Un timido attacco al piano, un potente sax baritono, un sanguigno sax soprano e poi lei: Clàudia Rostey, giovane talento della catalana Sant Andreu Jazz Band, lascia a bocca aperta il Lincoln Center di Winton Marsalis. “I Ain’t Got Nothing But the Blues” è il tema scelto da Joan Chamorro per prendersi la scena con tutta la band, unica formazione europea ad “Essentially Ellington 2025”. Tra le più prestigiose scuole di jazz del Mondo. SAJB è l’unica Band Europea ma di certo non si fa intimorire. L’interpretazione di Clàudia è coinvolgente e, forse senza neanche accorgersi, conduce la Band al successo. Winton Marsalis commenterà così: “This is the vision of the world our kids want to support”.
Clàudia racconta così quel momento:
«New York è stata un'esperienza che mi ha cambiato la vita: ho avuto l'immensa fortuna di condividere quel viaggio con i miei amici e compagni della Sant Andreu Jazz Band. Essere lì, conoscere musicisti incredibili e imparare dai più grandi del Jazz mondiale mi sembra ancora un sogno. Senza dubbio, il momento culminante è stato il riconoscimento del lavoro di tanti anni: vincere il secondo premio con la Band e ricevere la menzione individuale per la migliore interpretazione vocale del Concorso è stato qualcosa di indescrivibile. È stata la conferma che tutto l’impegno, le ore di prove e la passione che mettiamo nella musica hanno un senso profondo. Mi sono portata a casa una valigia piena di insegnamenti e una rinnovata fiducia nel mio percorso»
“Joan Chamorro presenta…” è il disco tributo che SAJB riserva ai musicisti che hanno contribuito maggiormente al successo di Sant Andreu Jazz Band; quello di Clàudia arriva in occasione del ventennale dalla nascita che ricorre quest’anno.
L’album raccoglie 16 temi ed è ricco di collaborazioni, che Clàudia racconta così:
«Registrare con musicisti di questo calibro è stata una lezione di vita: Di Jon-Erik Kellso, Matt Munisteri e Scott Robinson porto con me quella naturalezza quasi organica con cui fanno rivivere lo spirito dei Club, con loro il jazz non è qualcosa del passato, ma qualcosa che accade proprio ora. Joe Magnarelli ha apportato eleganza e calore, la presenza di Paul Nedzela ha dato al disco quel peso e quella raffinatezza che solo chi padroneggia il linguaggio delle grandi orchestre può offrire. Al di là della tecnica, ciò che conservo nel cuore è la loro generosità: mi hanno trattata da pari a pari, sostenendomi in ogni registrazione e ricordandomi che, al di là delle esigenze, la musica è condivisione e divertimento. È questo insegnamento personale che ora cerco di trasmettere in ogni nota.
L'intero album ha una forte connotazione emotiva che nasce da uno studio approfondito delle fonti e delle grandi interpreti del passato. “I Loves You Porgy” è un brano molto impegnativo perché richiama alla mente Nina Simone e l’American Drama di Gershwin. Come ti sei preparata per interpretarlo?
«Sono cresciuta circondata dai musical di Broadway degli anni '20. Era la colonna sonora a casa con mia madre e mi ha persino portata a formarmi in interpretazione musicale a Londra. Per me, il Jazz vocale non può essere compreso senza l'eredità lirica di Gershwin o la raffinatezza romantica di Cole Porter. “I Loves You, Porgy” è una sfida enorme non solo per il peso storico di riferimenti come Nina Simone, ma per la sua nudità. Mi sono preparata lavorando molto sulla tessitura, specialmente sul controllo e sul calore nel registro grave, ma soprattutto mi sono immersa nel contesto drammatico dell'opera. Credo fermamente che la tecnica e l'interpretazione debbano andare di pari passo: la tecnica ti dà la libertà necessaria affinché, nel momento in cui canti, tu possa dimenticarti della voce e concentrarti esclusivamente sull'emozione che il testo richiede».
Nell'album c'è spazio per tanta allegria, divertimento e intrattenimento, ma il ritmo è frenetico, e i testi in inglese non sono per tutti.
«Lo swing veloce ha un'energia coinvolgente, ma richiede un controllo assoluto. In brani come “I’m Hip” o “Tea for Two”, il lavoro è stato quasi da orafo: ho trattato il testo come se fosse uno scioglilingua, dove ogni sillaba deve incastrarsi con il beat. Nonostante quel ritmo frenetico, non volevo che l'ascoltatore notasse lo sforzo. Volevo che la tecnica fosse al servizio del divertimento, riuscendo a trasformare quella complessità in pura leggerezza e intrattenimento. In fin dei conti, il jazz è anche questo: far sembrare facile ciò che è difficile. Questi sono due brani in cui mi diverto tantissimo.»
Non c’è solo jazz in questo album, ma anche tanto blues e qualcos’altro.
«”I’ll Fly Away” è uno spiritual di incredibile forza. Ho sempre saputo che avrebbe fatto parte di questo disco: è stato uno dei primi brani che ho proposto a Joan. Ha un significato personale ineludibile: è la canzone preferita di mio padre e volevo che fosse, in un certo senso, un regalo per lui, soprattutto avendo l’opportunità di registrarla con lui, mia sorella e mia madre.»
Cosa ti ha spinto a scegliere il trombone: cosa cerchi nei tuoi assoli, quali suoni, cosa ti piace?
«Il trombone è entrato nella mia vita quasi per caso e in età piuttosto avanzata. Mi sono sempre sentita più attratta dal lato lirico e melodico dello strumento che dal virtuosismo tecnico puramente acrobatico. Il mio principale punto di riferimento è Steve Davis, di cui ammiro la capacità di costruire frasi con una logica musicale perfetta. Nei miei assoli cerco sempre quella qualità “cantabile”. Perseguo un suono morbido, vellutato e caldo, privilegiando sempre la bellezza della linea melodica rispetto alla velocità.»
Progetti futuri?
«In questo momento, la mia priorità è continuare a perfezionare la mia voce, sia al trombone che come cantante. Mi sto dedicando ad approfondire il mio suono e la mia espressività, lavorando fianco a fianco con il mio quartetto. Il mio obiettivo principale è continuare a costruire quel suono personale che mi definisce e portarlo sul palco con la massima onestà possibile. Ci sono molte idee in cantiere, ma ora è il momento di godersi questo disco e lasciare che ci apra nuove porte.»
Quali sono i brani preferiti del tuo album?
«Se dovessi scegliere, opterei per l’energia di “I’m Hip”, la magia ritmica di “That Old Black Magic” e, naturalmente, “I’ll Fly Away”. Guardando al futuro, non vedo l’ora di esplorare nuovi standard: mi piacerebbe interpretare a modo mio brani come “Someone to Watch Over Me” o “On the Street Where You Live”, concentrandomi sulla parte vocale. E per quanto riguarda il trombone, mi motiva molto la sfida di dare vita a composizioni di Curtis Fuller, come ad esempio “Judy’s Dilemma”: il suo linguaggio è una fonte di ispirazione costante per qualsiasi trombonista che cerchi quell’equilibrio tra tecnica e sentimento.»
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