Per essere un tassello di una monumentale strategia di rilancio dell’hype di una band dall’enorme seguito globale, “BTS: Il ritorno” - da domani su Netflix - è davvero uno strano documentario, i cui limiti e pregi risiedono tutti nelle condizioni uniche in cui è stato realizzato.
È evidente come il regista Bao Nguyen abbia avuto accesso agli spazi in cui la band mangiava, conversava e lavorava alle tracce del nuovo album in momenti ben definiti della veloce gestazione di “Arirang”, così come le altre figure professionali che vediamo gravitare nella vita quotidiana del gruppo. Gran parte dei novantuno minuti di girato montati nel documentario raccontano l’isolamento dorato losangelino dei sette membri della band, ritrovatisi per la prima volta assieme dopo gli anni del servizio militare obbligatorio e gli impegni solisti di alcuni membri del progetto. Chiusi in una splendida villa con vista sulla valle losangelina e i suoi grattacieli, i sette ragazzi coreani si ritrovano in una situazione spaesante, straniante, che come ben sottolineano nessuna boy band coreana ha mai vissuto.
Nessun gruppo infatti è rimasto sulle scene ai loro livelli di popolarità per dodici anni, diventando un punto di riferimento per un pubblico internazionale così numeroso da insidiare per numeri e rilevanza le fan di casa. Nessun gruppo è mai sopravvissuto ai venti mesi di silenzio stampa imposti alla leva militare. “BTS: Il ritorno” vuole essere il racconto dei concitati mesi in cui i BTS hanno cercato di tener fede alla promessa fatta alle loro fan di tornare il prima possibile e senza deluderle.
Le star del K-Pop in un limbo
Così i sette ragazzi, non più così ragazzi, si ritrovano nel compound statunitense, impegnati a riallacciare la relazione con quelli che sono colleghi di lavoro ma anche coetanei con cui hanno vissuto per gran parte dell’ultimo decennio, salvo poi perdere i contatti durante la leva. C’è un passaggio particolarmente significativo, che vorrebbe essere una celebrazione del gruppo, ma fa improvvisamente apparire i BTS incredibilmente più anziani e saggi dei loro trent’anni e poco più d’età. La band rivede insieme la prima apparizione pubblica in cui sono mal truccati, vestiti con meno attenzione, giovanissimi e ancora molto “impostati”. Lo stacco con i volti e l’atteggiamento adulto che hanno in “BTS: Il ritorno” mentre riguardano i sé stessi degli inizi è forse l’immagine più forte del documentario. Un tempo sicuri e insieme inconsapevoli della loro posizione nel mondo della musica coreana, oggi le star appaiono indecise su come definirsi. Sono ancora semplici ragazzi coreani, come amano ripetersi l’un l’altro (anche se quel poco della loro vita che vediamo racconta una storia differente) o sono degli uomini ormai adulti, che bevono insieme soju a ogni pasto, mettono su massa muscolare in palestra mentre hanno nostalgia di casa in Corea? La risposta di “BTS: Il ritorno” sembra proprio essere: entrambe le cose.
Non si capisce quanto consapevolmente, “BTS: Il ritorno” fotografa particolarmente bene questo spaesamento personale e artistico del gruppo. I due anni di leva militare sono stati una brusca interruzione che li costringe ora a tornare, il più velocemente possibile e con le canzoni migliori che riescono a mettere insieme nell’annetto scarso che si sono dati per trovare la loro nuova direzione artistica. A un certo punto sono loro stessi a chiedersi quale sia il tema dell’album, quale storia cerchino di raccontare. Nei vecchi testi e nelle hit immediatamente precedenti allo iato non si riconoscono più pienamente, vorrebbero esprimere un sound e dei contenuti più adulti. Al contempo non sanno esattamente chi siano a questo punto della loro vita o che storia raccontare, perché appena dismessa la divisa sono stati portati a Los Angeles, chiusi nella super villa dove alloggiano e catapultati in una corsa contro il tempo per mettere insieme quattordici tracce per il nuovo album e trovare tra le stesse il singolo di lancio.
Il dietro le quinte inaspettatamente sincero del K-Pop
Forse a rendere così particolare “BTS: Il ritorno” è l’approccio coreano al racconto stesso della propria musica pop: i frasi motivazionali, contenuti pensati ad hoc per emozionare le fan ma anche dietro le quinte che restituiscono la costruzione stessa del K-Pop, in cui i sette cantanti e ballerini sono al contempo coinvolti e guidati, in un processo creativo e manageriale dalle svolte sconcertanti. Si passa a una sequenza in cui un membro della band cerca di scrivere in inglese il testo di una canzone che parla di come si senta incastrato nella situazione in cui si trova e incapace di reagire al meeting in cui il concept dell’album che i ragazzi hanno cercato per giorni viene presentato, proposto, calato dall’alto? da una collaboratrice. La manager spiega a loro e a noi la storia dietro il concetto di “Arirang”, raccontando la storia dell’emigrazione di un gruppo di giovani coreani negli Stati Uniti che portò alla prima incisione di un canto popolare coreano in America. Una parallelo colpo di significato, perfetta metafora dei risultati già raggiunti dai BTS a livello internazionale, frutto di chissà quante riunioni e ricerche da parte del loro gruppo di lavoro, che ovviamente vediamo in minima parte. Lavoro che però s’intuisce guardando ai cartelloni che accolgono il gruppo alla riunione, su cui qualcuno ha incollato tutti i riferimenti musicali, visivi, culturali a cui l’album guarderà: c’è “Brat” di Charli XCX e un paio di EP della concorrenza interna coreana, ma anche foto e artisti degli anni Ottanta e Novanta. È una sorta di enorme dashboard di Pinterest in cui qualcuno ha distillato per il gruppo tutto quello che è successo di rilevante nel mondo musicale mentre loro erano nell’esercito e tutto quello a cui guardare per produrre a tempo di record “Arirang”.
Se la parte finale del documentario, quando si rientra in Corea e la “crisi” generata dalla mancanza di direzione viene risolta con una riuscita riunione con il grande capo della casa discografica, è nei pomeriggi pieni di malinconia e nelle riunioni americane senza esito che risiede la parte più interessante di “BTS: Il ritorno”. Un documentario da cui emerge anche come a scatenare una certa tensione sotterranea sia il peso crescente del pubblico internazionale nelle scelte musicali del gruppo. In “Arirang” infatti c’è il campionamento di un brano tradizionale coreano di cui si discute in più punti del documentario, così come dell’equilibrio tra testi in inglese e in coreano delle canzoni. Il management suggerisce a più riprese alla band di non poter guardare solo più al pubblico di casa, mentre alcuni dei membri del gruppo trovano il lungo inserto folkloristico (pensato per attrarre e stupire il pubblico straniero) una nota quasi patriottica, nazionalistica, che vorrebbero limare, mantenendola solo per gli stacchi di ballo durante le esibizioni dal vivo.
“BTS: Il ritorno” insomma è un documentario che vive di spinte opposte e spesso contrapposte, altalenante per ritmo, tono ed emozioni. Alterna momenti smaccatamente celebrativi a istanti di verità molto malinconiche sullo strano momento in cui una boy band, coreana e non, si ritrova a confrontarsi con l’evidenza che i suoi membri sono ormai uomini adulti. Un momento in cui trovare il modo di stare insieme e fare musica pop scacciapensieri ma in qualche modo sincera diventa più complesso, forse impossibile.
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