L’importanza di certi dischi la si misura anche in ciò che rappresentano per il momento in cui escono. “Calcinacci” di Fulminacci arriva in un anno particolare per la scena cantautorale romana degli Anni Duemiladieci, di anniversari: dieci anni fa Calcutta si consacrava come fenomeno pop, i Thegiornalisti di Tommaso Paradiso ne seguivano le orme piazzando in classifica una mega hit come “Completamente”, mentre Carl Brave e Franco126 cucinavano il loro “Polaroid” e Gazzelle raccoglieva le canzoni di quello che sarebbe poi diventato “Superbattito”. In questi dieci anni è successo di tutto. L’indie è morto, come dicevano Le Coliche, fagocitato da quel pop mainstream che la generazione di rottamatori di Calcutta & Co. voleva combattere e dal quale alla fine si è fatta risucchiare (citofonare Paradiso, che per anni si è tenuto alla larga dal Festival di Sanremo e poi alla fine, toh, ci è finito in gara). Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: a quel pop mainstream l’indie ha quantomeno cambiato i connotati, svecchiandolo in un modo o nell’altro. L’indie è morto, dicevamo. Eppure la creatività a Roma rimane viva, vivissima. E la scena si prepara a ricompattarsi. «Stiamo tornando», ha detto Franco126 lo scorso anno, quando al release party di “1998” di Coez in un pub a Roma si esibì una band composta da Giorgio Poi alla batteria, Fulminacci alla chitarra, Golden Years al basso e gli stessi Franco e Coez alla voce. Se la scena romana del giro cosiddetto indie sta davvero tornando, “Calcinacci” è il suo nuovo manifesto programmatico: è un disco figlio in tutto e per tutto del circuito.
È - paradossalmente - il primo che Fulminacci, cresciuto a Casa Lumbroso, periferia nord-ovest della Capitale («So de periferia però non quella inflazionata», cantava nel 2019 in “Borghese in borghese”), compone e registra interamente a Roma, nello studio di Golden Years, vero nome Pietro Paroletti, che ha prodotto il disco. «Il bello di questo disco è che dentro ci sono passati compagni di avventure. C’è tanta scena romana», dice lui. Il primo ospite arriva subito, quasi all’inizio. In “Maledetto me”, che sembra uscire da una hit parade Anni ’80, tra chitarre vagamente new wave e sintetizzatori, c’è un cameo di Tommaso Paradiso (è sua la voce che urla: «È una vita, oh!»). È una sorpresa a tutti gli effetti, perché il nome dell’ex leader dei Thegiornalisti non è citato come featuring. Il testo di “Da qualche parte in Italia” è co-firmato da Calcutta e si sente: «Sono un telefono libero, però / soltanto tu mi fai squillare / sono un caso clinico, lo so». Il mood è quello di “Relax”, l’ultimo album del bardo di Latina. In “Fantasia 2000” c’è Franco126 e il brano è pieno di quelle immagini cinematografiche che da sempre caratterizzano la scrittura del cantautore trasteverino, che co-firma anche “Stupida sfortuna”. Nostalgia istantanea. In “Mitomani” c’è invece Tutti Fenomeni, che è stato forse l’ultimo a salire sul treno dell’indie prima che sparisse all’orizzonte, scortato in stazione da Niccolò Contessa ai tempi di “Merce funebre”: la reference, come dicono quelli bravi, qui è il Battiato della trilogia de “L’era del cinghiale bianco”, “Patriots” e “La voce del padrone”, tra ritmi essenziali e quasi meccanici, pattern ripetitivi e pulsanti e un mix molto aperto e arioso. Tutti Fenomeni ci calza a pennello: «Un no ascetico è meglio di un sì un mondano / resto a casa a guardare Montalbano / mi commuovo al concerto di Tiziano / e vomito nell’Audi della scorta di Saviano». All’appello, a questo punto, mancherebbero solo Giorgio Poi, l’inafferabile Contessa e Gazzelle (insieme, nel 2023, avevano inciso “Milioni”).
Nelle tredici canzoni che compongono “Calcinacci” Fulminacci prova a cercare un equilibrio tra il piacere alla gente che piace (la vittoria del Premio della Critica all’ultimo Festival di Sanremo con “Stupida sfortuna” rischia inserirsi nel solco di quei premi da addetti ai lavori che ha ricevuto sin dai tempi della Targa Tenco come “Miglior opera prima” con “La vita veramente”) e l’essere nazionalpopolare. Ci riesce, senza snaturarsi, tracciando un ponte tra il passato prossimo, il presente e il futuro. E al di là di cosa rappresenta nella discografia di Fulminacci, dopo tre album come “La vita veramente”, “Tante care cose” e “Infinito +1”, alla vigilia del suo primo vero tour nei palasport, “Calcinacci” suona come una fotografia collettiva, un punto di raccordo tra ciò che la scena romana è stata e ciò che può tornare a essere. Se davvero l’ondata cosiddetta indie ha perso la sua spinta originaria, dischi come questo dimostrano che il linguaggio che ha generato non è scomparso, ma si è trasformato, sedimentato - un po’ come i “Calcinacci” del titolo - in qualcosa di nuovo su cui ricostruire.
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