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Cardinals, “Masquerade”: anatomia di un esordio

13.04.2026 Scritto da Claudio Cabona

Dalle pareti strette e soffocanti di una sala prove nel nord di Cork prende forma “Masquerade”, debutto dei Cardinals che sembra già contenere tutto: tensione, fragilità, rabbia e una ricerca ostinata di bellezza. È un album costruito sugli opposti, capace di passare dalla luce al buio nel giro di pochi minuti, senza mai perdere coerenza. La band, composta dai fratelli Euan e Finn Manning, dal cugino Darragh e dagli amici di scuola Oskar Gudinovic e Aaron Hurley, arriva a questo primo lavoro con una consapevolezza nuova. Se gli esordi erano segnati dalla sperimentazione e da un’identità ancora fluida, qui emerge una direzione chiara: “Masquerade” suona come un punto di arrivo e insieme un inizio.

Inseriti nel solco tracciato da gruppi come Fontaines D.C. e The Murder Capital, hanno realizzato un disco intenso, fatto di ballate struggenti, folk rock raffinato e testi mai scontati, che li candidano a diventare uno dei nomi chiave dei prossimi anni. Le canzoni si muovono su un equilibrio instabile. “Anhedonia”, “Barbed Wire” e “The Burning of Cork” portano in superficie una tensione quasi violenta, fatta di cinismo e disillusione, mentre altri brani si aprono a una vulnerabilità più luminosa. È proprio questa alternanza a definire il cuore del disco: ballate che improvvisamente si incrinano, melodie che si sporcano di urgenza. La struttura stessa dell’album riflette questa dualità. Pensato come un vinile, con un lato A e un lato B, “Masquerade” accentua il contrasto tra una prima metà più accessibile e una seconda più oscura e abrasiva.

Una scelta che rivendica la libertà di esplorare stati emotivi diversi, senza piegarsi alla logica della ripetizione. Determinante anche il processo di registrazione ai RAK Studios di Londra, affrontato senza click track per preservare un senso di imperfezione “umana”. In questo contesto nasce uno dei momenti più intensi del disco, “As I Breathe”, inciso in una tromba delle scale: una performance nuda, esposta, in cui la vulnerabilità non è costruita ma accade in tempo reale. Sul piano lirico, Euan Manning si muove tra immaginazione e frammenti di realtà, rifiutando l’idea che ogni canzone debba essere autobiografica.

Eppure emergono fili conduttori evidenti, come i richiami religiosi disseminati in brani come “She Makes Me Real” o “Over at Last”: simboli più culturali che spirituali, legati a un’Irlanda che ha visto trasformarsi profondamente il proprio rapporto con la fede. Anche Cork, pur senza essere rivendicata apertamente, attraversa il disco. “The Burning of Cork” diventa così una riflessione più ampia sulla violenza che si ripete nella storia, mentre “Barbed Wire” cattura scorci urbani e suggestioni letterarie, trasformando la città in uno spazio emotivo oltre che geografico. La chiusura affidata a “As I Breathe” introduce una nota di speranza trattenuta, quasi esitante. Non è una risoluzione, ma una presa di coscienza: andare avanti, nonostante tutto.

TRACKLIST
“She Makes Me Real”
“St. Agnes”
“Masquerade”
“I Like You”
“Over At Last”
“Anhedonia”
“Barbed Wire”
“Big Empty Heart”
“The Burning of Cork”
“As I Breathe”

TRACKLIST
“She Makes Me Real”
“St. Agnes”
“Masquerade”
“I Like You”
“Over At Last”
“Anhedonia”
“Barbed Wire”
“Big Empty Heart”
“The Burning of Cork”
“As I Breathe”

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