pignolo con me stesso rispetto al passato. Se una frase non mi piace, la riscrivo. Prima avevo un approccio più punk, alla “buona la prima”».

Il disco sembra guardare a livello di estetica al pop di fine Anni ’90 e dei primi Anni Duemila. Che ascolti lo hanno influenzato?

«Ho ascoltato moltissimo MGMT e LCD Soundsystem. In Italia, invece, sono stato ispirato dalla scrittura di Tutti Fenomeni. Credo di aver acquisito, in questi anni, uno stile personale. È quello che fa la differenza e che unisce i pezzi, anche quando gli arrangiamenti e le sonorità sono diversi».



“Los Angeles” porta la firma di Fulminacci: come è andata con lui?

«Mi ha aiutato a chiudere un pezzo che era un Frankenstein, insieme a Golden Year. Sono stato un alievo: ho seguito i consigli di entrambi».



E con Ariete, insieme alla quale hai scritto e inciso “Meglio del peggio”?

«È forse il pezzo più vecchio del disco. Ariete ha scritto la sua strofa in venti minuti e mi ha stupito tantissimo. Credo fosse entrata così bene nel viaggio del pezzo da riuscire a scrivere, in pochissimo tempo, una strofa bellissima».

Il disco racconta una generazione che si sente costretta a crescere in fretta e a dimostrare continuamente qualcosa. In questi giorni molti giovani stanno portando nelle piazze la propria rabbia e le proprie richieste di cambiamento. Ti riconosci in questa mobilitazione? E pensi che la musica possa dare voce a questo disagio senza trasformarlo necessariamente in uno slogan?

«Sì. Con questo disco sento di contribuire, attraverso la musica, a un movimento che sta crescendo sempre di più. Mi sento parte di questo sentimento di cambiamento che esiste da tanto tempo e che ora sta trovando una propria collocazione geografica nelle piazze, al netto di discorsi molto delicati su tutto il contesto. Si vive male, il futuro è incerto».


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