Documentari e biopic, lo avrete notato, sono diventati una miniera d’oro. E qualche artista è più miniera di altri. Per varietà di temi e spunti, per lunghezza della carriera, per la devozione dei fans, realizzare un documentario su David Bowie è quasi sempre una buona idea. È più che possibile che ne abbiate già visto più di uno. E non importa se esista un titolo che la maggioranza degli appassionati ha etichettato come “definitivo”: era già successo trent’anni fa con la monumentale Anthology dei Beatles, ma col tempo si è scoperto che tra Beatles ‘64 e Get Back si potevano dire – e vedere - tante altre cose.
Certo, dopo un po’ è facile vedere prodotti che si presentano con la consapevolezza di arrivare dopo gli altri. E cercano altre vie. Tutto sta a vedere se le trovano. In questo senso, è difficile pronunciarsi nettamente sullo strano caso di The Final Act, presentato ieri (si replica oggi) nella 12a edizione del SeeYouSound International Music Film Festival di Torino. È il primo lavoro di un certo peso del regista Jonathan Stiasny, che dopo una certa gavetta in serie tv poco note, fa il grande passo. E finisce per confondere. Quasi come certi dischi di Bowie.
Iniziamo dal titolo: convoglia le nostre aspettative su Blackstar, il requiem scritto per sé stesso, il congedo dai discepoli con le fatidiche parole “Non posso svelarvi tutto” (I can’t give everything away).
In realtà ci vuole un’ora e un quarto per arrivare a Blackstar, e a un accelerato racconto dell’ultimo album, con qualche immagine, con i videoclip, e brevi racconti di alcuni musicisti coinvolti. E a quel punto viene persino il dubbio che a Blackstar si arrivi solo per completare una lunga ricostruzione a tesi della seconda metà della carriera di Bowie. Questo perché Stiasny sceglie un tipico percorso narrativo, quello della caduta e redenzione, che si sa: piace a tutti.
La caduta è individuata negli anni ’80, soffermandosi in particolare sui Tin Machine – il che rende il documentario interessante per chi ne ha visti già altri che invece glissavano sulla band (tanto per dire: da anni Tin Machine II è quasi irreperibile. Non è su Spotify, ma solo su YouTube e senza autorizzazione di una casa discografica che peraltro non esiste più). Sembrerà strano, ma questo è uno degli elementi che pur lasciando diverse perplessità, fa di The Final Act una visione interessante per i devoti. Soprattutto grazie agli intervistati. Non perché siano presenti tutti gli animali più importanti del fantastico zoo musicale di Bowie. No, al contrario – e la cosa non dipende solo dal fatto che alcuni, ahinoi, hanno raggiunto Bowie nella grande stella nera nel cielo. Viene dato spazio a molta gente che ha voce in capitolo, nomi magari un pochino meno scontati (Reeves Gabrels, Dana Gillespie, Moby, Goldie). Ma la sensazione è che alcuni grandi assenti (Carlos Alomar, Nile Rodgers, Brian Eno, Gail Ann Dorsey, per citare solo i più eclatanti) siano stati depennati intenzionalmente. Perché hanno già parlato tanto? Eppure c’è quello che ha parlato più di tutti - Tony Visconti - nonché Earl Slick, Rick Wakeman e Mike Garson, che quanto a gettoni di presenza lo seguono a breve distanza. Beninteso, è sempre interessante ascoltarli (separati, ovviamente, anche se sarebbe bello vedere Wakeman e Garson sfidarsi al piano: probabilmente finirebbe a cannonate tipo Paperino e Daffy Duck in Chi ha incastrato Roger Rabbit?). Ma il fatto che non ci siano solo voci inconsuete riporta al sospetto che il regista non sia interessato a certi periodi e a certe testimonianze, perché non servono alla narrazione scelta.
E sempre per questo motivo, non vedrete Bowie che canta Starman a Top Of The Pops, oppure, poniamo, Under Pressure con Annie Lennox al Freddie Mercury Tribute. In ogni caso, si può sopravvivere: certe immagini le abbiamo già viste quasi tutti, no? Meglio l’audio di una versione un po’ tremante di Changes presentata all’alba a pochi spettatori addormentati, a Glastonbury 1971. Se non che, non sentirete Heroes e neanche Fame, e chissà se succede perché “colpevoli” di essere piaciute più all’estero che non in Inghilterra. Non si accenna mai a Low, e neanche a Scary Monsters. E questo perché l’idea è rappresentare il Bowie che come Gesù, si ritrova a dubitare di sé stesso e dell’amore di Dio (pubblico e critica), portando all’attenzione degli spettatori il brano dei Tin Machine I can’t read, l’ammissione mascherata della grande paura di non riuscire più a raggiungere il livello che voleva (“I can’t reach it”).
Ma ecco, nella seconda parte del documentario, la luce e la redenzione: il ritorno a Glastonbury nel 2000, presentato come il momento della grande rinascita. Ovviamente davanti al pubblico inglese.
…Mmh.
Calma.
Un momento.
Perché in tutto questo, a sparire in una grande Blackstar, c’è un sacco di musica notevole (e altra arte, a cominciare dalle interpretazioni al cinema e a teatro) che magari non è piaciuta ai critici inglesi, interpellati come guru malgrado siano spesso sbruffoni e cialtroni come noi italiani. Degli anni '90 il documentario menziona solo Buddha Of Suburbia (disco effettivamente sottovalutato) per far dire allo scrittore Hanif Kureishi che Bowie a quell’epoca era molto triste e malinconico. Al che si salta a piè pari Outside e si arriva a Earthling, ma come per dire: “Guardate, si era messo a fare drum’n’bass, alla sua età, ma si può?”.
Non c’è troppo da stupirsi. Se siete Bowieani, sicuramente saprete che le narrazioni, le tesi su Bowie ci sono sempre state: come nelle nuvole, ognuno ci vede qualcosa di diverso, e alla fine sceglie il soprannome o il look preferito di Bowie per cercare disperatamente di spiegarsi e spiegare una carriera lunga e ambiziosa, complessa e complicata. Stiasny dice di aver voluto enfatizzare i momenti di crisi di Bowie (qui la nostra intervista). Cosa che però, noterete, non gli impedisce di mostrare a lungo diversi momenti di gloria. Forse siamo noi che siamo pignoli, ma c’è qualche contraddizione, anche se niente di grave. In realtà è abbastanza peculiare che Stiasny abbia gli stessi momenti di discontinuità che vede nell’artista di cui parla: si inizia con le solite gnagnere sull’alieno, ma alla fine ci si ritrova a comprendere quanto fosse umano, dalle lacrime per le recensioni più brutali alla sofferenza fisica sul palco a Praga, nel 2004. Analogamente, suscita qualche sorriso vedere che Reeves Gabrels (che il tempo ha finalmente reso un po’ carismatico) spieghi come andò da Bowie per riportarlo sulla retta via come esigevano i critici rock puristi, però non riesca a dare una spiegazione di come ciò abbia portato ai dischi di Bowie maggiormente massacrati dai medesimi critici puristi.
Il che può portarci a concludere che Bowie, con buona pace di chi vede nella sua carriera una progressione lineare e deliberata, non era e non è riconducibile a un progetto. Non era sicuro di ogni sua mossa ma al contrario, molto spesso era incerto, ancorché estremamente istintivo e curioso e autenticamente innamorato della musica – tutte cose che fanno un bel po’ di differenza, là fuori, tra quelli che chiamiamo artisti. Allo stesso modo, è quasi illuminante che The Final Act, nel momento in cui sembra riproporsi di presentare l’album Blackstar in una sorta di ultima performance finale, studiata nel dettaglio, finisca per rivelare che ancora una volta, anche se per l’ultima volta, Bowie era entrato in studio di registrazione con l’idea di andare con dei nuovi musicisti in una certa direzione, ma senza sapere dove di preciso: si sarebbe terribilmente annoiato, se lo avesse già saputo. E questo è il motivo per cui questo documentario è più Bowieano di quel che sembra. Anche lui, non può svelare tutto. Ma alla fine, è stato un viaggio interessante.
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