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Chi era pronto a portare la bara di Caparezza?

24.03.2026 Scritto da Lucia Mora

Vent'anni fa, il 24 marzo 2006, la musica italiana assisteva a un evento paradossale: il funerale di un artista che non era mai stato così vivo. Con "Habemus Capa" (qui la playlist di Rockol), Michele Salvemini – in arte Caparezza – pubblicava il suo terzo album in studio (il quinto, se consideriamo i due firmati Mikimix) e metteva in scena il decesso artistico del personaggio che lo aveva reso celebre con “Fuori dal tunnel”, per rinascere in una forma più oscura, complessa e stratificata.

La morte come atto di libertà

Se “Verità supposte” (2003) era l'album dell'esplosione, “Habemus Capa” è quello dell'implosione controllata. Il disco si apre con l'annuncio della morte di Caparezza e prosegue come un viaggio attraverso le sue reincarnazioni.

Questo espediente narrativo permette all'autore di cambiare prospettiva in ogni traccia: in "La mia parte intollerante" è l’intollerante; in “Torna catalessi” è il rassegnato; in “Dalla parte del toro” è l’animale che si ribella al padrone, metafora della lotta contro la violenza del potere; negli “Insetti del podere” è il politico corrotto e manipolatore.

Questa struttura rende l'album un concept album circolare, dove la morte non è la fine, ma l'unico modo per sfuggire alle etichette dell'industria discografica che volevano Caparezza confinato nel ruolo di "giullare televisivo".

La produzione e il dizionario caparezziano

Dal punto di vista sonoro, in “Habemus Capa” prosegue la fortunata collaborazione (che continuerà fino al “Sogno eretico” del 2011) con Carlo Ubaldo Rossi, produttore che ha saputo tradurre le visioni eclettiche di Caparezza in un suono estremamente stratificato.

L'album abbandona i campionamenti hip hop più elementari per abbracciare un sound crossover: le chitarre distorte sono molto più presenti rispetto al passato, strizzano l'occhio al metal e al punk rock, mentre Caparezza inizia a sperimentare con diversi registri vocali, modulando il timbro per interpretare i vari personaggi – tecnica che diventerà il suo marchio di fabbrica.

Tecnicamente, la scrittura di Salvemini in questo disco raggiunge vette di complessità rare, dall'uso sistematico di allitterazioni, citazioni colte (da Verga a Cartesio) ai giochi di parole multilivello.

Da “Habemus Capa” a “Orbit Orbit”

“Habemus Capa” è l’emblema della critica sociale feroce (ma sempre autoironica) del rapper di Molfetta, che in “Orbit Orbit” comunica la stessa voglia di scappare: nel 2006 fuggiva dai riflettori, nel 2025 fugge dall'atmosfera terrestre. Non è più il tunnel della celebrità a preoccuparlo, ma la miseria umana, analizzata da una prospettiva astronomica.

Vent’anni fa Caparezza era un attore trasformista votato alla satira tagliente, radicato nelle contraddizioni dell'Italia post-berlusconiana; oggi è un osservatore focalizzato sul rapporto tra uomo, tecnologia e infinito.


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