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Claudio Lolli, “Ho visto anche degli zingari felici” fa 50 anni

07.04.2026 Scritto da Fabio Zuffanti

Ci sono dischi che sono vere e proprie macchine del tempo. Opere capaci di spingersi oltre la capacità di trasportare l'ascoltatore a rivivere le atmosfere dei tempi in cui sono stati pubblicati. In certi casi si va ancora più a fondo. La puntina cala sul vinile, chiudi gli occhi e d'improvviso ti ritrovi in un altro anno, in un'altra realtà. Non lo senti solo con le orecchie ma con tutto te stesso, sei altrove.

Uno dei casi più eclatanti in Italia è il quarto album di Claudio Lolli, il mai abbastanza celebrato Ho visto anche degli zingari felici. È un attimo, la musica parte e ci si dimentica del 2026 e di tutte le sue storture.

Con un balzo sei nel 1976, periodo alquanto teso nella storia del nostro paese, anni di piombo, anni di rivolte, di crisi. Ma anche di speranze, specie da parte del Movimento studentesco e operaio, che vede nel cospicuo balzo in avanti del PCI alle elezioni il segno di una grande rinascita. Nell'aria c'è confusione ma anche fiducia, è un grande momento di euforia collettiva prima del crollo delle utopie. Tutto questo si respira in maniera quasi tattile mentre si ascolta il disco, le immagini si manifestano oltre la vista, in maniera quasi tattile. Sei lì in piazza Maggiore con gli Zingari come te: giovani, ragazze e ragazzi, il cui spirito rivoluzionario è puro, non macchiato da ideologie estremiste, né tantomeno da pensieri violenti. In loro c'è una sana voglia di cambiamento, e sono pronti ad affrontarlo con intelligenza e passione. Lolli li fotografa e li documenta nel suo disco. Anche lui è uno Zingaro, pronto a osservare tutto quello che ha intorno: storie, personaggi, vicende di attualità, fatti storici e anche intimi. Fino a questo momento è stato il classico cantautore: chitarra alla mano e penna affilata, è riuscito a scavare a fondo nel proprio animo e in quello altrui. Conosce le ferite dell'esistenza e le ha riportate in dischi emblematici già dai titoli: Aspettando Godot (1972), Un uomo in crisi. canzoni di morte. canzoni di vita (1973), Canzoni di rabbia (1975). Album che non risparmiano nulla e nessuno nel loro farsi ritratti impietosi del malessere, del sentirsi fuori posto, della voglia di cambiamento.

Poi, 50 anni fa, qualcosa si muove. Claudio esce dal guscio, si apre alle collaborazioni e comincia a portare in giro le sue creazioni insieme a un gruppo di appartenenti al Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna: Danilo Tomasetta (sax, flauto), Roberto Soldati (chitarre), Roberto Costa (basso) e Adriano Pedini (batteria). L'incontro con l'ensemble è l'occasione per arricchire il tessuto musicale dei suoi brani con strumenti e arrangiamenti che spingono la musica oltre il classico sound cantautorale, tingendosi di jazz e di prog. Nel frattempo nuove composizioni fioccano, specie una lunga ballata nella quale Lolli si lancia a descrivere un momento positivo, di speranze, di visioni. Al di là delle tensioni, degli infiniti dibattiti, della violenza, ci sono gli Zingari felici che meritano di essere immortalati.

Il titolo del brano è ispirato dall'omonimo film del regista jugoslavo Aleksandar Petrović, con un testo che mette in fila tutta una serie di emozioni più o meno negative che l'umanità (lavoratori, studenti, artisti...) del 1976 si porta appresso. Emblematiche certe frasi come "È vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua", "È vero che spesso la strada sembra un inferno", oppure "È vero che beviamo il sangue dei nostri padri e odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici", a esporre in maniera impietosa tutto lo scontento nell'aria. Ma gli Zingari felici fanno l'amore e si rotolano per terra. Gli Zingari felici si ubriacano di luna, di vendetta e di guerra.

C'è una passione sfrenata in queste parole che profumano di esistenza, di autenticità; trasmettono urgenza, amore e sangue. Il tutto condito da una melodia di bellezza impareggiabile. Presto, grazie a nuove idee poetiche e al contributo dei musicisti, la ballata si allarga, si frammenta in due parti e al suo interno accoglie tutta una serie di storie che andranno a formare un unico lungo brano di oltre quaranta minuti, diviso in otto sezioni. Ed è qui che la piazza prende vita. Grazie alla musica e alle parole si respira l'aria di quei giorni, si visualizzano i protagonisti e le storie, anche quelle più drammatiche come l'attentato all'Italicus, compiuto nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 mentre il treno transitava nei pressi di Bologna, nel quale morirono 12 persone.

Tutte le incongruenze di questa sanguinosa vicenda vengono narrate in Piazza bella piazza e in Agosto, senza lesinare critiche a nessuno, in primis all'allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone. In Primo Maggio di festa si parla del Vietnam, in La morte della mosca emerge una meditazione sulla fragilità dell’esistenza: la battaglia del singolo si rivela vana, perché si consuma contro forze più grandi di lui e si disperde in una tensione che finisce per ritorcersi contro gli stessi uomini. Anna di Francia è il ritratto di una donna, una rivoluzionaria con la testa sulle spalle e le idee chiare. Figura fascinosa, da cui il protagonista è al tempo stesso attratto e intimorito mentre riflette sulla complessità delle relazioni in quei giorni. Albana per Togliatti usa una semplice scena conviviale – il bere insieme del vino – per raccontare il tentativo di unire la vecchia e la nuova sinistra dopo il ’68. Il tono è insieme affettuoso e disincantato: quel brindisi rappresenta più un’illusione fragile di unità che una vera soluzione alle divisioni. Da qui si giunge alla reprise conclusiva della title track nella quale Lolli esorta a superare tutte le discordie per riprendersi "la vita, la terra, la luna e l'abbondanza".

L'intera suite scorre senza mai annoiare, con ogni nota al proprio posto, in chiare ascendenze progressive sottolineate da un flauto (che fa molto primi Genesis) e da assoli di chitarra e sax che immergono in un costrutto altamente creativo. Il messaggio del cantautore si eleva così in un suono aperto, che si fa specchio del vasto mondo poetico dei testi. La puntina che si stacca dal vinile di Ho visto anche degli zingari felici è il segnale di ritorno a una realtà che non promette più alcune terre, lune e abbondanze. Per questo conviene rimettere il disco da capo, per tornare a viaggiare in un tempo denso di contraddizioni ma ancora ricco di futuro.


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