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Charli XCX ha ufficialmente ucciso “Brat”

18.02.2026 Scritto da Elisa Giudici

“Per me la Brat Summer è finita con “The Moment”. E forse, quando finisce qualcosa di quel tipo, non puoi più essere l’artista che eri prima”: Charli XCX lo dice senza esitazioni nella domanda che chiude l'incontro la stampa alla Berlinale, dove ha appena presentato il mockumentary un po’ autobiografico, un po’ meta di cui è protagonista nei panni di una versione differente di sé stessa. “Nel film la versione di Charli che interpreto decide di liberarsi di “Brat”, di uccidere “Brat”- spiega. L’ho fatto perché mi interessava parlare della vita delle opere, del rischio di restare troppo a lungo nello stesso spazio culturale.” Nello scenario pop c’è da tempo chi coltiva una carriera scandita da ere, ma il punto è anche azzeccare il momento giusto in cui chiuderle. “Nel pop succede facilmente: i fan sono sempre affamati della prossima versione di te. Realizzare questo film è stato catartico: ho potuto trasformare frustrazioni reali in situazioni amplificate”.

“The Moment” è un documentario su come è nato “Brat” e cosa ha significato per chi l’ha scritto passare da una nicchia di fedelissimi ascoltatori a una platea molto più ampia. Allo stesso tempo è un mockumentary che prende in giro l’intero genere agiografico dei talvolta molto melodrammatici film evento sul dietro le quinte dei tour e degli album delle grandi star. “The Moment” nasce anche dal chiedersi cosa succede quando un’opera, una volta consegnata al pubblico, smette di appartenerti. Il momento a cui fa riferimento il titolo non è solo il picco di fama raggiunto dalla sua artista (che ironizza “per decenni mi hanno ascoltato solo le persone queer”) ma anche il punto di rottura in cui ha perso quel peculiare controllo artistico sulla sua opera musicale che il vivere in una nicchia le ha garantito per lungo tempo. È lei stessa a spiegarlo: “Quando rilasci un lavoro nel mondo e raggiunge un pubblico vastissimo (il più vasto che abbia mai avuto) le opinioni degli altri iniziano a sovrapporsi all’opera. Il suo significato si trasforma. È inevitabile, ma non avevo mai vissuto qualcosa di simile su questa scala. Mi ha fatto riflettere molto su come comunichiamo l’arte, su quando lascia davvero le mani del suo autore per passare in quelle del pubblico. Sentivo di avere molte cose da dire su questo”.

“The Moment” è quindi il racconto di Charli che raggiunge il successo, anzi, di una versione di Charli che finisce per imboccare una direzione differente dall’originale, in un continuo meta-cinema in cui da spettatore e ascoltatore viene da chiedersi dove finisca la versione grottesca e caricaturale della cantante e dove cominci la confessione appena distorta in un alter-ego che lei stessa interpreta. Un artificio minimo ma necessario per permetterle di affrontare questa onesta confessione a cuore aperto, fatta di sigarette fumate con rabbia nei van che la portano da un evento all’altro, sempre meno in controllo di quello che rappresentano il suo album, la sua musica, la sua immagine.

Un film che è il modo perfetto per uccidere “Brat” e rinascere - e che arriva in contemporanea alla colonna sonora di "Wutering Heights", dove ha collaborato con John Cale e in cui frequenta atmosfere musicale decisamente più cupe.
Che il documentario serva per questo fine, lo ha spiegato lo stesso regista Aidan Zamiri, avvicinato da Charli con il soggetto: “Il primo nucleo dell’idea è arrivato da Charli. Quel testo iniziale è diventato l’ancora emotiva del film: la sensazione di raggiungere qualcosa che inseguivi da sempre e, invece di sentirti arrivata, avere l’impressione che ti stia scivolando tra le dita. È un’esperienza profondamente umana. Anche se la storia di “The Moment” è finzione, volevamo che tutto fosse plausibile: qualcosa che Charli avrebbe potuto fare in determinate circostanze”.

Quel qualcosa è perdere del tutto il controllo creativo, finendo per diventare da volto della vita notturna che canta di inadeguatezza e cocaina a una versione ripulita, family friendly della ragazza che ce l’ha fatta e lo racconta nel suo documentario su Prime Video. Nel momento più intenso del film, Charli alter ego dice di sentirsi libera, perché non sente più la musica e il progetto come espressioni di sé: è diventata il proxy di una visione altrui, di un’industria maschilista e senza scrupoli che può trasformarla in una nuova Demi Lovato o nell’ennesima Amy Winehouse, in base al suo istinto di conservazione. I personaggi grotteschi che popolano il film - tra manager inadeguati e non all’altezza della situazione, un regista deciso a imporre la sua visione stereotipante e una generale misoginia dilagante - attingono da vicino a quelli che Charli chiama “certi personaggi” che ha incontrato di persona. ”Le situazioni del film non sono accadute davvero nel 2024, ma con altre condizioni sarebbero potute diventare realtà. Sono nell’industria musicale da tanto tempo, ho incontrato personaggi simili a quelli che raccontiamo, ho reagito in modi molto vicini a quelli del film. Ho mai avuto un crollo dietro un pianoforte fumando una quantità infinita di sigarette? Sì.”

L’alternarsi tra un’ironia paradossale alla “Industry” a momenti in cui Charli mostra le sue fragilità richiama il percorso emotivo che ha fatto risuonare così tanto “Brat” presso il suo pubblico, secondo il regista: “È parte della magia dell’album ”Brat”: Charli può celebrare l’edonismo o ripetere cliché fino allo sfinimento, per poi diventare improvvisamente cruda e vulnerabile. È questo che rende il lavoro stratificato e fluido. Nel film volevo raccontare ciò che c’è di autentico in lei, punti di forza e fragilità”.

Aidan Zamiri, filmmaker scozzese con alle spalle una lunga gavetta nel mondo dei videoclip pop (nel suo curriculum ci sono i video di Caroline Polachek, FKA Twigs e ovviamente Charli XCX) ha un sentire e un’estetica simile al suo soggetto. È lui ad aver diretto il videoclip di “360” (il primo singolo della Brat era) e per amicizie e influenze è a sua volta fa parte di quel mondo raccontato dal parterre di star del video, tanto da condividere lo stesso punto di partenza emotivo del film: “Durante una delle prime letture ho realizzato che stavamo dando voce alle nostre insicurezze davanti a una troupe. Ci ha uniti moltissimo”.

In un film che flirta continuamente con la realtà, viene naturale chiedersi cosa sia vero e cosa non lo sia. Secondo Charli però nel futuro “The Moment” inquinerà la memoria storica ufficiale, dato che già ora l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione delle nostre memorie le rendono sempre più precarie e meno verificabili. Ci sarà insomma chi tra anni lo vedrà e penserà che l’estate Brat del 2024 sia andata a finire proprio così: ”Oggi sappiamo ancora distinguere l’artificio dalla realtà, riconoscere la cucitura, l’effetto speciale, la manipolazione. Ma se il confine è destinato a farsi sempre più sottile, fino a diventare impercettibile, la questione non sarà più capire se qualcosa è finto: sarà decidere che cosa siamo disposti a considerare vero”.


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