Le voci di corridoio sussurrano di valutazioni in corso tra lui e gli altri membri della band per una reunion dei Verve da farsi il prossimo anno, per celebrare il trentennale di “Urban hymns”, il disco di quella “Bitter Sweet Symphony” che ha vissuto una seconda giovinezza la scorsa estate, dopo la scelta degli Oasis di portarselo dietro come opening act del tour della loro reunion. Ma Richard Ashcroft, in perfetto stile Richard Ashcroft, verrebbe da dire, a quelle voci non dà peso. Lavora a testa a bassa, da grande artigiano qual è. Un mediano che non ha mai avuto bisogno di mettersi in posa per lasciare il segno, ma che ha sempre preferito far parlare le canzoni, una dopo l’altra, costruendo una carriera fatta di resistenza, visione e ostinazione. Attorno alla sua figura, dopo il tour con gli Oasis, si è riaccesa un’attenzione nuova. Che ora l’ex Verve sta capitalizzando con un tour che sbarcherà in Italia il prossimo 21 giugno, per un’unica serata ospitata dal festival La Prima Estate, al Parco BussolaDomani al Lido di Camaiore (la stessa sera ci saranno i Libertines e i Wombats). Un appuntamento che ha il sapore delle occasioni da non perdere. Non solo per riascoltare un catalogo che ha segnato un’epoca, ma per vivere Richard Ashcroft di nuovo, qui e ora, nella sua forma più viva - qui i biglietti.
Come se il tempo non avesse inciso davvero
Sul palco Ashcroft, come scrive chi lo ha visto già in azione in questo tour e come mostrano anche i video in rete, continua a muoversi come se il tempo non avesse inciso davvero. La voce è ancora lì, piena, capace di aprirsi e trascinare. Il tempo, invece, sembra espandersi. I brani dei Verve, dalla stessa “Bitter sweet Symphony” a “The drugs don’t work”, passando per “Velvet morning”, convivono con quelli della sua carriera solista (l’ultimo album, “Lovin’ you”, è uscito lo scorso ottobre). Ogni pezzo trova una nuova dimensione. Non è nostalgia, ma trasformazione. Che passa anche per una nuova connessione con il pubblico, il vero cuore del suo modo di stare sul palco.
Un rituale collettivo
“Bitter sweet symphony” e “The drugs don’t work” non sono semplicemente hit: sono diventate linguaggio comune, attraversando generazioni e contesti. Eppure, la cosa più sorprendente è che quel repertorio non è mai rimasto fermo. Nei concerti recenti, Ashcroft lo rimodella, lo allunga, lo carica di nuove sfumature: versioni dilatate, crescendo emotivi, finali catartici in cui il pubblico diventa parte della canzone. Una sorta di rituale collettivo, dove il passato e il presente si incontrano senza nostalgia sterile ma con una vitalità rinnovata.
Uno show che sarà un'esperienza
Oggi appare chiaro quanto il suo contributo sia stato determinante: Ashcroft non è stato semplicemente il frontman di una grande band, ma uno degli ultimi autori capaci di unire tensione rock e slancio quasi mistico, strada e trascendenza. E lo show del 21 giugno - c’è da scommetterci - più che un semplice concerto sarà una vera esperienza.
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