In quell’estate del 1955 tutto stava per succedere. Elvis Presley non aveva ancora pubblicato il primo album né ribaltato gli spettatori con la sua esibizione pelvica sulla tv nazionale. Girava in tour come parte di un “pacchetto” di artisti country, città per città, 117 città, e capitò a Lubbock, in Texas, dove ad aprire il concerto era uno studente occhialuto, tale Buddy Holly, altrettanto stanco di sedere sugli allori del country. Buddy prese tanto da Elvis ma, come è scritto nel libro “Words of Love”, pubblicato da Genesis Publications (in inglese, 408 pp): «Più cercava di somigliargli più dimostrava di essere solamente Buddy Holly». Al punto che lo stesso Elvis un giorno dichiarò: «Se guardo indietro agli ultimi vent’anni, la persona che ho piu ammirato nel rock ‘n’ roll è Buddy Holly».
Buddy, come lo chiamavano tutti, aveva formato il primo duo a 12 anni. I genitori gli regalarono un violino e lui: «Cosa dovrei farci? Io voglio una chitarra». Gli servivano i soldi per pagarsi i provini perciò aiutava il padre in falegnameria, aggiustava tetti, raccoglieva cotone. Andava nelle chiese di zona per ascoltare il gospel, sognava di suonare con Mahalia Jackson e Ray Charles e intanto lo faceva nei parcheggi, nelle scuole, nei piccoli club illegalmente (da minorenne). Aveva sentito Elvis in qualche radio locale ma non lo aveva mai visto e se lo ritrovò davanti al Fair Park Coliseum, a pochi isolati da casa. Nella tappa di febbraio, Elvis gli dovette prestare la sua Martin acustica. In quella di giugno, Buddy si era appena diplomato e ormai aveva deciso: voleva fare quella cosa cosa lì. Quella cosa che non era country e nemmeno blues e che si sarebbe chiamata rock ‘n’ roll. Peraltro, aiutato da una giostra elettrica appena buttata sul mercato: la Fender Stratocaster. La prese in braccio nell’estate del 1955 e dopo di lui lo fecero tutti.
Il volume, voluto dalla Buddy Holly Educational Foundation e dalla vedova Maria Elena Holly, raccoglie fondi per due enti benefici per la ricerca sul cancro che fanno capo a Pete Townshend e Roger Daltrey, ed è un pozzo di memorabilia, aneddoti, scatti mai visti. Soprattutto fa capire quanto questo artista abbia inciso praticamente su chiunque: «Dove saremmo tutti noi senza Buddy Holly?» sintetizza Jeff Beck. In effetti, non manca proprio nessuno in questa specie di catena di Sant’Antonio dove ognuno si fa immortalare in foto con la chitarra di Buddy e gli rende omaggio, a partire da Bruce Springsteen: «Metto la sua musica ogni sera prima di esibirmi. Mi mantiene onesto» (è memorabile la sua cover di “Rave On”). Little Richard ricorda il tour insieme a Holly: «Ogni sera me ne stavo in un angolo a guardarlo: era su un altro pianeta»; Robert Plant scrive: «A 11 anni mi sono svegliato e bang! Quel tipo cantava la mia vita da adolescente, sembrava lo facesse solo per me. Niente fu più lo stesso».
Sfilano i contributi di Brian Wilson (i Beach Boys rifecero “Peggy Sue”), Dolly Parton, Ed Sheeran, Nile Rodgers, Joe Bonamassa, Tony Iommi, Jools Holland, Youngblud, David Gilmour, Mark Knopfler (coverizzò “Learning The Game”), Sting. Si presta anche Noel Gallagher, influenzato da Buddy più negli High Flying Birds che negli Oasis: «È il re dei capolavori da tre minuti. Insegna a fare le cose semplici, senza accordi ricercati o parole ottuse. Le sue canzoni sono brevi e vanno dritte al punto, perciò non posso dire che abbiano influenzato “Champagne Supernova”!».
Se il pubblico femminile impazziva per Elvis, quello maschile pendeva per Buddy, e non solo perché non costituiva una minaccia per le fidanzate. Buddy era ordinario. Non spargeva feromoni e sesso, non ci teneva a far parlare di sé, si concentrava esclusivamente sulla musica. Dice John Fogerty: «C’era questo gruppo sulla copertina: un ragazzo con la Strato e altri tre. Era la prima volta che vedevo un gruppo nel rock ‘n’ roll e pensai: formerò una band». Altrimenti detta Creedence Clearwater Revival. Brian May spiega: «Nessuno della mia generazione ha sottovalutato Buddy Holly. Faceva armonie monumentali che hanno influenzato sia Freddie Mercury che i Queen. Le cose dopo sono diventate piu tecniche, ma negli anni 50 la chitarra non era centrale, ce la fece diventare Buddy. Lui la chitarra la faceva cantare».
The Edge, grazie a Holly, capì come mettere lo strumento al servizio della melodia e l’importanza di tenere lo spazio fra le note invece di correre e basta. Stessa lezione appresa da Pete Townshend, che aggiunge: «Buddy si scriveva e produceva i dischi. Era rarissimo al tempo mantenere il totale controllo artistico». Per certi versi, quell’etica del fai-da-te è il seme del punk. C’è poi Eric Clapton, tra i tanti occhialuti alla riscossa: «Mi impressionò ascoltare Buddy, così originale, solitario, e con gli occhiali. Diede speranza a milioni di ragazzini com me». Probabilmente Elton John non li avrebbe mai indossati, se Buddy non lo avesse fatto per primo. Lo stesso vale per Elvis Costello (che spesso chiuse i concerti con “True Love Ways”) e per John Lennon.
Ecco, la storia dei Beatles passa proprio per questo ragazzino texano con il cravattino e la montatura spessa che gli copriva mezzo viso. Oltre alle dichiarazioni di Ringo Starr: «Per me fu l’iniziazione al rock ‘n’ roll» e di George Harrison: «Ascoltai Buddy e non ebbi più paura di passare da un “la” a un “fa”», compare spesso Paul McCartney, il più grato da sempre (già nel 1985 co-produsse e condusse il documentario “The Real Buddy Holly Story”). Lo ammette subito, a inizio libro: «Sì, va bene, le armonie degli Everly Brothers, l’energia di Jerry Lee Lewis e di Little Richard, ma è stato Buddy Holly la maggiore ispirazione di noi Beatles. Volevamo essere come i suoi Crickets, ci hanno anche dato l’idea del nome con un doppio significato (sport e grilli ndr). Buddy era il nostro eroe, anche perchè portava gli occhiali e questo permise a Lennon di tenerli in pubblico e se c’erano ragazze nei paraggi».
Proprio così: i Beatles si chiamano Beatles perché i Crickets si chiamavano Crickets. I quali, alla riunione per trovare in fretta un nome che riguardasse gli insetti, considerarno anche l’ipotesi di chiamarsi “Beetles”. Un intero capitolo di “Words of Love” è dedicato a “That’ll Be The Day”, la prima grande hit di Buddy Holly che fu anche la prima incisione dei Quarrymen, ovvero i proto-Beatles. Nel luglio 1958 entrarono nello studio a Liverpool per registrare quella cover sul lato A, il brano originale “In Spite of All the Danger” sul lato B, in un quarto d’ora, senza secondi tentativi e con un solo microfono al centro. Il 78 giri poi doveva passare di mano in mano, a turno, ma la madre di Lennon morì in un incidente stradale e il disco rimase nel cassetto del pianista John Duff Lowe per anni, finché McCartney non lo riscattò per inserirlo in “Anthology 1” del 1995.
Debitori sono anche i Rolling Stones, il loro terzo singolo fu la cover di “Not Fade Away”. Keith Richards spiega: «Nell’Inghilterra del 1958 Elvis e Buddy erano solidi allo stesso modo. Ma Elvis non scriveva canzoni, mentre Buddy sì. Fu il suo esempio a spronarci a scrivere canzoni tutte nostre». Mick Jagger rincara: «Era il più grande, e lo intendo davvero. È la lezione numero uno del songwriting. Puoi imparare da Buddy Holly come si scrive una canzone». Ron Wood ha dipinto addirittura la copertina del libro in questione.
A chiudere è Dylan, con il discorso che non ha tenuto quando fu premiato con il Nobel: «Se dovessi tornare all'alba di tutto, credo che dovrei iniziare con Buddy Holly» e via bobbeggiando su Buddy come archetipo del rock, sul suo concerto ipnotizzante, sul fatto che dal vivo gli trasmise qualcosa di inspiegabile e due giorni dopo morì.
L’unica cosa davvero sensazionale di Buddy fu l’incidente aereo in cui perse la vita a 22 anni. L’eco internazionale non fu proporzionale alla grandezza del personaggio, non ci fu nessun tributo immediato. «Ho imparato a suonare la chitarra dai dischi di Holly» confessa Jimmy Page «Una mattina lessi il giornale: era morto. A nessuno sembrava importare, e fu allora che capii che la mia passione per la chitarra era radicalmente diversa dagli altri». Gli occhiali di Buddy non furono trovati tra i rottami dell’aereo. Li recuperò un contadino mesi dopo lo schianto in Iowa, ficcati sotto una piantagione di granturco. Per ventuno anni rimasero chiusi in un armadio d’acciaio nel magazzino di un tribunale, ora sono esposti accanto alla sua Strato a Lubbock.
C’è chi ascolta Buddy Holly e si domanda cosa avesse di tanto speciale. Sembrano canzoni semplici, ballate sentimentali, non ci si rende conto della loro carica rivoluzionaria. All’epoca abbondavano interpreti e crooner, lui scriveva, suonava e cantava. Di più: seguiva il processo di registrazione e la produzione. Era ossessionato dal suono della chitarra, non lo fece missare fra gli altri ma lo tirò fuori e lo mise al centro. Azzardò accordi inediti, inventò uno stile. Con i suoi Crickets indicò il formato delle future rock band e abbattè ogni barriera razziale, mischiando la musica nera al country, e partendo per il “Black Tour”, con artiti neri, esibendosi in teatri per soli afroamericani, in pieno segregazionismo. Prima di Buddy Holly, da solo e con gli occhiali, non ce l’avresti mai fatta sul palco. Non è ironico? Fu un adolescente educato, goffo e dall’aspetto nerd a generare i figli più maledetti del rock.