La sera del 14 ottobre 1994, quando il pubblico entrava nelle sale cinematografiche per assistere alla prima proiezione pubblica di Pulp Fiction, la sequenza del ballo al ristorante Jack Rabbit Slim’s si impresse immediatamente nell'immaginario collettivo. John Travolta e Uma Thurman, senza scarpe nella coreografia diventata iconica, si muovevano sulle note di You Never Can Tell, un brano pubblicato da Chuck Berry trent’anni prima, nel 1964. Un riuscito momento di intrattenimento, senz'altro; un felice recupero di una canzone d'epoca, senz'altro; ma forse questo accostamento, Chuck Berry e Quentin Tarantino, può dirci di più (su entrambi). Oggi, nel centenario della nascita di Berry — nato il 18 ottobre 1926 a St. Louis, Missouri — ricordiamo un genio senza pari, che con Tarantino ha più punti in comune di quanto si possa pensare: tra la musica dell'uno e il cinema dell'altro c'è un legame strutturale e metodologico profondo, che definisce il modo in cui la cultura di massa americana ha imparato a raccontare sé stessa.
La nobilitazione della cultura di consumo
Tanto Chuck Berry quanto Quentin Tarantino hanno impostato la propria carriera su un'operazione di sintesi e di riscatto della cosiddetta "cultura di serie B". Berry ha attinto a piene mani dal country rurale e hillbilly tradizionalmente associato al pubblico bianco (come nel caso di Maybellene, riadattamento del classico Ida Red), dal boogie-woogie, dal blues dei quartieri segregati e dal rhythm and blues di matrice urbana, fondendoli in una formula sonora inedita e rivoluzionaria. I suoi testi non cercavano l'astrazione poetica colta: descrivevano con precisione l'universo dei consumi giovanili dell'America degli anni Cinquanta, dalle automobili ai negozi di dischi, dalle stazioni di servizio ai primi fast food, dai jukebox a piccoli screzi scolastici.
Tarantino ha applicato il medesimo principio alla storia del cinema, prelevando elementi dai generi ritenuti marginali dalla critica d'essai — b-movie polizieschi, film d'arti marziali di Hong Kong e spaghetti western di Sergio Leone — per poi riorganizzarli all'interno di strutture narrative più complesse; uno stratagemma che avrebbe poi influenzato una parte significativa del cinema postmoderno. Sia per Berry sia per Tarantino, il materiale "pop" cessa di essere intrattenimento di consumo e diventa materia prima per fondare un nuovo canone.
La composizione per sequenze
La scrittura letteraria di Chuck Berry si distingue nell'ambito della prima stagione del rock and roll per una spiccata e quasi premonitrice natura visiva. Le sue canzoni possono descrivere uno stato d'animo, sì, ma lo fanno sviluppando al contempo sceneggiature concentrate nello spazio di tre minuti. Prendiamo proprio la "tarantiniana" You Never Can Tell, concepita nei primi anni Sessanta durante il periodo di detenzione e registrata all'inizio del 1964, poco dopo la sua scarcerazione. Il brano mappa la traiettoria d'indipendenza di due giovani sposi attraverso dettagli oggettistici e d'ambiente ben precisi: la casa ammobiliata, il frigorifero Coolerator con i pasti pronti e il ginger ale, l'impianto hi-fi e i dischi, fino all'automobile elaborata, rosso ciliegia, del 1953, con cui raggiungono New Orleans per festeggiare l'anniversario.
È esattamente questa capacità di condensare un mondo in pochi micro-dettagli ad aver spinto Tarantino a scegliere quel brano per la celebre scena di Pulp Fiction. Il regista ha rivelato di aver rintracciato nel testo, in particolare nei riferimenti a «Pierre» e alla «mademoiselle», un'atmosfera capace di richiamare il cinema della Nouvelle Vague francese. Un riferimento che dialoga con l'omaggio a Jean-Luc Godard e, in particolare, alla sequenza danzata di Bande à part — pur rimanendo radicata nel cuore pulsante dell'iconografia americana.
Una questione di ritmo e di metrica
Un ulteriore ed essenziale elemento di convergenza risiede nella padronanza del ritmo e del lessico. Berry ha contribuito in modo decisivo a definire il linguaggio giovanile del rock and roll, introducendo un'articolazione sillabica rapidissima, quasi percussiva, scandita da giochi di parole, neologismi e calembour legati allo slang di strada. La sua prosa cantata, caratterizzata da una dizione chiarissima e incalzante, ha fatto scuola; un modello imprescindibile per tutta la successiva generazione di grandi cantautori americani, dalla prosa fluviale del talking blues di Bob Dylan all'immaginario di Bruce Springsteen. Senza dimenticare Elvis, i Beatles, Hendrix, gli Stones...
Tarantino adotta un meccanismo analogo nella stesura delle sue sceneggiature, dove la parola parlata anticipa e guida l'azione. Il dialogo tarantiniano sfrutta la conversazione quotidiana, apparentemente frivola, digressiva o marginale — le dissertazioni sui nomi dei panini nei fast food europei, sui massaggi ai piedi o sulle canzoni di Madonna — come strumento di caratterizzazione psicologica dei personaggi. Le lunghe digressioni verbali dei suoi film funzionano come un riff di Berry: accumulano tensione, stabiliscono il tempo della scena e garantiscono la progressione del racconto.
Berry non ha inventato da solo il rock and roll, ma ne ha forgiato il linguaggio musicale e narrativo in maniera determinante. Con i suoi riff, il fraseggio chitarristico e i testi dedicati alla vita quotidiana degli adolescenti americani, ha consolidato un modello destinato a influenzare profondamente le generazioni successive. In un mercato discografico segnato dalla segregazione razziale, la sua musica raggiunse un pubblico vastissimo, contribuendo a trasformare il rock and roll in un fenomeno culturale internazionale. Senza la sua capacità di sintetizzare l'identità sociale, le tensioni e i desideri della gioventù del secondo Novecento all'interno di una forma canzone perfetta e autosufficiente, l'intera evoluzione del rock, del pop e della cultura giovanile occidentale semplicemente non avrebbe avuto il medesimo corso. «Se doveste dare un altro nome al rock and roll, potreste chiamarlo "Chuck Berry"» disse, giustamente, John Lennon.
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