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Bush, si esce vivi dagli anni ’90 (e dal britpop)

15.08.2025 Scritto da Gianni Sibilla

Negli anni '90 in Inghilterra non c'era solo il britop, ma anche una band che guardava al rock americano: "Sixteen stone" dei Bush arrivò in Top 5 negli Stati Uniti, finendo per vendere diversi milioni di copie. Gavin Rossdale divenne una rockstar, quanto i Liam, Noel, Richard, Damon - ma molto più famosa all'estero che in patria. Dopo lo scioglimento nei primi 2000, da una decina d'anni si sono riuniti: certo il loro ritorno non ha mai avuto l'eco di altre reunion. È da poco uscito "I Beat Loneliness", decimo album di studio: un lavoro che conferma l’identità dei Bush, a trent’anni dal debutto con "Sixteen Stone". Come si sopravvive ad un successo così?
Lo abbiamo chiesto direttamente a Gavin Rossdale: chi sono i Bush oggi?

Cominciamo dal presente: “I Beat Loneliness” è il vostro decimo album. Cosa significa per te “sconfiggere la solitudine”?
È un bellissimo paradosso. Pieno di speranza e di buone intenzioni. Il disco e il primo singolo  “60 Ways To Forget People”, 
sono molto autobiografici.  Stranamente, più riuscivo a scavare nel personale, più diventava universale.

L’album è prodotto insieme a Erik Ron. Che tipo di suono volevate ottenere? E quanto i Bush di oggi si riconoscono ancora nel suono rock degli anni '90 che li ha resi famosi?
Sono sempre stato molto coinvolto nella produzione – a volte il mio nome compare, a volte no – ma se scrivi le canzoni, di solito hai un’idea chiara di come dovrebbero suonare. Comunque, con la band c’è sempre spazio per cambiare e sperimentare. La mia voce mantiene il suono coerente, per il resto la musica si è evoluta attraverso accordature diverse e più esperimenti sonori, creando mondi in cui posso scrivere le mie canzoni.

Le canzoni parlano di salute mentale, resilienza, ferite emotive.
È un riferimento diretto a ciò che ho in mente. Direi che c’è sempre stata una certa oscurità: questo disco si concentra su cosa si prova dentro. Volevo che le persone ascoltassero le mie difficoltà, così da poter vedere che la sofferenza e l’alienazione sono universali. Questo mondo è progettato per farci sembrare tutti connessi e di successo, ma ci sono tante persone che soffrono. Volevo che questo disco ispirasse ed elevasse, mostrando che non siamo soli.

Dopo quasi trent’anni di musica, cosa ti spinge ancora a scrivere nuove canzoni?
La musica è infinita – basta guardare a David Bowie o Mozart. C’è sempre spazio per migliorare e per un po’ di magia.

Negli anni ’90 venivate percepiti come “la risposta inglese al grunge”, mentre in patria dominava il britpop. Ti dava fastidio? Era così o solo un racconto dei media?
Beh, era vero. Mentre le band britpop erano sulla bocca di tutti ed esaltate ovunque, io ho scelto le chitarre.
Amo il feedback e i performer che si lanciano sul palco. Il britpop era un’altra bestia: alcune grandi band, certo, ma non erano la mia fonte d’ispirazione.

Ripensando agli anni ’90, quali sono i ricordi più forti – musicali o personali? E come vivi oggi il successo improvviso di “Sixteen Stone”?
Questa domanda meriterebbe un’intervista a sé. È stato un decennio monumentale. La mia vita è cambiata enormemente, per non tornare mai più la stessa. Ho trovato la mia carriera, e il rock era il re. Avevo lottato così tanto – è stato incredibile ritrovarsi a bordo di un razzo. "Sixteen Stone" è stato un dono della vita per noi. Abbiamo lavorato tanto quanto siamo stati fortunati. C’erano la radio, MTV, tutti i tour. Siamo stati davvero fortunati con la forza di quel trio.
Sono molto orgoglioso di come abbiamo navigato quel terreno selvaggio.

Dopo anni con i Bush, hai avuto anche una fase solista. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza? E che impatto ha avuto sul tuo modo di scrivere oggi?
I cantanti delle grandi band non dovrebbero mai andare da soli. Nessuno li vuole. Ho avuto successo con il mio disco solista, ma il mio cuore appartiene ai Bush. Sempre stato così, sempre lo sarà. Ironia della sorte, il mio disco solista è stato il più collaborativo e meno “solista” che abbia mai fatto. Amo quel disco – “This Is The Skin I’m In” era una delle mie preferite.

Nel 2022 dovevate suonare in Italia, ma le date non si sono tenute, con una sorta di mistero attorno alla cancellazione. Cosa è successo? Possiamo sperare di vedervi dal vivo presto?
Sì, stiamo facendo in modo di suonare in Italia in questo tour d’autunno. Stiamo inserendo una data a Milano.
Non so bene cosa sia successo prima… è un business folle. Ma stare sul palco è stupendo: Abbiamo così tanti dischi e brani da cui scegliere. Non so ancora cosa suoneremo in autunno quando andremo in tour in Europa – ho bisogno che la gente ascolti il nuovo disco, così ci aiuterà a scegliere. Al di là di quello, potete aspettarvi l’entusiasmo per cui vorrei fossimo conosciuti.

(Articolo originale su Rockol.it)

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