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Fulminacci sembra essere stato sempre destinato ai palasport

10.04.2026 Scritto da Mattia Marzi

«Mi piace la musica, quella dei grandi», canta Fulminacci in “Forte la banda”, il primo brano in scaletta. Quella alla quale si lascia andare il cantautore romano davanti agli oltre 7 mila spettatori del Palazzo dello Sport di Roma, la sua città, dove ieri sera ha dato il via al suo primo tour nei palazzetti, è dichiarazione di intenti che suona quasi programmatica. Già, perché tra i «grandi», ora, c’è anche lui, che a sette anni esatti dall’esordio con “La vita veramente” (l’album uscì il 9 aprile 2019), mentre indossa un completo azzurro elegantissimo e sfoggia un ciuffo da moderno Mastroianni, sembra ormai perfettamente a suo agio in un contesto da popstar, ma senza perdere quell’equilibrio tra leggerezza e spessore che lo ha reso uno degli autori più stimati della sua generazione. Il tour, ribattezzato “Palazzacci” (domani sarà al PalaPartenope di Napoli, il 15 aprile all’Unipol Forum di Milano e il 18 aprile al Nelson Mandela Forum di Firenze), segna un nuovo capitolo nella sua storia.

A due anni dalla prima volta in assoluto in un palasport - era lo stesso, quello di Roma - Fulminacci torna nelle arene con uno status completamente diverso. All’epoca aveva nel suo palmares zero Dischi di platino, ma in compenso poteva vantare una Targa Tenco, quella vinta nel 2019 con lo stesso “La vita veramente” come “Miglior opera prima”, e una partecipazione al Festival di Sanremo, quella di tre anni prima con “Santa Marinella”. Al grande pubblico il suo nome suonava familiare fino a un certo punto: il suo destino sembrava essere quello del cantautore che piace alla gente che piace e che colleziona premi della critica. Oggi, dopo il ritorno all’Ariston con “Stupida sfortuna”, la sensazione è che il percorso sia compiuto: Fulminacci è riuscito nella non sempre facile missione di mettere d’accordo addetti ai lavori e pubblico generalista. «Io mi sento di aver vinto Sanremo. La canzone è piaciuta a tutti. Ho ricevuto solo commenti positivi. La gente mi ha scoperto. È una canzone che mi rappresenta al cento per cento, ma allo stesso tempo ha un ritornello molto orecchiabile e si fa cantare. Ha funzionato tutto», dice lui fuori dal palco. Il risultato è un concerto sold out, con un pubblico trasversale: bambini, liceali, universitari, quarantenni e perfino qualche cinquantenne. Un’eterogeneità che racconta bene la capacità della sua musica di parlare a più generazioni, tracciando un ponte tra «quella dei grandi» e il pop contemporaneo.

Il traguardo del primo tour nei palasport arriva senza forzature, al termine di un lungo percorso iniziato proprio sette anni fa con l’uscita de “La vita veramente”: nove canzoni che raccontavano la quotidianità di un ragazzo della periferia romana, tra motorini sull’Aurelia e ironie generazionali, in una tradizione cantautorale sospesa tra Luca Barbarossa e Daniele Silvestri. Due anni più tardi sarebbe arrivato il secondo album “Tante care cose” e il debutto sanremese, in un’Ariston senza pubblico a causa della pandemia. Oggi, rivedendo quelle immagini, sembra passata un’era: al Festival di quest’anno Fulminacci è apparso spigliato, sicuro, perfettamente consapevole dei propri mezzi. Una sicurezza che si riflette anche sul palco del Palazzo dello Sport, dove alterna momenti di intimità (“Le biciclette”, “Tutto bene”, “Niente di particolare”) a improvvise accelerazioni (“Maledetto me”, “Spacca”, “Tattica”), rivelandosi un animale da palcoscenico, tra balletti e sketches. Accompagnato da una band di sei elementi - Claudio bruno alla chitarra, Giuseppe Panico alla tromba, Lorenzo Lupi alla batteria, Riccardo Nebbiosi al sassofono, Riccardo Roia alle tastiere e Roberto Sanguigni al basso - il cantautore alterna classici come “Borghese in borghese”, “Tommaso”, “Aglio e olio” ai brani dell’ultimo album “Calcinacci”, disco nato dalle macerie sentimentali di una relazione finita e trasformato in un lavoro collettivo, popolato da amici e compagni di viaggio, passando per una spiazzante cover in italiano di “A-Punk” dei Vampire Weekend. «Mi sono rifugiato negli amici. Il bello di questo disco è proprio questo: dentro ci sono passati compagni di avventure», spiega. «With a little help from his friends», verrebbe da dire citando i Beatles.

Un paio di questi amici lo raggiungono anche sul palco. Il primo è Tutti Fenomeni, che infiamma il palasport con i versi, diventati meme, di “Mitomani”: «Un no ascetico è meglio di un sì mondano / resto a casa a guardare Montalbano / mi commuovo al concerto di Tiziano / e vomito nell’Audi della scorta di Saviano». Più avanti arriva anche Franco126, accolto da un boato assordante: insieme cantano “Fantasia 2000” (il brano scritto e cantato insieme in “Calcinacci”) e “Due estranei” (che avevano registrato invece l’anno scorso per l’album “Futuri possibili” del cantautore trasteverino). Il messaggio da leggere tra le righe è che la scena romana è più viva che mai: anche se i contratti si firmano a Milano, la creatività rimane a Roma. «Il problema del nostro circuito è che non siamo di rappresentanza: non ci sono eventi che fanno capire che la scena romana è viva. Quando ci vediamo, lo facciamo a casa, nei salotti. Non ci sono, purtroppo, i locali che c’erano ai tempi di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Alex Britti, il Locale di vicolo del Fico o il Big Mama. Eppure la città è piena di talenti», riflette lui. Un terzo amico lo applaude dagli spalti come se fosse un fratello maggiore: è Gazzelle, compagno di etichetta, quella Maciste Dischi considerata uno dei laboratori più importanti della nuova scena cantautorale italiana.

Il finale è costruito con intelligenza e coerenza, scegliendo i due brani dal sapore più nazionalpopolare del suo repertorio, come se Fulminacci si divertisse a giocare con questo nuovo status. Prima “Santa Marinella”, il pezzo con il quale si fece conoscere dal grande pubblico a Sanremo nel 2021: è come se il pubblico riconoscesse nella canzone l’inizio di un percorso, il primo passo verso palchi sempre più grandi. «Questa era quella con cui ho perso Sanremo: ora vi canto quella con il quale l’ho vinto, invece», ironizza. La chiusura vera e propria è affidata a “Stupida sfortuna”, il brano che ha segnato la definitiva consacrazione popolare, con quel ritornello immediato, liberatorio, che Fulminacci interpreta sul palco con la consapevolezza di aver raggiunto un equilibrio interessante: quello tra cantautore di culto e popstar capace di riempire i palasport senza perdere autenticità. 


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