Slade in “Flame” – UK, 1975
Nell’Inghilterra dei primi anni Settanta, i pezzi degli Slade si piazzano sistematicamente nella top ten. Molto orecchiabile, quello degli Slade è un glam rock spensierato, popolare e casinaro («Cum on feel the noize / Girls rock your boys / We’ll get wild, wild, wild»…), l’ideale per divertirsi. Un successo. Nel pieno del quale, tuttavia, il gruppo sente la voglia di provare qualcosa di più, o di diverso. Il loro manager suggerisce di fare un film, e questo li intriga, a patto però che non si tratti di «una cosa alla Beatles», come racconterà poi il batterista Don Powell: «Volevamo qualcosa di vero, mostrare il lato crudo del rock, il dietro le quinte». Detto fatto, viene messo in cantiere “Slade in Flame”, storia dell'ascesa e del declino di un gruppo immaginario: i “Flame”, appunto.
Il film ha un inizio quasi alla Blues Brothers, con band che si barcamenano tra mortificanti concertini in “stile Elvis” alle feste di matrimonio o in sale da quattro soldi, con contorno di risse e inseguimenti, e poi tutti in galera a fare conoscenza. Siamo nel grigio Nord industriale britannico, mica a Kensington: paesaggi desolati, appartamenti miseri, soldi pochi (di giorno, il futuro batterista lavora in fonderia): chi non vorrebbe fuggire dal fumo di un quartiere operaio? Ed ecco che, quasi per caso, a un gruppo di dilettanti viene offerta l’opportunità di fare il grande salto. Ma cosa c’è dall’altra parte dello specchio? C’è il meccanismo dell’industria musicale, gangster incravattati per i quali la musica è solo una parte, nemmeno troppo importante, del business: importanti sono il packaging, la promozione, le interviste, le trovate pubblicitarie - tipo farsi sparare addosso durante un’intervista a una radio pirata, o posare per assurdi servizi fotografici in costume di scena. Conta solo il denaro, qualunque sia il prodotto da smerciare («mettiamola così», dice uno degli uomini-marketing: «io non fumo, ma sono bravo a far vendere le sigarette. Tante»). Dall’altra parte dello specchio quindi ci sono colori, lustrini, microfoni fiammeggianti (“flame”!), album, party, fans ululanti, e la creazione in laboratorio di un gruppo di successo, con gli inevitabili effetti collaterali – pressioni, litigi, crisi motivazionali, cinismo, perdita dell’innocenza.
“Slade in Flame” è un buon lavoro. Qua e là è evidente che gli interpreti non sono attori professionisti, ma gli Slade incarnano praticamente se stessi, origini popolari comprese, e questo si sente. Anzi, forse all’epoca lo si sentì anche troppo: probabilmente i fan del gruppo non si aspettavano di trovare i loro spensierati beniamini in una storia così malinconica. Fatto sta che “Flame” suscitò reazioni contrastanti e, soprattutto, per la band cominciò il declino commerciale. Naturalmente non è detto che la colpa sia stata (solo) del film: i tempi e le mode stavano cambiando in fretta. Ma “la verità mi fa male”, e forse quella volta andò così. Come canta Noddy Holder sui titoli di testa e di coda (in quella che peraltro Noel Gallagher definì «una delle più belle canzoni di sempre»): «How does it feel watchin' from upside down? And how does it feel when you are thrown apart? How does it feel turnin' away?». Uscito nel 1975, “Flame” è tornato quest’anno, mezzo secolo dopo, nei cinema inglesi.
Trailer
Soundtrack