La locandina del Teatro alla Scala per il trittico "McGregor / Maillot / Naharin", in scena dal 18 al 28 marzo, riporta tra le musiche di "Chroma" i nomi di Joby Talbot e Jack White III. Il primo è un compositore britannico, classe 1971, capace di attraversare con naturalezza territori diversi, dalla musica da concerto alle colonne sonore, fino agli arrangiamenti pop e alle creazioni per la danza; il secondo è molto più noto come metà dei White Stripes, il duo che nei primi anni Duemila ha riscritto le coordinate del rock essenziale. Se è vero che da tempo jazz, pop e rock abitano anche i teatri d’opera, soprattutto attraverso il balletto, resta sempre qualcosa di sorprendente nel ritrovare il nome di una rockstar accanto a quello di un compositore contemporaneo in un cartellone scaligero, come se due tradizioni apparentemente lontane trovassero un punto di contatto inaspettato.
Quando il rock si trasforma in classica
Per capire come la musica dei White Stripes sia arrivata fin dentro un balletto, "Chroma" bisogna tornare indietro di oltre un decennio e a un progetto che, già nel titolo, dichiarava la sua natura di ibrido: "Aluminium". L’idea nacque da Richard Russell, fondatore della XL Recordings, che si interrogò su una pratica un tempo diffusa, quella di trasformare canzoni rock in versioni strumentali, e su come questa tradizione si fosse progressivamente persa, lasciando spesso spazio a risultati anonimi, privi di tensione. A raccogliere quella suggestione fu Joby Talbot, allora già attivo tra musica colta e pop. In un'intervista concessa al "Guardian" nel 2006, Talbot aveva raccontato: "Russell stava riflettendo su quella vecchia tradizione di realizzare versioni strumentali di canzoni rock, chiedendosi perché non si faccia più. Quando si mettono insieme il mondo orchestrale e quello del rock, di solito si finisce con una specie di Muzak blando e anemico. Il nostro obiettivo era evitarlo a ogni costo".
Il compositore - già componente della band Divine Comedy, e che al tempo aveva già scritto per il cinema - tra le altre cose - le musiche per "Guida galattica per autostoppisti" e che nel 2011 avrebbe poi firmato una delle sue opere più ambiziose e acclamate componendo la partitura per il balletto "Alice's Adventures in Wonderland" - decise quindi di evitare qualsiasi effetto decorativo per costruire invece un vero e proprio dispositivo di riscrittura, capace di trasportare i brani dei White Stripes in un universo orchestrale senza svuotarli della loro urgenza. Nacquero così dieci arrangiamenti che non cercavano la fedeltà, ma una nuova identità. "Alcuni brani sembrano colonne sonore perdute di strani film muti degli anni Venti", spiegò Talbot al "Guardian": "Altri ricordano scarti di un western di John Ford, e altri ancora sono semplicemente musica chill-out bellissima e ipnotica. Speriamo che sia qualcosa di impossibile da etichettare".
Quella messa in atto da Richard Russell e Joby Talbot fu un’operazione che convinse subito lo stesso Jack White, il quale diede il suo assenso al progetto dopo aver ascoltato alcune tracce, a patto che venisse mantenuto un approccio essenziale anche nella produzione. "Jack pensava fosse fantastico e continuava a dire che era un grande onore", svelò Talbot: "Aveva una sola richiesta: non potevamo spostarci in uno studio più elegante. Dovevamo fare tutto nel nostro quartiere di Wapping".
Pubblicato nel 2006 in edizione limitata, con tirature che richiamano l’ossessione numerologica di Jack White per il numero tre (3.333 CD e 999 LP), "Aluminium" diventò così un esperimento riuscito di attraversamento tra linguaggi. È proprio da questo materiale (disponibile all'ascolto anche in digitale, qui) che Wayne McGregor attinse quando, nello stesso anno, venne incaricato di creare un nuovo balletto per la Royal Opera House di Londra.
Per dare forma a una creazione che affonda nella fisicità del movimento e nella sua capacità di tradurre in gesto le tensioni più profonde, McGregor scelsedi attingere proprio a quel materiale nato con "Aluminium", individuando nelle riletture orchestrali di Joby Talbot il punto di contatto ideale tra energia rock e costruzione coreografica. Tre di queste trasformazioni entrano così nella partitura del balletto, affiancate alle composizioni originali dello stesso Talbot, contribuendo a definire un tessuto sonoro stratificato e pulsante, in cui il linguaggio essenziale dei White Stripes viene trasposto in una dimensione orchestrale senza perdere la propria urgenza. Rock e musica contemporanea finiscono per fondersi senza gerarchie, alimentando la scrittura coreografica con una tensione costante, quasi fisica, come accade nelle riletture di “Aluminum” dall'album dei White Stripes del 2001 "White Blood Cells", di “The Hardest Button to Button” da "Elephant" del 2003 - il disco della hit “Seven Nation Army” - e di “Blue Orchid” da "Get Behind Me Satan" del 2005.
Chroma alla Scala
A distanza di quasi vent’anni dal debutto nel 2006 a Londra, "Chroma" arriva ora per la prima volta su un palcoscenico italiano e lo fa al Teatro alla Scala di Milano, riportando con sé quella stessa tensione originaria tra mondi diversi in una serata che include anche "Dov’è la luna" di Jean-Christophe Maillot e "Minus 16" di Ohad Naharin.
Anche alla Scala, la musica dei White Stripes, filtrata attraverso il lavoro di Talbot e orchestrata da Christopher Austin, non è semplice citazione, ma struttura portante di una coreografia che vive di contrasti, scarti e accelerazioni. L’apertura su “Aluminium” segna subito il tono, dove l’energia del rock viene tradotta in impulso fisico, in dinamica del movimento. Accanto agli arrangiamenti e le rielaborazioni dei brani di Jack White, ci sono le composizioni originali di Talbot - "Cloudpark", "A Yellow Disc Rising from the Sea", "Transit of Venus" e "Hovercraft" - che contribuiscono a costruire un paesaggio sonoro in continua trasformazione, in cui i confini tra generi si dissolvono. È su questa materia che McGregor innesta la sua scrittura coreografica, fatta di linee spezzate, fuori asse, tensioni improvvise e geometrie che si deformano, trovando nello spazio minimale progettato da John Pawson un contrappunto visivo di rigorosa essenzialità.
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