Le Bambole di Pezza sono una delle realtà più interessanti della scena rock italiana. Nate a Milano, hanno rappresentato sin dall’inizio un’anomalia nel nostro panorama musicale, proponendosi come una band tutta al femminile capace di portare sul palco energia, rabbia e ironia, punk tiratissimo e testi in grado di trattare temi importanti quali istanze femministe, uguaglianze di genere, sessismo e violenza. Con una nuova formazione e un approccio più mainstream rispetto agli esordi riottosi, nel 2025 sono uscite con “Wanted”, un disco ispirato e fortemente voluto che rappresenta una sorta di definitiva sintesi del bambole-di-pezza-pensiero e che anche nella dimensione live trova la sua perfetta espressione, come dimostra la lunga tournée che ancora adesso le sta vedendo impegnate in giro per la penisola.
Cosa significava essere una band tutta al femminile nel panorama italiano dei primi anni 2000?
Premettendo che nella formazione originale c’era solo Morgana, la nostra storia si è poi sviluppata in una maniera particolare. Sicuramente in quel periodo suonare in una band femminile significava libertà, dimostrare che potevamo avere lo stesso spazio, la stessa forza e lo stesso diritto di esprimerci, senza doverci adeguare a cliché o stereotipi. Erano anni fantastici e in Italia si muovevano molte band del genere: Punkreas, Peter Punk, Pornoriviste. C’erano tante realtà dove suonare, il tessuto musicale alternativo era molto fertile. E soprattutto c’era tanto pubblico che veniva ai concerti di band alternative e indipendenti.Nei vostri testi ci sono impegno sociale ma anche intimismo, il micro delle esistenze personali e il macro delle grandi cause. Come nascono le vostre canzoni, i testi, le musiche?
A volte da quello che viviamo sulla nostra pelle, altre volte da ciò che vediamo intorno a noi e ci fa arrabbiare o emozionare. Si può partire da una frase, un’immagine, un riff di chitarra. A volte li scrive solo la cantante, a volte li creiamo insieme in sala prove, e ognuna di noi ci mette il suo vissuto e la sua sensibilità. L’equilibrio tra intimo e sociale arriva naturalmente, perché siamo persone che vivono la quotidianità ma anche il mondo esterno, e le due dimensioni si intrecciano.Il live è la vostra dimensione naturale, come sa chi vi ha viste in concerto. Cosa cercate di trasmettere quando salite sul palco?
Sul palco cerchiamo di trasmettere verità ed energia, è in assoluto il luogo che preferiamo al mondo. Non ci interessa essere perfette, ci interessa essere autentiche. La connessione con la nostra tribe nasce proprio da lì, dal fatto che quello che vedono è quello che siamo davvero. Ogni concerto è un rito collettivo, un momento in cui possiamo urlare e liberarci insieme. Vogliamo che chi ci segue torni a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa di unico e catartico.Negli anni avete avuto pause e ripartenze, un percorso artistico non lineare.
Le pause ci hanno permesso di crescere, capire chi eravamo e chi volevamo essere. Non rinneghiamo nulla del nostro passato, ma oggi sentiamo di avere una visione più chiara e matura. La rabbia e l’eversione ci sono ancora, fanno parte del nostro DNA, ma adesso sappiamo incanalarle in un linguaggio più ampio, che può parlare a più persone senza perdere intensità. È un equilibrio che ci rappresenta pienamente.La scena musicale italiana oggi non sembra molto aperta al rock.
Già, non è davvero semplice fare rock in Italia. Diciamo che forse oggi non è la colonna sonora dominante, ma resta una forza vitale. La generazione Z ascolta generi diversi, è vero, ma ci accorgiamo che quando ci vedono live, anche i più giovani si accendono. Speriamo davvero possano tornare ancora nelle classifiche, sia il rock che delle belle chitarre distorteQuanto conta per voi portare messaggi di impegno e consapevolezza?
Conta moltissimo. Non scriviamo pensando a fare sermoni, ma crediamo che la musica abbia un potere enorme, può scuotere, far riflettere, dare forza a chi si sente solo. Per questo cerchiamo di affrontare temi importanti come la violenza sulle donne, le pari opportunità, la libertà di essere diversi. Se anche solo una persona dopo aver ascoltato una nostra canzone si sente meno sola o più consapevole, per noi è già una vittoria.