"Cosa ci si deve inventare oggi per farsi notare”, mi ha scritto un amico musicista in questi giorni, a proposito degli Angine de Poitrine. Li avete visti girare sui social: sono quel buffo duo con vestiti a pois, maschere di cartapesta, una chitarra fusa con un basso e un batterista che pesta bello pesante di cui vi abbiamo parlato qualche settimana fa. Fanno musica strumentale folle, un po’ dissonante, veloce, completamente fuori da ciò che gli algoritmi ci propinano in questo periodo. Eppure questo duo del Québec è totalmente dentro l'algoritmo: è diventato virale, er le maschere, per lo “storytelling”, ma anche per la musica. Ora è uscito l’album, il secondo, intitolato semplicemente “Vol. II”. 37 minuti di musica, 6 “canzoni”, tutte (tranne una) sopra i 6 minuti. E sì, è un bel disco, da ascoltare in loop, esattamente come loro costruiscono le loro melodie prendendo giri di basso e di chitarra e manipolandoli in tempo reale con una pedaliera.
Storytelling e musica
Ha ragione il mio amico, uno dei più bravi e preparati musicisti rock in Italia (lo dico non per vantarmi, ma per dire che il suo è un parere molto autorevole). C’è troppo storytelling oggi, inteso nel senso di costruire storie per il marketing a prescindere dalla musica e dal contenuto. Siamo sommersi dagli stimoli, il darwinismo musicale prevede che la sopravvivenza passi anche attraverso questi mezzi, che spesso diventano mezzucci. Però è altrettanto vero che nella storia del rock e della musica in generale band e artisti con maschere e trucchi ci sono sempre stati: Kiss, Residents, Gorillaz, i primi Genesis, i Daft Punk. E pure in Italia: Tre Allegri Ragazzi Morti, Sick Tamburo, Liberato. Ne dimentico tanti, ma in tutti questi casi il modo di presentarsi è parte del progetto artistico e si accompagna a idee musicali interessanti, quando non geniali, e a una volontà di rompere gli schemi.
Come suona “Vol. II”
Non sto dicendo che gli Angine de Poitrine siano a questi livelli, per carità. Ma, pur nella sua brevità, “Vol. II” ci dice che c’è una band che suona fuori dagli schemi attuali, con strutture musicali particolari dovute soprattutto alla chitarra microtonale (ovvero che utilizza intervalli più piccoli del semitono della scala occidentale, cioè note intermedie tra quelle suonabili da una chitarra convezionale). Per questo si sentono melodie orientaleggianti: in pezzi come “Fabienk”, “Yor zarad” e “Angor” mi ricordano una versione accelerata dei Television e in particolare di “Persia”, pezzo inedito che la band di Tom Verlaine suonava spesso dal vivo nei suoi tour degli anni 2000 (lo trovate facilmente su YouTube). E ha senso, perché i Television sono i padri putativi del rock indipendente emerso negli ultimi 25 anni e sono stati citati, quando non saccheggiati, da band come Interpol, Editors, Franz Ferdinand & co.
Le 6 “canzoni” non hanno melodie vocali se non qualche accenno a una strana lingua aliena (è parte del racconto dei due). Si sentono echi dei Primus, di Robert Fripp, del cosiddetto “math rock”; mettetici pure anche i King Gizzard & the Lizard Wizard. In altre parole: non dicono cose particolarmente nuove, non sono la band che rivoluzionerà il rock o ci salverà dalla musica algoritmica, ma quello che fanno lo fanno molto bene.
Oltre l’algoritmo
Funzionano per le maschere, certo, ma anche perché vengono percepiti come una sorta di antidoto al pop e al rock formulaico che ci circonda. Non so se siano davvero la risposta alla musica fatta con l’AI, come qualcuno sostiene, ma sono comunque una ventata d’aria fresca: si presentano come alieni, ma secondo me sono alieni davvero, proprio perché fanno una cosa che normalmente non sentiamo nel mainstream, almeno recentemente.“Vol. II” è un disco interessante che continuerò ad ascoltare. Hanno appena annunciato una data in Italia (a Rovereto, il 31 maggio) e questo mi rende ancora più curioso di sentirli dal vivo.
C’è vita (aliena) musicale dentro e oltre l’algoritmo.
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