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Black Keys, blues, grezzi e amicissimi

04.05.2026 Scritto da Marco Di Milia

Se a volte la vita, quella vera, bussa con insistenza alla porta, niente di meglio di un amico che sa come dare un senso a dei giorni bui. Dan Auerbach e Patrick Carney dei Black Keys suonano insieme da più di vent’anni, oltre a frequentarsi da molto prima che la loro storia diventasse quella di una delle band più riconoscibili del rock contemporaneo. E quando il padre di Dan si è ammalato gravemente, Pat non ha avuto bisogno di grandi riflessioni, con una terapia tra le più semplici e immediate possibili. Prendere gli strumenti, accendere gli amplificatori e alzare il volume, proprio come hanno sempre fatto, fin da ragazzi.

Ostinatamente vero

“Non stavamo registrando un disco. Stavamo solo improvvisando, come se fosse solo per noi”, ha dichiarato in proposito Auerbach. “Era qualcosa di davvero primitivo, in un momento in cui eravamo tutti molto nervosi. Stavamo attraversando un periodo molto difficile e cercavamo di tirarci su il morale. Credo che la malattia di mio padre mi abbia fatto passare la voglia di preoccuparmi di varie cazzate e mi abbia fatto venire voglia solo di urlare per un po’”.

Il risultato sono le dieci rivisitazioni raccolte in “Peaches”, tutte basate sulle coordinate di un territorio che il duo originario di Akron, Ohio, conosce e frequenta con straordinaria convinzione. Blues, garage, country, folk e tutto quello che di dannato e torrido può germogliare tra i crocevia del Delta. Così, con una formazione allargata a colleghi rodati come Kenny Brown, Eric Deaton e Jimbo Mathus, il quattordicesimo disco dei Black Keys suona ostinatamente grezzo, con i musicisti tutti presenti nella stessa stanza e sovraincisioni ridotte quasi a zero, voci comprese. Una scelta che nelle intenzioni ha permesso un ritorno al “suono vero”, ma che nella pratica comporta anche il rischio di un caos organizzato. Se qualcosa qua e là tende a scricchiolare, di certo ha fatto parte del piano.

Tra i solchi del blues e dintorni

Tra i solchi di “Peaches!” ci sono finiti solo brani poco noti, tutti provenienti dall’incredibile collezione di 45 giri di Dan e Pat, gli stessi che i due utilizzano come materiale per infiammare i propri “record hangs” ovvero le feste itineranti che i Keys realizzano in veste di DJ. Un serbatoio creativo e al tempo stesso un’immensa miniera artistica da cui attingere per rimettere in circolo tracce misconosciute e un intero immaginario da elaborare in un flusso continuo di idee e suggestioni.

Così, se “Where there’s smoke, there’s fire” di Willie Griffin in apertura stabilisce subito un tono asciutto e viscerale, nel primo singolo “You got to lose” di Ike Turner e poi ripresa da George Thorogood si spinge subito per una corsa tirata e istintiva, che ha in una grana ruvida la sua cifra stilistica. Il resto della scaletta segue la stessa logica di nessuna eleganza superflua.

La sferragliante “Tomorrow night” e un’ossessiva “Nobody but you baby” nei suoi oltre sette minuti, entrambe legate al repertorio del nume tutelare Junior Kimbrough, sono attraversate da un’atmosfera di ipnotica sospensione, mentre con “She’s does it right” i toni paiono farsi più notturni e languidi. Ancora, con “It’s a dream” il ritmo rallenta per farsi meno muscolare, prima che riff e accordi tornino a spingere di nuovo, come in “Fireman ring the bell” o nel groove elettrico di Who’s been foolin’ you”, dove emerge una tensione più nervosa e abrasiva.

Senza filtro

L’approccio radicale da “buona la prima” non fa di “Peaches!” un disco innovativo né tantomeno un lavoro particolarmente raffinato, ma offre una lettura spontanea della passione e del legame tra i due Black Keys. Con l’idea di lasciarsi andare in totale assenza di filtri e sovrastrutture, l’album offre una prova completamente libera da pressioni e aspettative e, per questo, potrebbe risultare anche spensierato, nonostante il contesto in cui ha preso forma non può definirsi dei più leggeri. Dan Auerbach e Patrick Carney dimostrano in questo modo che l’amicizia e la gratificazione di suonare insieme nel modo più diretto possibile possono ancora tenere tutto in piedi. E questo basta.


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