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Come riscrivere le regole del concerto, secondo David Byrne

22.02.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Tredici persone vestite tutte uguali di blu fanno un inchino verso la platea. David Byrne, che ha appena finito di cantare “Burning down the house”, fa un passo indietro, un ultimo saluto e si chiude il sipario.
Termina così, in maniera teatrale, il ritorno dell’ex Talking Heads in Italia dopo otto anni. E quel teatro l’hanno davvero tirato giù, come recitava l’ultima canzone, con un pubblico incantato, adorante e in piedi a ballare per buona parte dello spettacolo. Già prima dell’inizio si respirava l’aria della serata da non perdere, con una platea di fan storici, artisti e addetti ai lavori (nonostante Sanremo alle porte).
Però definire quello che si è visto sul palco del Teatro degli Arcimboldi è difficile: un concerto, un musical, uno show immersivo con un megaschermo che avvolge la performance, con i musicisti che si muovono liberamente, senza posizione fissa, seguendo coreografie precise. In fin dei conti, i balletti di Byrne sono leggendari da ben prima di TikTok, e non stupisce che una nuova generazione lo abbia riscoperto per la forza delle sue canzoni e per la sua presenza scenica.

Dall’“American Utopia” allo schermo immersivo

Questo spettacolo è incentrato sia sull’ultimo “Who Is the Sky”, sia sul repertorio dei Talking Heads ed è figlio diretto di quello portato in giro otto anni fa con “American Utopia”, ma ne è la versione espansa e più spettacolare. Allora lo spazio era definito dai fili metallici che delimitavano il palco; oggi, al loro posto, c’è un megaschermo che trasforma continuamente l’ambiente.

Lo show si apre poco dopo le 8, con molti posti non ancora occupati, con Byrne che canta “Heaven” per voce, tastiere e archi, con la terra vista dal suolo lunare. Poi, poco alla volta, entra il resto della band e lo schermo, di volta in volta, trasforma lo spazio: diventano le strade e i tetti di New York, una foresta durante “This Must Be the Place”, un magazzino, i balconi italiani che festeggiano il 25 aprile durante il lockdown, un cielo stellato, il mare, un camerino, il suo appartamento, che come recita una canzone dell’ultimo disco è suo amico (“My apartment is my friend”).

Byrne si muove con quella apparente goffaggine che in realtà è diventata negli anni una firma coreografica. In poco meno di due ore smonta e ricostruisce la scena a ogni canzone, lo spazio viene continuamente riconfigurato, mentre lui si divide tra balletti e chitarre. Sul palco non esiste una postazione fissa: anche tastieristi e percussionisti hanno strumenti agganciati al corpo, privi di fili e di legami con un punto stabile. I dodici componenti della band si muovono in continuazione, eseguendo una coreografia dopo l’altra, mentre lo schermo alle loro spalle espande o contrae lo spazio.
E anche lo spazio della platea cambia, con il pubblico che si alza spesso a ballare anche se dovrebbe stare seduto: prima del concerto era stato lo stesso Byrne, con voce fuori campo, a dire che ognuno era libero di fare quello che voleva. E aveva suggerito di limitare l’uso dei telefoni per foto e video, ma è difficile non voler immortalare ogni momento. Oltre che musicalmente stupendo, è un concerto perfettamente instagrammabile, iper-spettacolare ma in maniera opposta al gigantismo imperante del live. Niente effetti speciali, solo corpi in movimento. David Byrne ha riscritto le regole del concerto con poche idee, tanto semplici quanto efficaci.

Love and kindness

A un certo punto Byrne parla di love and kindness come vere forme di resistenza. La sua musica lo è, nei momenti più ironici – esordisce dicendo “Salve, siamo il team canadese di slittino” – sia nei momenti più intensi: in “Life During Wartime” compaiono immagini di cortei anti-Trump, di gente che sfugge all’ICE o che protesta contro i conflitti.
È una delle tante canzoni dei Talking Heads in scaletta che suonano quanto mai attuali nei suoni e nelle idee, e che scatenano la reazione del pubblico, in particolare “This Must Be the Place”, che è la prima a far alzare la platea, “Psycho Killer”, accolta con un boato appena viene riconosciuta la linea di basso, o “Once in a Lifetime”, che chiude il set principale.

Ma anche le nuove non scherzano: “T-Shirt”, singolo uscito dopo l’album, è un’ode all’attivismo da maglietta (“Make America Gay Again”, “No King” o anche “Milan Kicks Ass” sono alcune delle scritte che si leggono sullo schermo), “Everybody’s Coming to My House” si fonde perfettamente con la conclusiva “Burning Down the House”. C’è anche spazio per una cover di “Hard Times” dei Paramore – band che a Byrne è legata a sua volta da cover e omaggi vari. Non c’è soluzione di continuità tra i brani dei Talking Heads e quelli solisti: suono, movimento e messa in scena li tengono dentro lo stesso flusso.

Alla fine, oltre che un gran concerto, è anche una lezione su “Come funziona la musica”, come recita un suo libro: su come può funzionare quando si hanno grandi canzoni e idee, semplici ma geniali, per portarle in scena.

La scaletta

Heaven
Everybody Laughs
And She Was
Strange Overtones
Houses In Motion
T Shirt
Nothing But Flowers
This Must Be The Place
What Is The Reason For It?
Like Humans Do
Don't Be Like That
Independence Day
Slippery People
Moisturizing Thing
My Apartment Is My Friend
Hard Times
Psycho Killer
Life During Wartime
Once In A Lifetime

Everybody's Coming To My House
Burning Down The House

 

 


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