Cos’è la qualità sonora? E come ascoltiamo la musica? Anche se non ce ne accorgiamo la qualità sonora dipende sempre meno dall’hardware tradizionale e sempre più da come un processore rielabora il segnale in tempo reale. Le nuove AirPods Max 2 sembrano uguali alle precedenti. In realtà raccontano un cambiamento nel modo in cui ascoltiamo la musica:
“Qualità” sonora?
Le domande poste sopra sono apparentemente filosofiche ma anche molto pratiche, sia per l’industria musicale sia per noi ascoltatori. Riguardano il tipo di qualità che ci aspettiamo da una canzone o un album e che tipo di strumenti usiamo per ascoltarli. Un esempio è il dibattito, andato avanti per anni, sulla presenza di un’offerta hi-fi nelle piattaforme: il debutto su Spotify venne annunciato nel 2021 per avvenire davvero solo quattro anni dopo. Nel frattempo era diventato quasi un tormentone, mentre altre piattaforme sceglievano strade diverse - come Apple e la sua scelta di puntare sull’audio spaziale, integrando software e hardware. Fino ad arrivare alle AirPods Max 2: la nuova versione delle cuffione Apple, che sono rivelatrici di un modo di intendere l’ascolto musicale che sta spostando il paradigma.
Hardware, software e le AirPods Max 2
Storicamente siamo abituati a pensare che certi supporti (il vinile, per esempio), certe codifiche digitali (quelle “lossless” che offrono ormai tutte le piattaforme, anche Spotify appunto) e certi strumenti (un giradischi, un certo paio di altoparlanti o cuffie) cambino la qualità sonora. Ed è vero, ma a certe condizioni e livelli che l’utente medio spesso non usa, per comodità o perché costano troppo. Anche gli ascoltatori più esperti, in test ciechi, non sempre distinguono con facilità la differenza tra un file mp3 e uno “lossless”, per esempio. Oggi la qualità media del suono dipende sì dalle scelte che si fanno in studio, ma anche e soprattutto da come quel suono viene elaborato dopo, da un processore.
Le nuove cuffie di Apple sono un esempio perfetto di questo passaggio. Sono state annunciate a sorpresa qualche settimana fa, un anno dopo che Apple aveva aggiornato la versione precedente aggiungendo la presa USB-C e l’ascolto via cavo per migliorare la qualità. Sono state accolte con stupore, quando non scetticismo: esteticamente sono identiche al modello precedente. Stesso design in alluminio, stessa struttura, stessi pregi e anche gli stessi limiti: peso non irrilevante, una custodia “amart” che copre solo i padiglioni e non l’interezza delle cuffie. Non è cambiata la durata della batteria, buona ma inferiore rispetto ad alcuni concorrenti.
A cambiare davvero è ciò che non si vede: il processore. Le AirPods Max passano dal chip H1 all’H2, entrambi proprietari Apple. Le AirPods Max 2 mantengono anche lo stesso driver, ovvero il componente che trasforma il segnale elettrico in suono, in pratica l’equivalente del piccolo altoparlante interno. Ma il chip H2, lo stesso montato dalle AirPods Pro 3, basta a modificare in maniera netta l’esperienza d’ascolto.Come un processore cambia le musica (e una cuffia)
Apple sostiene che grazie al nuovo chip - che permette nuovi algoritmi con cui elaborare il suono - la cancellazione attiva del rumore sia migliorata fino a 1,5 volte rispetto alla generazione precedente. Alla prova è difficile quantificare: le formule percentuali vanno sempre prese con prudenza, ma nella pratica il salto si sente eccome.
Nella prova, il rumore esterno viene gestito meglio, soprattutto nei mezzi pubblici e negli ambienti affollati, senza creare quell’effetto da camera stagna che talvolta accompagna le cuffie ANC più aggressive. La modalità Trasparenza resta un punto di forza: voci e ambiente entrano in modo naturale, senza effetto metallico.
Ma la sorpresa maggiore è nella resa musicale. I driver restano gli stessi 40 mm custom. Eppure le AirPods Max 2 suonano meglio: il merito è dell’elaborazione digitale del segnale, che rende meno centrale la distinzione tra un file “normale” e uno “lossless” nell’ascolto quotidiano.
Si sente soprattutto nell’audio spaziale, dove emerge il lavoro fatto da Apple nell’integrare software e hardware: ascoltando brani codificato in questo modo (qua una spiegazione più dettagliata), gli strumenti sono separati meglio, la scena sonora è più ampia, il suono respira di più. Anche con ascolti stereo tradizionali il risultato è convincente: bassi più pieni ma controllati, voci più leggibili, maggiore pulizia generale.
Come già nel modello precedente, il suono migliora ulteriormente se si collegano le cuffie direttamente al device con cavo USB-C, evitando le conversioni intermedie wireless. Parliamo di sfumature, difficili da cogliere senza attenzione, ma presenti. Non c’è un miglioramento drammatico, quanto la sensazione di un suono più ricco e più equilibrato. Perché stiamo entrando in un’epoca in cui il processore conta quanto, se non più, del driver e dell’hardware tradizionale. O forse ci siamo già entrati senza accorgercene.Ha ancora senso parlare di alta fedeltà?
Negli ultimi anni il dibattito sulla qualità musicale digitale si è spesso concentrato sui file: compressione, alta risoluzione, lossless, bitrate. Lo dimostrava anche, in campo mainstream, il ritardo con cui è arrivata la versione hi-fi di Spotify. Sono temi reali, ma sempre meno decisivi nell’ascolto quotidiano in cuffia wireless, che poi è uno dei modi più diffusi, se non il più diffuso. Se un processore interviene in tempo reale correggendo e adattando il suono, la qualità finale dipende da un sistema complesso. È come quando scattiamo una foto con uno smartphone: il risultato dipende sì dalla lente, ma anche da come il telefono elabora e migliora l’immagine in tempo reale, rendendola più simile a ciò che vediamo con l’occhio.
Le AirPods Max 2, come buona parte di cuffiette e cuffione contemporanee, funzionano con una logica diversa dall’hi-fi classico. Lì si cercava la fedeltà, ovvero la neutralità della catena audio: qui si cerca la miglior percezione possibile attraverso il calcolo e la correzione algoritmica.Nulla cambia, tutto cambia
Va aggiunto che il chip H2 porta anche funzioni come l'audio adattivo, Rilevamento conversazione, Isolamento vocale, Volume personalizzato e traduzione in tempo reale, già viste sulle AirPods Pro 3. Alcune sono accessorie, altre molto utili nella vita quotidiana. Tutte raccontano la stessa idea di Apple: le cuffie non sono più soltanto strumenti per ascoltare musica, ma computer indossabili dedicati al suono.
In generale, le AirPods Max 2 non cambiano nulla all’esterno e quasi tutto all’interno. Chi sperava in un redesign resterà deluso, e probabilmente chi ha acquistato da poco il modello precedente non ha motivi sufficienti per un upgrade immediato. Così come vale il discorso che si fa spesso quando si parla di prodotti Apple: funzionano meglio dentro un ecosistema integrato di hardware e software. Tradotto: su Android perdono una buona parte della comodità e alcune funzioni.
Si poteva osare di più in termini di hardware classico e compatibilità? Decisamente sì, a partire dalla correzione di alcuni difetti storici. Ma la scommessa di Apple è quella da cui siamo partiti: per un pubblico largo, un processore fa la differenza perché non si vede, ma si sente - a prescindere dalle specifiche che guardano addetti ai lavori e appassionati. Oggi la qualità musicale non dipende solo da cosa ascoltiamo, ma anche da cosa la elabora prima che arrivi alle nostre orecchie.
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