“Chissà qual è la scaletta di stasera”. È stato il mio primo pensiero quando ho iniziato il mio viaggio verso l’Alcatraz di Milano, dove martedì 14 aprile 2026 è andata in scena la data zero (sold out) della reunion dei Bluvertigo. Ho rinunciato a darmi una risposta nell’istante stesso in cui ci ho provato: come si possono fare ipotesi e programmi, quando al timone c’è quell’agente del caos che è Morgan? Delle aspettative, comunque, ce le avevo: mi aspettavo un mix dei classici della “trilogia chimica” – quella composta da Acidi e Basi (1995), Metallo non Metallo (1997) e Zero - ovvero la famosa nevicata dell'85 (1999) – condito da una necessaria, prevedibile dose di follia. Ecco com’è andata.
Dove eravamo rimasti
Era appena iniziato il 2026 quando vi abbiamo raccontato dell’ultima reunion dei Bluvertigo. Un disastro. Anno Domini 2021, un nuovo disco che doveva uscire e che poi non è mai uscito, la cover di Shock in my Town al concerto-tributo dedicato a Franco Battiato e… basta. Eccezion fatta per una data speciale insieme ai Subsonica al Rugby Sound Festival dell’estate 2022, Morgan, Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale non sono mai più riusciti a riprendere in mano le redini del progetto.
Il loro mito ha risentito del tracollo (umano, ma anche artistico) di Morgan, che negli ultimi anni ha fatto parlare di sé più per uscite sgradevoli o per polemiche sterili che non per il proprio talento, che pure avrebbe in abbondanza, ma che rimane sistematicamente vittima del suo stesso personaggio. “Impossibile lavorare con lui”, sentenziò infatti Andy qualche anno fa. La prima missione di questa reunion, quindi, era liberare la musica – cerebrale, sintetica, visionaria – dei Bluvertigo dagli eccessi e dalle bufere mediatiche create con la complicità di chi quella musica l’ha composta. Ci sono riusciti?
Il concerto
Il primo impatto è un muro di suono. Volumi forse da rivedere, ma sicuramente d'effetto. Morgan appare incappucciato e con gli occhiali da sole per dare il via alla serata con Decadenza, la prima di tante hit in scaletta. Solo dopo cinque canzoni (seguono Il Dio Denaro, L’assenzio, Sono=sono e La comprensione), una dopo l'altra senza interruzioni, il frontman si rivolge al pubblico. E spiazza tutti.
Morgan si prende una decina di minuti per fare un sentito, doveroso mea culpa.
Si rivolge a ciascuno dei suoi tre compagni di viaggio e chiede scusa a tutti. A Livio, che “è appassionato, studia, approfondisce, è un musicista moderno, completo e non lo avevo mai capito”; a Sergio, “che sa assumersi la responsabilità e non solo metterci la faccia, è un uomo che ogni donna vorrebbe come padre dei suoi figli. Gli voglio bene e ho dovuto arrivare a 50 anni per dirgli queste cose”; a Andy, “a cui non posso che chiedere scusa, perché involontariamente o meno, l'ho sempre messo in ombra con le mie smanie di protagonismo. Lui è il principe delle favole, per me. È quella cosa che si chiama arte. È l'artista dei Bluvertigo. Andy, litigare con te è stata la cosa più contronatura che mi sia successa nella vita”.
E le sorprese non finiscono qui: sul palco c'è una quinta presenza, Lele Battista, voce dei La Sintesi (per i quali Morgan si prestò in passato come produttore), qui in veste di “eminenza grigia che controlla l'elettronica e che conosce quasi meglio di noi quello che faremo sul palco stasera”. Bando alle ciance, il concerto riprende con Forse e Sovrappensiero. Poi, la prima incursione politica della serata: “Dico una cosa che oggi va detta e che nessuno dice: basta guerra. Gli esseri umani la guerra non la fanno spontaneamente”. Dopo (Le arti dei) Miscugli e durante L'eretico, sul maxischermo si susseguono diversi volti; ne cito due particolarmente significativi: Francesca Albanese e Roger Waters.
Bello ritrovare Marco Castoldi in forma. Ma non è certo l'unico. La cassa di Carnevale spinge al punto giusto, con un tiro che fa da collante perfetto tra il basso di Morgan e le sequenze elettroniche. Andy è il cuore pulsante dell'estetica Bluvertigo. Oltre ai synth e al sax (sempre puntuale nei fraseggi wave), garantisce quelle seconde voci e quei controcanti che sono il marchio di fabbrica del gruppo. La sua presenza scenica, algida e geometrica, è il contrappunto perfetto all'imprevedibilità dell’ex giudice di X Factor. Magnini è invece (troppo spesso) l'eroe non celebrato. Non usa la chitarra per fare il virtuoso con assoli fini a sé stessi, ma per creare architetture.
I suoni elettronici e sperimentali che avevano stregato Franco Battiato ai tempi di Gommalacca (disco a cui, infatti, Morgan partecipò attivamente) sono accompagnati da grafiche ora futuriste, ora contemporanee, ora vintage con rimandi ai primi videogiochi. Un’estetica aliena, ispirata al mito di David Bowie, orgogliosamente diversa, ben descritta nel manifesto Sono=sono (“Giuravo che avrei fatto il portiere / Era l'unico a differenziarsi”).
Nel bis finale sono tutti protagonisti: Zero, Fuori dal tempo e l'immancabile Altre F.D.V. salutano un Alcatraz in estasi, ancor più quando Andy e Morgan espongono una fascia con i colori della Palestina.
Il quartetto lombardo è riuscito a evitare lo stucchevole effetto nostalgia (un rischio sempre in agguato, in operazioni di questo tipo) per dimostrare invece che il suono concepito ormai trent’anni fa è invecchiato incredibilmente bene, perché non ha mai cercato di seguire le mode, ma di anticipare una certa alienazione tecnologica che, oggi, è la nostra quotidianità.
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