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Che Michael Jackson racconta "Michael"

13.04.2026 Scritto da Elisa Giudici

Non poteva che essere una questione di famiglia il primo film biografico che mira a contenere su grande schermo il mito musicale e la controversia umana di Michael Jackson: tanto che il clan dei Jackson appare ovunque nel lungo processo di lavorazione della pellicola, non solo sul piano narrativo.
A partire da Jaafar Jackson, nipote di MJ (è il figlio di Jermaine Jackson, fratello maggiore di Michael), scelto per incarnare su schermo lo zio col cui mito si è confrontato fin da piccolo. La somiglianza fisica è evidente, ma Jaafar non aveva mai recitato, cantato, ballato a livello professionale o in pubblico. Prima di rivelare alla famiglia di essere stato scelto per il ruolo, dice di aver studiato in segreto recitazione e danza per ben due anni.
A scovarlo è stato Graham King, produttore del film. Dopo il successo di “Bohemian Rhapsody,” il popolarissimo biopic su Freddie Mercury, è a lui che si rivolge Antoine Fuqua esprimendo il desiderio di raccontare Michael Jackson ai vecchi fan e alle nuove generazioni con un film dedicato. Il progetto ha il sostegno della Jackson Estate, che si accolla anche i costi extra (tra i 10 e i 15 milioni di euro secondo Variety) per 22 giorni aggiuntivi di riprese aggiuntive quando il film deve essere stravolto nel suo approccio, concludendosi molto prima di quanto previsto a livello temporale e soprattutto evitando menzione delle accuse di pedofilia mosse a Michael Jackson, con cui inizialmente si doveva aprire il film (sempre secondo alcune indiscrezioni trapelate negli scorsi mesi).

Una “censura” dovuta a un procedimento legale: nel patteggiamento con uno degli accusatori della pop star, Jordan Chandler, era espressamente citato il divieto di menzionarlo in eventuali adattamenti filmici. Un errore paradossale (non accorgersi prima che la questione nel film non poteva essere affrontata per questioni legali) che ha portato a cambiare il ritratto di MJ dato nel film. Non è l’unica assenza: nella pellicola mancherebbe del tutto la figura di Janet Jackson, che sarebbe contraria al progetto pur non essendosi mai espressa pubblicamente in merito. Parlava per lei l’assenza sul red carpet berlinese dell’anteprima mondiale, dove si è presentata solo parte della famiglia. Non ha usato mezze misure neanche Paris Jackson, più che contraria all’intera operazione. La figlia di Michael Jackson e Debbie Rowe ha definito il film pieno di “inesattezze e bugie”.

Quali sono dunque le verità di questo film su Michael Jackson, sostenuto dai fratelli Jackie e Jermaine Jackson e dai figli Prince e Bigi Jackson, che poche ore fa hanno sfilato sul red carpet? In attesa che scada l’embargo del film, ho cercato di capire che tipo di ritratto voglia fare del re del pop parlandone con il produttore Graham King, il regista Antoine Fuqua e il protagonista Jaafar Jackson.

Perché hai deciso di affrontare una figura come Michael Jackson dopo aver provato a raccontare Freddie Mercury, raccogliendo un grande successo popolare ma anche molte critiche di metodo?
Graham King –
 Antoine mi ha chiamato e mi ha detto: “Voglio fare un film su Michael Jackson”. Aveva quella sicurezza. Io Michael l’ho conosciuto personalmente. Eravamo in contatto fin dai primi anni Ottanta, e conoscendolo davvero, mi è sembrata una sfida enorme tentare di sintetizzarlo in un film. All’inizio l’idea di fare un film su Michael Jackson non veniva presa molto sul serio proprio per la portata dell’impresa, ma quando ci abbiamo lavorato seriamente, a ogni passo tutto sembrava andare nella direzione giusta. John Logan ha scritto una sceneggiatura fenomenale, che ci ha molto aiutato. Le difficoltà non sono mancate, ma io affronto sempre questi biopic come un viaggio spirituale. Alla fine arriva il momento in cui chiami qualcuno e gli dici: “Pranziamo insieme” e il progetto comincia sul serio. Dopo l’avvio della pre-produzione si è formata una troupe straordinaria: avevamo 415 tecnici sul set ogni singolo giorno di riprese, tutti lì per amore di Michael: si percepiva la differenza da un set “normale”.

Antoine, sei stato tu a proporre di fare un biopic su Michael. Una volta convinta la produzione, come avete messo insieme un cast chiamato a interpretare musicisti e artisti tanto riconoscibili a livello globale?
Antoine Fuqua –
 Cerchiamo sempre di far lavorare gli attori insieme e creare quel tipo di dinamica che vada oltre la semplice professionalità musicale, raccontandone anche la dimensione umana, ma non sempre funziona in modo programmabile. A volte sono gli attori a dover trovare il modo di farlo succedere. Io e Graham prepariamo tutto dal punto di vista tecnico, mentre loro fanno il loro lavoro. A volte, con i grandi attori, non capisci cosa succederà finché non li vedi in scena. Li senti parlare, li osservi, ma poi quando sono davvero insieme, in quel momento, allora percepisci la vicinanza al personaggio che vanno a rappresentare. In questo caso avevamo due interpreti per il Michael bambino e adulto - Juliano Krue Valdi e Jaafar Jackson - che non avevano mai recitato prima, digiuni dalla recitazione: è stata una scommessa, ma già ai primi take avevamo capito che era vinta.

Jaafar, tu interpreti la più grande popstar del mondo, ma anche una figura che per te ha anche un significato personale e familiare, dato che Michael era anche tuo zio. In che modo questo legame ha influenzato il tuo lavoro sul personaggio?
Jaafar Jackson –
 Crescendo io mi sono sentito sempre molto connesso con Michael e provare a interpretarlo me l’ha fatto realizzare ancora di più. Quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta, ci sono stati tanti momenti in cui mi sono messo a piangere, mi sono emozionato molto, ho sentito una connessione profonda con il Michael raccontato nel copione. Mi ha riportato ai miei primi ricordi d’infanzia, quando avevo quattro o cinque anni: all’epoca già studiavo il suo lavoro, come si muoveva e cantava durante il Dangerous Tour e il periodo di “Smooth Criminal”, erano le sue “ere” che preferivo da bambino: guardavo quei filmati in continuazione, cercando di imitare i movimenti. Leggendo la sceneggiatura, sono tornati a galla tutti quei ricordi. Quello è stato l’inizio, poi c’è stato tutto il processo dei mesi e anni successivi.

Crescendo immerso nella musica e nello stile con cui Michael teneva il palco, come ha influenzato la tua crescita di artista?
Jaafar Jackson –
 È interessante, perché quando ho iniziato a lavorare sul movimento con i coreografi del film Rich Talauega e Tone Talauega (che con Michael ci avevano lavorato) ero molto consapevole di come mi muovevo, mi sentivo strano nel mio corpo mentre cercavo di assorbire quei movimenti familiari ma non miei. Da bambino avevo più libertà: non la prendevo così sul serio, era più un essere nel momento; farlo seriamente, sapendo che mi stavo preparando per un ruolo, nelle prime fasi è stato molto difficile, perché non ero abituato a muovermi a quel livello. Imparare il significato dietro i movimenti è stata per me una scoperta completamente nuova. Man mano che entravo più a fondo nel processo, sentivo di aver sbloccato qualcosa dentro di me, grazie alla continua ripetizione in fase di allenamento. Anche se sentivo di aver imparato un movimento, continuavo comunque a lavorarci sopra per ore e ore, finché non arrivava il momento di girare. Essere cresciuto circondato da quella musica fin dai miei primi ricordi credo mi abbia dato in modo naturale una spinta non tanto a imitare o a replicare, ma a sentirla dentro di me. Doveva venire dal mio centro, dalla mia anima, non dal tentativo di copiare Michael. La cosa più importante per me era catturarne l’essenza, ma anche assicurarmi di sentirla davvero. Guardavo tutti i filmati e li studiavo nel dettaglio più minuscolo, ma a volte smettevo anche di guardarli per due o tre mesi e mi concentravo sul lavoro di memoria, lasciando anche a me stesso la possibilità di sorprendermi. È stato un processo molto divertente. Ricordo solo che il primo giorno avevo accumulato così tanta energia, per tutti quegli anni di preparazione, che non vedevo l’ora di liberarla. Iniziare da lì è stato il modo migliore, perché ha rotto il ghiaccio. Mi ha sorpreso il fatto di essere allo stesso tempo così calmo. Non sono entrato sul set pensando: “Sarò nervosissimo”, non sapevo nemmeno cosa aspettarmi. Era la mia prima volta su un set. Imparavo cose nuove ogni giorno.

Antoine, Michael ha cambiato per sempre il modo di concepire i grandi concerti negli stadi. Come volevi che le sequenze dei concerti venissero percepite dal pubblico in sala?
Antoine Fuqua –
 Il più possibile come se il pubblico in sala fosse a un concerto di Michael Jackson: era questo il mio obiettivo. Volevamo un mix tra la voce di Jaafar e quella di Michael e i nostri sound mixer erano incredibili, affiancati da montatori eccezionali con cui lavorare. Rispetto all’esperienza di un concerto dal vivo, in un film costruisci il crescendo. Quindi quando lo vedi mettersi la giacca e salire sul palco per esibirsi, sai che stai guardando un essere umano, perché abbiamo già raccontate speranze e insicurezze. In un film puoi farlo e puoi sentirti più vicino, perché puoi regalare la sensazione di sapere chi fosse, o almeno di intuire chi fosse. Noi tutti amiamo Michael Jackson ma volevamo che si capisse che era un essere umano, Michael: questa è la verità. Noi volevamo che vi avvicinaste a lui, che conosceste Michael Jackson più da vicino, che arrivaste davvero a conoscerlo.

Che cosa ha significato girare nei luoghi reali della famiglia Jackson?
Jaafar Jackson –
 È stato davvero forte. Soprattutto nella sua stanza. Era lì che guardavo tutti i tour e i filmati di mio zio, dove guardavamo insieme i film di Charlie Chaplin che amava così tanto. Stare in quelle stanze… io ci sono cresciuto, ci ho vissuto per quindici anni, e il fatto che abbiamo potuto girare lì ha fatto riaffiorare tantissimi ricordi. Quando giravamo in certe stanze della casa, io ci restavo anche durante la preparazione, perché volevo sentirmi di nuovo a casa, ma anche attraverso gli occhi di Michael. Quindi a volte ero lì, dovevamo girare la mattina, io scendevo le scale e poi andavo sul set a prepararmi, ma volevo che tutto mi sembrasse il più naturale possibile.
Antoine Fuqua – Questo ragazzo dormiva sul pavimento durante la preparazione. Gli offrivo un materasso e lui diceva: “No, no, sto bene così. Dormo sul pavimento”. Incredibile.


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