Teddy Pendergrass (1950-2010): una lezione di sopravvivenza
People ask me how I keep going.
I say: because music still keeps me alive.
Il 5 maggio 1977 il «Philadelphia Daily News», un quotidiano con una tiratura di circa 110.000 copie, organizzò una gara di ballo al Philadelphia Veterans Stadium, un’arena situata nella parte sud della città. Vi parteciparono 42.000 persone. Quella gara fu la consacrazione, ma anche la fine, di un fenomeno che era esploso in tutto il mondo: la disco music. A Philadelphia già da alcuni anni quel ritmo in 4/4 aveva fatto proseliti grazie a una coppia di autori, Kenny Gamble e Leon Huff, che nel 1971 fondarono un’etichetta discografica, la Philadelphia International, il cui suono riuscì a cavalcare l’ottimismo che i possibili cambiamenti sociali del post-Watergate diffusero in tutta l’America. Quell’ottimismo durò poco.
Nell’East Village di New York il punk emetteva i primi vagiti, i dj di origine giamaicana del Bronx stavano cercando di sperimentare nuove tecniche di missaggio, mentre i rapper si autocelebravano in rime verbose e logorroiche. Furono cambiamenti fondamentali che scossero lo show business segnandolo in maniera indelebile. Ma chi ha vissuto quegli anni non può dimenticare il ruolo importante che il “Sound of Philadelphia” ha avuto, almeno dal punto di vista strettamente musicale, su tutta la scena della black music statunitense. Gamble & Huff, con le loro esortazioni alla tolleranza e al rispetto dei valori della comunità afroamericana, fecero breccia nella sensibilità collettiva dell’epoca riempiendo dinuove vibrazioni i club delle periferie più diseredate. Il “Sound of Philadelphia” era radicalmente diverso dal suono di Detroit della Tamla Motown e con i suoi parossistici ritmi di basso e batteria riempì le dance-hall (all’epoca si chiamavano discoteche) di tutto il mondo. Così, mentre le altre etichette discografiche si limitavano a sfornare rifacimenti di consunte formule rhythm & blues, la Philadelphia International riuscì a catturare il suono della giovane America nera sbalordendo l’industria della musica con un fatturato annuo superiore ai 25 milioni di dollari, diventando, alla metà degli anni Settanta, la quinta compagnia discografica nera di tutti gli Stati Uniti.
Pensare però che un fenomeno di tale portata potesse nascere così all’improvviso è quantomeno ingenuo. Come sempre avviene nella musica, i movimenti si stratificano in maniera sotterranea ed è il sottobosco dei sidemen, professionisti spesso provenienti dal jazz, a disegnare le coordinate di stili in grado di fare breccia sul mercato. Nel caso del suono di Philadelphia i musicisti utilizzati erano jazzisti perfettamente in grado di padroneggiare un ritmo sofisticato, sulle cui basi si cimentavano voci potenti provenienti dalla tradizione del gospel come Teddy Pendergrass, Harold Melvin, Jean Carn, Lou Rawls. Le piste da ballo di tutto il mondo furono invase dalle canzoni delle Three Degrees, degli Intruders, la cui I’ll Always Love My Mama è stata la chicca delle scalette di molti dj dell’epoca, e la voce imponente di Eddie Levert degli O’Jays si faceva sentire con I Love Music, Love Train, Back Stabbers.
In quegli anni, un’epoca che potremmo definire pre-disco, l’inno divenne Tsop (The Sound of Philadelphia) suonato dall’orchestra della Philadelphia International, i Mfsb (Mother, Father, Sister and Brother, presto ribattezzati “Mother Fucking Son of Bitch”), che fu anche il motivo conduttore di un popolarissimo programma televisivo, un cult ancora oggi: Soul Train. Fu uno dei periodi più felici della black music e non è un caso che tutto questo sia accaduto a Philadelphia, una delle città in cui l’immigrazione nera è avvenuta in maniera massiccia. I suoi due mondi più importanti, quello del jazz e del soul, spesso interagiscono tra di loro e non è raro che jazzisti di valore collaborino alla realizzazione di dischi soul, come Wallace Roney e Ari Hoenig, che hanno impreziosito con il loro lavoro (insieme a Russell Malone e Daryl Johns) il penultimo disco della soul singer Macy Gray, intitolato Stripped.
La storia si ripete: il jazz, si sa, spesso non dà pane ed è quindi necessario rivolgersi a mondi musicali in cui girano più soldi. Nella prima metà degli anni Settanta un manipolo di jazzisti di grande valore partecipò attivamente all’affermazione sul mercato del “Philly Sound” un fenomeno che, per questo, etichettare in modo riduttivo, come accadde in quegli anni soprattutto da parte della critica nostrana, è un esercizio che tradisce ignoranza e scarsa attenzione per i fatti che attengono al variegato mondo della black music americana.
Il cantante che più di tutti, a mio avviso, rappresentò con la sua voce quel periodo fu Teddy Pendergrass, uno che aveva iniziato la sua avventura nella musica come batterista ma si riscoprì una voce profonda, sensuale, magnetica. Nato nel Sud Carolina e cresciuto a Philadelphia, Pendergrass fu dapprima il batterista dei Cadillacs, un gruppo vocale e poi, nel 1970, venne reclutato, sempre come batterista, da Harold Melvin per i suoi Blue Notes; il quale però, dopo averlo ascoltato cantare, decise che doveva diventare la voce solista del gruppo. Harold Melvin & The Blue Notes, con la voce di Teddy Pendergrass, divennero una delle punte di diamante del Philly Sound. Chi non ricorda hit come If You Don’t Know Me By Now, oppure Wake Up Everybody, Bad Luck o The Love I Lost (uno dei primi esempi di proto disco)? E fu Teddy Pendergrass, con la sua voce baritonale, a rappresentare il vero motore del successo del gruppo.
Nel 1975 però ebbe delle divergenze economiche e artistiche, per cui intraprese una carriera solista che esplose immediatamente: uscirono Teddy Pendergrass (1977), Life Is a Song Worth Singing (1978), Teddy (1979), forse il suo album più celebre, e Tp (1980), in cui era contenuta Love Tko. Teddy divenne il sex symbol del soul, forse più di Marvin Gaye e forse anche per i suoi concerti in cui, suadente e carismatico, si esibiva in accappatoio. La fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta furono il suo momento di splendore.
Il 18 marzo 1982 la sua Rolls Royce si schiantò contro un albero e il cantante rimase paralizzato dal torace in giù, costretto a vivere il resto della sua vita su una sedia a rotelle. Un trauma devastante. Dopo un periodo di depressione, però, ritornò sulla scena e nel 1984 uscì Love Language, in cui è contenuto un suo duetto con Whitney Houston intitolato Hold Me. Nel 1985 partecipò al Live Aid tornando per la prima volta sul palco dopo l’incidente – un momento molto emozionante – e da quel momento la sua produzione assunse un tono meno spensierato e più religioso, ai confini con il gospel, una dimensione alla quale la sua voce si prestava molto bene. Uscirono Joy (1988) e Truly Blessed (1991).
Dopo si ritirò progressivamente dalle scene e morì, il 13 gennaio 2010, per complicanze legate a un intervento chirurgico.
Se volete sapere qualcosa di più sulla sua grandezza vi consiglio di procurarvi un documentario che è stato trasmesso dalla Bbc nel 2018: Teddy Pendergrass: If You Don’t Know Me. Oggi Teddy Pendergrass è considerato uno dei più grandi interpreti del soul di sempre, insieme ad Al Green e a Marvin Gaye.
Questo testo è tratto da “Black Beauty”, Edizioni Low, per gentile concessione dell’autore e dell’editore
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