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Benvenuti in (Tommaso) Paradiso

20.04.2026 Scritto da Mattia Marzi

C’è un momento, ad un certo punto del concerto, in cui è chiaro che il titolo giusto per questa recensione non è più solo una divertente citazione (di vendittiana memoria). Ma suona azzeccatissimo. Accade quando già stanno scorrendo i titoli di coda dello show. Tommaso Paradiso davanti a una mirrorball comincia a cantare “Dr. House”, la tragicomica canzone che nel 2019 chiudeva, a mo’ di outro, “Love”, l’ultimo disco dei Thegiornalisti, un’appassionata lettera indirizzata all’iconico personaggio interpretato da Hugh Laurie nell’omonima serie tv: «Ma forse cerco solo un padre e l’ho trovato in te / in Fantozzi, in Bud Spencer / in Terence Hill, in Verdone / in De Sica, in Leone / in Morricone e Tarantino / in Totò e Peppino», canta. Quell’elenco, tenero e disordinato, costituisce praticamente la mappa sentimentale di Paradiso, con tutti i personaggi che la compongono. La chiave di lettura per interpretare tutto il resto del concerto per quello che è: un ingresso guidato dentro l’immaginario del papà di quell’indie in salsa romana (che - se non lo avete capito - sta tornando prepotentemente al centro di tutto). Del resto è proprio questo che succede per più o meno tutta la durata del concerto: si entra non solo nelle canzoni di Tommaso Paradiso, ma anche nelle sue influenze, nelle sue manie, nelle sue esaltazioni, nelle sue ossessioni, nelle sue nostalgie. In quello spazio a metà tra cultura pop e autobiografia emotiva, rappresentato dal Palazzo dello Sport di Roma, la sua città, che tra sabato e ieri ha ospitato il debutto ufficiale del suo tour nei palasport, dove oggi l’ex leader dei Thegiornalisti sembra finalmente sentirsi a casa.

Una ritrovata serenità, dopo anni turbolenti

Paradiso arriva all’appuntamento da anni tutt’altro che lineari. Lo scioglimento dei Thegiornalisti, la pandemia, una carriera solista partita con aspettative enormi e risultati al di sotto delle aspettative. Negli ultimi mesi c’è stata una rivoluzione silenziosa, però: cambio di casa discografica, di agenti, di collaboratori. Una sorta di trasloco, che oggi sembra completato: “Casa Paradiso”, così come ha intitolato il disco uscito lo scorso autunno e ripubblicato in concomitanza con il debutto in gara al Festival di Sanremo con “I romantici”, è pronta per essere abitata e vissuta. Sul palco del Palazzo dello Sport racconta una ritrovata serenità, dopo questi anni turbolenti. Rompe il ghiaccio con “Sensazione stupenda”, che è quella che sembra vivere adesso lui, poi una dietro l’altra arrivano “Lascemene un po’”, “Fine dell’estate”, quella “Promiscuità” che - lo ha ricordato in questi giorni in un podcast - scrisse nel 2014 dopo un’orgia, sotto la doccia, e che ora fa scatenare il pubblico del palasport. Così centrato e a fuoco non lo sembrava da tempo. Anche i risultati “ufficiali”, come il decimo posto al Festival con “I romantici”, sembrano quasi irrilevanti rispetto alla percezione reale. La sua, sul palco. E quella dei fan, nel parterre e sugli spalti. Questo è per lui un momento d’oro, che coincide con una rinascita umana e artistica.

Un po' guru, un po' sex symbol

La scaletta è un ponte continuo tra passato e presente, in cui le canzoni sembrano comporre i tanti capitoli di un’autobiografia emotiva. Da “Love” arrivano “New York”, “Questa nostra stupda canzone d’amore” e più tardi, nel bis, “Felicità puttana”. Da “Completamente sold out”, l’album che nel 2016 catapultò i Thegiornalisti dai palchi di San Lorenzo e del Pigneto alla vetta delle classifiche, rispolvera “Tra la strada e le stelle”, “Il tuo maglione mio”, “Sold out” e la stessa “Completamente”, che nel finale fa esplodere l’arena. Da “Space Cowboy”, il sofferto album di debutto da solista del 2022, “salva” - se così si può dire - solo “Lupin” e “Tutte le notti”, tra i film di Fellini e il Montana da attraversare a cavallo (magari indossando i panni del vaccaro spaziale del titolo del disco). Da “Sensazione stupenda” del 2023 arriva la nostalgica “Blu ghiaccio travolgente” (nel video sembrava rimpiangere i bei tempi che furono con la band). E poi, tra le varie “Riccione”, “La luna e le gatta”, “Ricordami”, “Non avere paura” e “Da sola in the night” ci sono le canzoni di “Casa Paradiso”, tra cui la stessa “I romantici”. Sotto il palco il pubblico si scatena, tra cori (anche della Lazio, la sua squadra del cuore) e quant’altro. I ragazzi lo vedono come un guru da bar sotto casa, più che da tempio zen: qualcuno che incarna uno stile di vita e un modo di raccontare le emozioni in cui riconoscersi, tra relazioni complicate, nostalgia, insicurezze mascherate da leggerezza. E quell’idea un po’ disordinata ma sincera dell’amore e della vita. Per le ragazze, invece, è un sex symbol, ma senza quella perfezione patinata: è il fascino dell’“uomo vissuto”. Quando scende dal palco e sfila davanti al parterre stringendo mani e dispensando abbracci, la situazione sfugge facilmente di mano: «C’è qualcuno che ha sconfinato. Ma chi siamo noi per dire di no?», sorride lui, alludendo a palpatine.

Tra Venditti e gli Oasis

Sul palco Paradiso trasmettere liberamente quello che sente e che prova, senza colpi di scena. Non ci sono filtri, non ci sono sovrastrutture: è come se avesse aperto la porta di casa e lasciato entrare il pubblico, canzone dopo canzone, stanza dopo stanza. È circondato da una band solida, composta da Matteo Cantaluppi alla direzione musicale e alle tastiere, Silvia Ottanà al basso, Angelo Trabace al pianoforte, Gianmarco Dottori alla chitarra acustica, Nicola Pomponi e l’ex Thegiornalista Marco Antonio Musella alle elettriche (è reunion per 2/3: del batterista Marco Primavera si sono perse le tracce), Daniel Fasano alla batteria, Roberta Montanari e Alice Barbara Tombola ai cori. Ma l’impressione è che ruoti tutto attorno a un unico centro. Paradiso stesso, appunto, con le sue fragilità esposte e il suo modo unico di trasformarle in pop. E insieme a lui, dentro questa “Casa Paradiso”, c’è tutto il suo immaginario, disposto come oggetti familiari: i cinepanettoni, “Sapore di sale”, Jerry Calà, la Lazio (dagli spalti si alza pure qualche coro dei tifosi biancocelesti), gli Oasis (il tamburello à la Liam Gallagher, l’intro di “Tra la strada e le stelle” che cita - con tanto di armonica a bocca - quello di “Whatever” e quello di “Ricordami” che riprende “Cigarettes & Alcohol”), Carlo Verdone, Dr. House, Lucio Dalla, gli Stadio, Vasco Rossi. E poi, come una carta da parati che ritorna in ogni stanza, c’è l’eco del Antonello Venditti degli anni ’80, quello più pop, più diretto: quello della stessa “Benvenuti in paradiso”, appunto, e “In questo mondo di ladri”. Non è una citazione fine a sé stessa: è il codice con cui Paradiso ha costruito la sua idea di canzone, con quel modo un po’ caciarone, sempre sopra le righe (ricordate quando nel 2020 rispose alle critiche per aver scritto la canzone di Natale di Radio Deejay rispolverando la tesi di laurea in filosofia dedicata a “La destinazione dell’uomo” di Fichte? A Roma ha presentato “Riccione” citando “L’infinito” di Leopardi…), ma mai davvero fuori posto, con cui tiene insieme tutto: alto e basso, cinema popolare e cantautorato, ironia e malinconia. È parte del gioco, o forse è proprio il collante di questa “Casa Paradiso”: un luogo dove si può passare con naturalezza da una citazione colta a una battuta da bar, da Lucio Dalla a Jerry Calà, passando per gli Oasis. Come se fosse la cosa più naturale che ci sia.

SCALETTA:
“Sensazione stupenda”
“Lasciamene un po’”
“Fine dell’estate”
“Promiscuità”

“New York”
“Lupin”
“Tra la strada e le stelle”
“Tutte le notti”
“Il tuo maglione mio”
“Sold out”
“Blu ghiaccio travolgente”
“La luna e la gatta”
“Da sola in the night”
“Forse”
“I romantici”
“Ricordami”
“I nostri anni”
“Questa nostra stupida canzone d’amore”
“Non avere paura”
“Riccione”
“Dr. House”
“Felicità puttana”
“Completamente”


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