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Crooner e notturno: il classic pop secondo Springsteen

12.07.2025 Scritto da Gianni Sibilla

“Twilight Hours” è la gemma dei "Lost albums" - a mio parere il più affascinante. È stato inciso assieme a "Western stars", ne condivide spirito e suoni, ma se lì erano ballate che si rifacevano al country-pop sia tematicamente che ne suoni questa è una raccolta intima, orchestrale e malinconica, che si colloca in un luogo indefinito, al limte della notte. È il lato più crooner del Boss, ma anche una dichiarazione d’amore per una tradizione musicale fatta di melodie classiche, archi e atmosfere sospese. Se “Western Stars” sembrava l’eccezione, “Twilight Hours” ne è la conferma: Springsteen ha trovato un’altra voce, una più matura, che convive perfettamente con le sue radici rock.

Definire “Twilight Hours” come il lato B di “Western Stars” è allo stesso tempo corretto e riduttivo. Questo album ha un suo fascino, una classe che forse è lontana dall’immagine classica di Springsteen, eppure ne è totalmente parte, sempre affascinato da questo pop da camera, un po’ barocco nell’impostazione. È un concept album che dà forma alle singole canzoni. 
“I’ll Stand By You” - la canzone originariamente scritta per "Harry Potter" ma rifiutaa - da sola può sembrare un po’ cheesy, ma qua prende senso attraverso una sua forza introspettiva che permea tutti i brani. La forza di Bacharach e di Orbison scorre potente in queste canzoni, e il concept è più sonoro che tematico come in “Western Stars”: se quell’album e “Twilight Hours” fossero stati pubblicati assieme si sarebbero indeboliti a vicenda. Invece qua scopriamo un gioiello inedito fatto di una scrittura classica, uno racconto cinematografico fatto di personaggi che affrontano le loro debolezze e sono perseguitati dal loro passato, come “High Sierra” – la canzone più “Western Stars” della raccolta, ma che allo stesso tempo – con i suoi 6 minuti abbondanti – sta bene qua quanto lo sarebbe stato nell’album gemello.

L’impianto musicale è raffinato, frutto ancora una volta della collaborazione tra Springsteen e Ron Aniello, con una produzione che gioca si dettagli e arrangiamenti che intrecciano strumenti tradizionali  e suoni digitali (solo in un paio di casi archi e fiati sono "suonati" da persone).. Tra i musicisti troviamo, oltre a Patti Scialfa e Max Weinberg, nomi come Jon Brion, David Sancious e Marc Muller.

Le atmosfere sono notturne e cinematiche: “Sunday Love” apre con una malinconia urbana e ripetitiva, mentre “Late in the Evening” e “Dinner at Eight” raccontano la solitudine con sguardo adulto. “Lonely Town” è un capolavoro di desolazione sentimentale, con echi orchestrali da noir metropolitano, e “Follow the Sun” chiude con un inno discreto alla speranza. I testi seguono la direzione del suono: amori mancati o impossibili, fantasmi della memoria, città vuote, separazioni dolorose. Le immagini sono precise e poetiche: il treno che porta via il protagonista di “High Sierra” portandolo alle catene del passato da cui era sfuggito, il bicchiere lasciato sul tavolo in “Late in the Evening”, i “Sunday love” mai vissuti della struggente canzone d’apertura. C’è sempre una finestra da cui si vede la pioggia dietro, una strada deserta o un sogno che si spegne all’alba. La voce di Springsteen, matura e intensa, guida questo viaggio con un tono inedito, ma mai distante.

“Twilight Hours” è la prova che Springsteen non ha paura di essere romantico, la fragilità dell’amore oltre gli idealismi di inizio carriera. Qua non è sempre "I wanna know if love is real", ma in un modo molto diverso e disulluso- È un disco da ascoltare di notte, in cuffia, con un bicchiere di vino o un whisky, e da mettere nello scaffale di fianco a Sinatra e Bacharach e a quel "Roy Orbison singing for the lonely" di uno dei suoi versi più famosi.

(Articolo originale su Rockol.it)

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