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Cosmo torna alle canzoni (ma senza canzoni)

27.04.2026 Scritto da Mattia Marzi

Ne “La fonte” Cosmo smette di guardarsi alle spalle senza però rinnegare nulla di ciò che è stato. Non è una svolta brusca, né un risposizionamento strategico: è piuttosto una rifocalizzazione. L’identità autoriale del musicista piemontese, icona della scena elettronica italiana, si riafferma. E il linguaggio si assottiglia, si fa più poroso, meno dichiaratamente legato all’estetica del clubbing che pure ne aveva segnato le ultime traiettorie. Quel mondo, il mondo di riferimento di Cosmo, nei brani che compongono “La fonte” non sparisce. Semplicemente, si dissolve nei dettagli: pattern ritmici, pulsazioni che non cercano più l’esplosione ma lavorano in profondità. Quella de “La fonte” è una musica che si muove per sottrazione, che trova una nuova centralità nella canzone, a dieci anni da “L’ultima festa”, il disco del 2016 il cui tour superò le novanta date e un numero sorprendente di sold out.

La collaborazione con Not Waving

Paradossalmente al fianco di Cosmo in questa rifocalizzazione c’è un musicista che, proprio come l’ex frontman dei Drink To Me (così si chiamava la vecchia band di Cosmo), viene dal mondo del clubbing: è Alessio Natalizia, alias Not Waving, oggi co-architetto di un suono che sembra voler rimettere ordine nel caos creativo di Cosmo. Come è possibile? Lo ha spiegato Cosmo stesso nella nostra intervista: «Adesso il progetto Cosmo è a tutti gli effetti un progetto a due. Alessio ha liberato elementi latenti nei miei brani: “La cosa più forte che hai sono le canzoni”, mi ha detto. Prima di riavvicinarmi a lui io mi stavo addentrando sempre di più nell’esplorazione del mondo clubbing. È stato lui a riportarmi alla canzone». “La fonte” nasce esattamente da questa consapevolezza: la forza delle canzoni. Va detto, però, per onestà, che proprio su questo terreno il disco lascia qualche interrogativo aperto. Se rispetto a lavori come “L’ultima festa” la scrittura appare più rarefatta, più immersa in un flusso sonoro continuo, è anche vero che qui sembrano mancare quei picchi, quelle canzoni capaci di imporsi immediatamente e di restare. Brani come la stessa “L’ultima festa”, “Le voci”, “Regata ’70” e “Dicembre” avevano una forza centripeta che qui si percepisce solo a tratti.

Il secondo capitolo di una trilogia

Il risultato è un disco che si comporta come un secondo capitolo - dichiaratamente parte di una trilogia - ma che ha già la densità di un punto d’arrivo. L’ingresso è affidato a “Tornare alla fonte”, un brano-mantra in cui l’autotune non è un vezzo estetico ma uno strumento espressivo, quasi rituale. Lo stesso accade in “La fine”, dove la voce trattata si incastra in una trama di sintetizzatori morbidi e una batteria acustica distorta, capace di deformare la percezione dello spazio sonoro. Non è elettronica da club, ma una sua eco riflessa, interiorizzata. Poi c’è “Ciao”, che sorprende per immediatezza: un cortocircuito pop che guarda esplicitamente agli anni ’80 italiani, con una linea melodica che richiama quella di “Non voglio mica la luna” di Fiordaliso senza mai scivolare nella citazione sterile. È un gioco di rimandi che funziona perché inserito in un contesto sonoro contemporaneo, dove nostalgia e sperimentazione convivono senza attriti.

Come se Battisti incontrasse Alva Noto

La chiave di lettura più efficace, forse, è proprio quella suggerita dallo stesso Cosmo: ne “La fonte” è come se Lucio Battisti - magari non quello più pop di "Una donna per amico" e "Una giornata uggiosa", ma quello più cerebrale degli album bianchi con Panella - incontrasse Alva Noto. Una sintesi che sulla carta suona improbabile, ma che qui trova una forma sorprendentemente naturale. Da una parte la centralità della canzone, dall’altra una ricerca sonora che lavora per sottrazione e stratificazione. Dopo un lungo volo, il “cavallo bianco” evocato nel precedente capitolo atterra davvero “alla fonte”. E lì Cosmo sembra aver trovato qualcosa di più raro di un nuovo suono: un nuovo equilibrio. Anche a costo di sacrificare, almeno in parte, l’immediatezza delle canzoni che lo avevano reso così riconoscibile.


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