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Black Sabbath: cinquant'anni di "Sabotage"

28.07.2025 Scritto da Simöne Gall

Per una mera casualità, nel mentre si decideva di comporre questo articolo, veniva data al mondo la triste e inaspettata notizia del trapasso di Ozzy Osbourne. Trapasso avvenuto per giunta a poche settimane dall'evento 'Back To The Beginning' presso Villa Park, in quel di Birmingham (città natale dei Black Sabbath) e con un felicissimo Ozzy, malgrado il già precario stato di salute, alle prese con una doppia apparizione finale, cui i fan, presenti e non, hanno assistito con gli occhi lucidi. Ricordare con ossequio la peculiare unicità vocale con cui costui ha saputo distinguersi, nella sua vita artistica, è oggi più che mai un dovere. Lo facciamo qui, quindi, ripercorrendo i cinquant'anni di un album, 'Sabotage', dove lui stesso, insieme ai compagni Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward, ebbe modo di lasciare una prova da studio particolarmente significativa sebbene contornata da una tensione indicibile. 'Sabotage' era e resta un lavoro tra i più significativi di tutta la vita artistica relativa a Osbourne e quindi ai Black Sabbath, sebbene la sua gestazione - lo stiamo per vedere -  fu contornata da una tensione indicibile.

Sabbath sabotati

Prima dell'arrivo di 'Sabotage', i Black Sabbath erano stati in grado di toccare, in breve tempo, il cuore di platee sempre più ampie, e questo grazie soprattutto a una sequela di album destinati a fare la storia dell'hard rock e dell'heavy metal (o più semplicemente di quella del rock in generale). Il debutto omonimo e il successivo 'Paranoid', usciti entrambi nel 1970 (un po' come 'Led Zeppelin I' e 'Led Zeppelin II' erano stati pubblicati nell'arco di un solo anno, il 1969), avevano concesso alla band di crescere, proliferare e affinare una maestria compositiva che aveva condotto alla creazione di tre colossi come 'Master Of Reality' (1971), 'Vol. 4'(1972) e 'Sabbath Bloody Sabbath' (del 1973). Che durante quella prima metà degli anni Settanta molti artisti britannici fossero soggetti a ricevere una certa sfrenata idolatria, per parte del pubblico e della critica USA, non era certo una rarità.

Il successo statunitense, nel caso dei Black Sabbath, fu sollecitato dal manager Patrick Meehan, ma i rapporti tra lui e i quattro della band si portarono a una rottura quando, attraverso Derek Shulman, frontman delle leggende prog Gentle Giant (e trascurare un lavoro come 'Acqiring The Taste', lasciatelo dire, sarebbe a tutt'oggi un delitto), furono informati di essere stati grandemente truffati dal manager suddetto. Dopo un'analisi più approfondita della situazione, infatti, agli scopritori dell'heavy metal toccò constatare di non possedere sostanzialmente nessun bene che credevano privato: dalle automobili alle abitazioni. Meehan ne era a tutti gli effetti il legittimo proprietario e dopo l'amara scoperta, secondo quanto riportato ancora da Shulman, la cui band aveva subito qualcosa di simile da parte dello stesso Meehan, Ozzy avrebbe affrontato lo scaltro impresario a tu per tu: ma più che usando le parole, lo fece scagliando in direzione dello stesso una bottiglia di Scotch, finendo per mancarlo "letteralmente di un dito".

La rabbia come motore compositivo

Di ritorno da un importante appuntamento dal vivo in California, Ozzy e il resto della band, già piuttosto sfiniti dall'abuso di sostanze e dai troppi concerti, provarono a tagliare i ponti con la compagnia di Meehan, la Worldwide Artists, un intento che diede il calcio di inizio a un lungo iter processuale che avrebbe esasperato ulteriormente i nervi tesi dei musicisti. Malgrado la situazione, Iommi e gli altri si stabilirono ai Morgan Studios di Willesden (Londra) per lavorare in co-produzione con Mike Butcher a un nuovo album, e la consapevolezza di avere gli avvocati di Meehan costantemente alle calcagna servì a far accrescere in loro una rabbia inaudita (e la rabbia, in campo artistico, può spesso tramutarsi in una sconfinata fonte di ispirazione). Anche per questo motivo, il materiale che fu composto e inciso ai Morgan, nel febbraio del 1975, toccò livelli di pesantezza sonora (pesantezza però in senso buono) mai lambiti prima dal quartetto. "Un giorno eravamo in studio e l'indomani a difendere le nostre ragioni in tribunale", ricorda Tony Iommi. "Il suono della mia chitarra si appesantì, e in questo ebbe certamente un ruolo tutta l'esasperazione di quei giorni". Non stupisce, infatti, che il sesto album del gruppo avrebbe assunto come titolo quello di 'Sabotage' essendo che la band, secondo Iommi, percepiva di essere "sabotata su tutta la linea e colpita in ogni punto". Bill Ward, ricordando quei giorni, ha invece ironizzato sul fatto che "['Sabotage'] è probabilmente l'unico album nella storia della musica a essere stato creato in uno studio [di registrazione] in presenza di avvocati".

Riscoprire 'Sabotage' cinque decadi dopo

Fra le tracce di 'Sabotage' esemplificative della durezza narrata da Iommi, in particolare riguardo al suo suono, spicca certamente "Symptom Of The Universe". Il sinistro riff del chitarrista con la croce al collo avrebbe fatto scuola presso tutto il thrash metal a venire, e può essere a tutti gli effetti considerato un predecessore strutturale e sonoro di quello stesso genere di heavy. "Symptom...", di cui Ozzy Osbourne inserirà una fedele versione nel suo 'Speak Of The Devil' (live album di livello composto interamente di brani dei Black Sabbath), è anticipato da uno dei diamanti migliori di tutto il repertorio classico sabbathiano: "Hole In The Sky", nel cui testo proprio Osbourne lamenta la necessità di rintracciare "una finestra sul tempo" che gli permetta di ascendere "sino al paradiso".

Per lo scrittore William Irwin il testo, scritto da Geezer Butler, alluderebbe al viaggio cosmico e alla guerra apocalittica. In realtà sarebbe più verosimile pensare che il tema ivi affrontato fosse quello dell'inquinamento. In "Hole..." Iommi fa sfoggio di un assolo a doppia traccia, prima che il brano scivoli in un breve intermezzo acustico intitolato "Don't Start (Too Late)". Ancora più che nei casi dei lavori che lo precedono, 'Sabotage' necessita di essere ascoltato con molta cura e attenzione, in modo particolare per le sue tracce più intricate e sperimentali (da cui il ricorso a utilizzare, nei casi di taluni, un termine come "prog" per descrivere una parte dello stile dell'album). Stupisce, in effetti, il matrimonio fra la bizzarria e la serietà di intenti che permea un racconto sonoro come quello di "Supertzar", certamente abbellito dall'operato dell'English Chamber Choir.

Secondo quanto raccontato da Tony Iommi fra le pagine di 'Iron Man' (la sua imperdibile autobiografia tradotta anche in italiano, e già piuttosto rara), quando Ozzy arrivò in studio accorgendosi della presenza dei membri del coro, pensò di trovarsi nel posto sbagliato e fece dietrofront. Ancora, il songwriting di "The Thrill Of It All" (stesso titolo, fra l'altro, di un brano dei Roxy Music di quegli stessi anni) si lascia ammirare per i vari cambi di tempo, ma anche per la sua esplorazione di un certo qual scetticismo verso il successo materiale e il valore attribuito alla fede ("Signor Gesù", si domanda qui Ozzy, "se vedesse questo mondo in cui viviamo, crederebbe ancora nell'uomo?"). Di certo, uno dei punti più alti del materiale di 'Sabotage' risiede in "The Writ", composizione intricata dal suono variegato, accentuata dal cantato frenetico di Ozzy. È interessante denotare come, per questo particolare caso, non fu il solito Geezer Butler a occuparsi del testo, bensì lo stesso Ozzy Osbourne. Nella canzone, egli inveisce contro il music business e il qui più volte citato manager, descritto come la personificazione del demonio ("Sei Satana? Sei un uomo?").

Nel suo memoriale 'I Am Ozzy' (lettura in larga parte divertentissima), Osbourne rivela che scrivere il testo del pezzo autonomamente "fu un po' come consultare uno strizzacervelli: tutta la rabbia che provavo nei confronti di Meehan uscì fuori". Tematicamente, "The Writ" e "Megalomania", la quarta traccia del disco, paiono trovare un certo intreccio nell'affrontare le medesime tensioni derivanti dai problemi legali. "Megalomania" (il cui titolo fu erroneamente segnato come "Meglomania" in diverse edizioni dell'album) si manifesta come un lungo viaggio di oltre nove minuti, suddiviso in più passaggi e che se dapprima penetra una natura più quieta e riflessiva, viene successivamente squarciato da un pesante giro di chitarra scortato dal campanaccio di Ward. Ozzy dà qui il meglio di sé, ma la sua potente tonalità è in grado di brillare anche in un brano sopraffino dal taglio più commerciale: parliamo di "Am I Going Insane (Radio)", il cui termine in parentesi portò molti ascoltatori a credere che quella inserita sull'album fosse una versione radiofonica e quindi editata (in realtà, quel "radio" era riferito a "radio-rental", termine gergale che farebbe rima con "mental", ovvero "pazzo").

Led Sabbath: un incontro inaspettato

Se si prende per buono il versante storiografico in cui si traccia una linea di confine tra il mondo dei Black Sabbath e quello dei Led Zeppelin, dovrebbe essere proprio il periodo di 'Sabotage' a coincidere con la famosa e leggendaria jam session che avrebbe unito - in un modo o nell'altro - le due fazioni. Secondo i ricordi di Osbourne, i Sabbath conoscevano Robert Plant e John Bonham sin dai tempi in cui Plant, dopo aver militato nelle le sue prime band, si sarebbe unito ai nuovi Yardbirds di Jimmy Page, poco prima che questi cambiassero nome in Led Zeppelin. Bonham era un estimatore dei Black Sabbath, e "quando suonavamo nei club, a volte John ci veniva a vedere e chiedeva di salire sul palco a suonare", ricorda così Tony Iommi. "Ci fu quella volta in cui lo accontentammo, ma nella quale finì col distruggere completamente la batteria di Bill, che si incazzò parecchio. Infatti a ogni successivo tentativo da parte di John di salire nuovamente sul nostro palco, Bill avrebbe risposto con un secco no". Fu solo quando i Black Sabbath realizzavano 'Sabotage', che le due band si riunirono finalmente in studio, anche se in modo parecchio incerto e caotico.

"Stavamo registrando ai Morgan Studios di Londra", racconta ancora Iommi, "e John passò a trovarci, portandosi appresso Planty e John Paul Jones. John disse: 'Avanti, suoniamo 'Supernaut'!' - adorava quella nostra canzone. Da lì ci scatenammo in una jam session (Plant non avrebbe però partecipato, limitandosi a osservare la scena - mentre non si conosce quale fu effettivamente il ruolo di Jones nella vicenda). Secondo Ozzy Osbourne, però, la visita in studio da parte degli Zeppelin avrebbe avuto un secondo fine, cioè quello di proporre ai Sabbath di passare alla loro etichetta discografica, la Swan Song, forse ignari dei problemi legali che avviluppavano proprio in quei giorni i Black Sabbath. Tony Iommi, nondimeno, sostiene che la jam fu addirittura salvata su nastro ma di non sapere dove possa trovarsi. Altre tesi smentirebbero che la jam fosse avvenuta durante le registrazioni di 'Sabotage', poiché il Led Zeppelin si sarebbero trovati in tour, in quel periodo. Quel che possiamo confermare e che i Black Sabbath, seppur colti in un momento di crisi, trovarono la spinta giusta per creare un ultimo grande classico della loro discografia, che secondo Ward fu concepito come un album di ritorno alle origini e, almeno in parte, visto che se parliamo di 'Sabotage' parliamo di un lavoro multiforme, nel solco del "suono ferreo dei Black Sabbath".

Per la prima volta da che avevano iniziato la loro carriera, i grandi quattro partirono in tour con un tastierista aggiuntivo, Gerald "Jezz" Woodroffe, questo nell'intento di rimediare alle partiture orchestrarli e ad altri nuovi suoni cui si era fatto ricorso nelle sessioni di 'Sabotage'. Con i Kiss come special guest, i concerti andarono avanti con un certo successo sino al novembre del 1975, quando Ozzy restò infortunato in un incidente di moto. Nei tre anni immediatamente successivi, l'unità del gruppo fu destinata a sgretolarsi, e dopo l'uscita dei seppur validi 'Technical Ecstasy' (1976) e 'Never Say Die!' (1978) , Ozzy salutò gli amici Bill, Geezer e Tony per intraprendere una carriera solista oggi già entrata a pieno diritto nella leggenda. 

(Articolo originale su Rockol.it)

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