“Ero annoiato e ho pensato di andare a Sanremo”: così Chiello aveva raccontato la sua decisione di partecipare al Festival. Non è andata benissimo: una scelta che ha generato un passaggio sostanzialmente trasparente. Sulla carta “Ti penso sempre” era una delle canzoni più interessanti in gara, diversa perché basata su un suono elettrico in contrasto con il mood balladero generale di quest’anno. Portata su quel palco, però, performance poco incisive e il tira e molla con Morgan - prima chiamato per le cover, poi il forfait e le versioni contrastanti (entrambi hanno detto che era una decisione loro) - hanno finito per confondere ulteriormente il quadro.
Un altro discorso è “Agonia”, il disco uscito in questi giorni e che Chiello aveva presentato dal vivo con uno showcase lo scorso febbraio, ponendo l’accento sulla dimensione live del progetto.
Quando poco fa si diceva “sulla carta” si cercava di spiegare un punto: certe canzoni a Sanremo funzionano meglio in versione studio che non nelle performance. Ed è sicuramente il caso di “Ti penso sempre”, che ha alle spalle un progetto forte, anche di riposizionamento del cantante in un campo più rock classico. A partire dalla realizzazione, Chiello è andato a registrare a Memphis, negli studi del compianto Steve Albini, ovvero il nome del rock indipendente americano. Nella scrittura si sente la mano di Tommaso Ottomano, presente in tutte le mani: il chitarrista di Lucio Corsi, che Chiello conosce da tempo, è chiamato a dare sostanza e credibilità a tutto il progetto.
Non è un caso: fin dal primo ascolto, il disco si muove in un territorio sonoro che richiama il rock alternativo americano degli anni Novanta e l’indie dei Duemila. Un immaginario che non appartiene direttamente alla generazione di Chiello - classe 1999 - e che lui stesso racconta in maniera istintiva più che teorica: scoperto grazie ai musicisti con cui lavora, diventato poi un percorso da seguire. Chiello è un grande affabulatore ma, con qualche limite, il progetto funziona.
“Agonia” è un disco con un suono definito, una direzione chiara e una scrittura ed un'estetica coerenti. “Agonia”, più che un concept album dichiarato (concetto che Chiello ha smentito nelle interviste), è un disco attraversato da una dimensione esistenziale e riflessiva, a tratti autoindulgente ma che nel suo impianto crea un racconto preciso. Anche l’immaginario visivo va in quella direzione: la copertina, una fotografia di Todd Hido, con le sue case isolate e illuminate nel buio, restituisce perfettamente quel senso di sospensione che attraversa le canzoni.
Chiello costruisce brani che parlano di smarrimento e indecisione: non mancano passaggi più prevedibili, sia nella scrittura musicale che in quella dei testi, con qualche luogo comune che affiora qua e là, almeno alle orecchie di chi quel suono lo ha vissuto in diretta nella sua forma originaria, essendo di un’altra generazione. Ma il tentativo è sostenuto da un lavoro produttivo solido: c’è un’idea, seguita fino in fondo.
Il disco funziona meglio nei brani più veloci e chitarristici: sono quelli in cui il progetto trova la sua forma più convincente: pezzi come la nirvaniana “Vulcano” e “Desaturarsi” lavorano su un’estetica che guarda apertamente al grunge e all’alternative rock, con un suono di chitarra pieno e stratificato. È una sintesi di modelli riconoscibili, derivativa, ma eseguita con efficacia. Meno incisive, invece, le ballate e i momenti più minimali come “Lupo” o “Spero almeno”, dove la prevedibilità delle soluzioni diventa più evidente.
“Agonia” è un lavoro in cui Chiello prova a riposizionarsi, spostandosi verso un immaginario rock più strutturato e consapevole. In questa dimensione, lontano dalle dinamiche del Festival, funziona.
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