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Backstreet Boys, 30 anni dopo: da boy band a “man band”

08.05.2026 Scritto da Elena Palmieri

Nel mese di maggio di trent’anni fa veniva pubblicato in Europa il primo album eponimo dei Backstreet Boys. AJ, Howie, Nick, Kevin e Brian avevano già iniziato a conquistare i cuori di fan giovanissimi e a entrare nelle camerette, soprattutto delle ragazze, sotto forma di poster, ritagli di giornale e musicassette consumate di singoli come "We've got it goin' on", "I'll never break your heart" e "Get down (You're the one for me)", e poi della prima vera hit "Quit playing games (with my heart)". Oggi loro non sono più ragazzi attorno ai sedici e diciotto anni, e anche quelle ragazze sono ormai diventate delle donne. Molte hanno figli, lavori, mutui, viaggi da organizzare, ma anche abbastanza nostalgia da spendere centinaia o migliaia di euro per rivedere dal vivo una band che, nel frattempo, ha smesso da un pezzo di essere composta da "boys", ma non ha smesso di funzionare come macchina pop.

30 anni fa l’album di debutto

La storia dei Backstreet Boys comincia a Orlando, in Florida, nel 1993, quando Lou Pearlman cerca di costruire un gruppo vocale capace di unire l’immagine dei New Kids on the Block al suono dei Boyz II Men. AJ McLean, Howie Dorough e Nick Carter arrivano attraverso audizioni e conoscenze comuni, mentre Kevin Richardson e Brian Littrell, cugini cresciuti nel Kentucky tra cori di chiesa e festival locali, completano la formazione. Il nome del gruppo arriva dal Backstreet Market di Orlando, luogo di ritrovo per adolescenti, e il primo concerto si tiene al SeaWorld l’8 maggio 1993.

Prima del successo americano, però, c’è l’Europa. Alla fine del 1994 il gruppo vola in Svezia per lavorare con Max Martin e Denniz PoP, figure decisive nella costruzione del pop della seconda metà degli Anni Novanta. Da quelle sessioni nasce “We’ve got it goin' on”, pubblicata nel 1995, che negli Stati Uniti non esplode ma nel Vecchio Continente apre la strada di questo nuovo gruppo. Seguono "I'll never break your heart" e "Get down (You're the one for me)", brani costruiti su armonie vocali levigate, melodie immediate, fraseggi R&B e una produzione pensata per suonare perfetta in radio. Arriva quindi il momento di “Backstreet Boys”, l'album di debutto, che esce per la prima volta in Germania il 6 maggio 1996, poi nel resto d’Europa e in Canada. L’album arriva al numero uno in Germania, Austria, Svizzera, Canada, Ungheria e Taiwan, raggiungendo poi la top 10 in molti altri Paesi e superando i 10 milioni di copie vendute nel mondo. In Europa diventa un caso prima ancora che gli Stati Uniti si accorgano davvero di loro. La Germania, in particolare, è il primo grande territorio ad accoglierli, premiandoli con il primo disco di platino grazie a “I’ll never break your heart” e trasformandoli da progetto costruito a fenomeno pop reale. La pubblicazione americana arriverà solo nel 1997, dopo il successo radiofonico di "Quit playing games (with my heart)". A quel punto l’album viene ripensato e ampliato con brani tratti dal secondo album, “Backstreet’s Back”, pubblicato poi l'11 agosto di quell'anno. È una strategia a doppia fase che oggi racconta bene la logica industriale di quegli anni, quando Europa e Asia potevano servire da banco di prova prima della conquista del mercato americano. I Backstreet Boys non inventano il pop vocale maschile, ma lo rendono esportabile su scala globale con una precisione che diventerà modello.

I Backstreet Boys ora

Dopo l'album di debutto e “Backstreet’s back”, anticipato dal classico "Everybody (Backstreet's back)", arrivò il grandissimo successo alla fine degli Anni Novanta e nei primi Anni Duemila con “Millennium” (1999) e “Black & Blue” (2000), portando al delirio mondiale di "I want it that way” e alle arene piene. Alle urla, le copertine, i premi, seguì successivamente il declino, poi i le pause, le cause, i problemi personali, l’uscita temporanea di Kevin Richardson e l'oblio. Fino a quando non è giunto il momento anche del ritorno dei Backstreet Boys. Come molte grandi macchine pop nate negli Anni Novanta, anche AJ, Howie, Nick, Kevin e Brian hanno attraversato il momento in cui sembrava tutto finito. Poi la nostalgia ha iniziato a lavorare per loro, ma non da sola. Servivano ancora canzoni riconoscibili, un’identità vocale precisa e un pubblico disposto a seguirli non più come idoli irraggiungibili, ma come parte della propria biografia.

Oggi Nick Carter ha 46 anni, AJ McLean 48, Kevin Richardson 54, Howie Dorough 52 e Brian Littrell 51. Non sono più ragazzi, ma sono ancora in grado di muovere un’economia attorno alle loro canzoni. Dopo la residency “Into the Millennium” ancora in corso alla Sphere di Las Vegas, dopo la prima serie di date dello scorso anno, il gruppo porterà lo show anche in Germania, alla Merkur Spiel-Arena di Düsseldorf, tra settembre e ottobre prossimi, con dieci concerti consecutivi che rappresentano le uniche date europee del tour. I prezzi raccontano bene il cambio di scala. Oltreoceano i biglietti arrivano da circa 320 a 1100 sterline, mentre per il pubblico europeo si va da 96 a 913 euro.

La Sphere ha trasformato il ritorno dei Backstreet Boys in qualcosa di più di un’operazione nostalgia. Oggi quando si parla di “Army” si pensa subito ai fan dei BTS, ma molto prima che quella parola diventasse il simbolo del fandom K-pop, i seguaci dei BSB avevano già imparato a muoversi come una comunità compatta. A Las Vegas questa comunità si è vestita di bianco, ha riempito hotel, bar, ristoranti, ponti pedonali e casinò, cantando “I want it that way” come se il tempo non fosse passato o come se fosse passato proprio per arrivare lì. Come riportato nei giorni scorsi sull’“Hollywood Reporter” da Leena Tailor, da quando i Backstreet Boys hanno dato il via alla loro residency alla Sphere hanno contribuito ad attirare “turisti internazionali e a creare in tutta la città un senso di unità basato sulla nostalgia”. Dopo i concerti del febbraio 2026, Las Vegas ha registrato il primo aumento dei visitatori dopo oltre un anno, con un incremento del 2,1 per cento rispetto al febbraio precedente. Non è possibile attribuire tutto a una sola band, ma il profilo dei visitatori racconta molto. Il 66 per cento dei turisti del 2025 aveva tra i 30 e i 49 anni, cioè l’età di chi, durante la "Backstreetboys mania" di fine Anni Novanta, era bambino, adolescente o poco più.

Attorno alla residency di Las Vegas si è creata una piccola economia parallela. Stando a quanto riportato sempre dall'"Hollywood Reporter", alcuni fan hanno speso più di 8 mila dollari per un singolo viaggio dedicato ai Backstreet Boys, l'hotel di lusso Venetian si è trasformato in una base naturale per il pubblico e il resort ha ospitato il “Backstreet Boys Terminal”, un pop-up con photo opportunity, cocktail a tema e merchandising esclusivo. Anche bar e ristoranti hanno seguito l’onda con menu “Millennium”, drink speciali e iniziative dedicate. Entro il quarto weekend di concerti, la "BSB mania" era visibile per strada, nei negozi pieni di abiti bianchi, tra i venditori ambulanti e negli artisti di strada che suonavano il repertorio della band.

Ora la stessa energia è attesa in Germania. Per la testata tedesca “The Local”, Rachel Loxton ha dedicato un articolo al ritorno dei Backstreet Boys a Düsseldorf, sottolineando come la scelta non sia casuale. La Germania è il Paese che per primo ha preso sul serio il gruppo, quando il resto del mondo ancora non ne aveva misurato il potenziale. Nei club, nei festival e negli eventi radiofonici tedeschi, i Backstreet Boys hanno visto nascere il pubblico che avrebbe poi contribuito a portarli verso la fama mondiale. È anche per questo che la residency tedesca viene presentata come un ritorno a casa. La Merkur Spiel-Arena, stadio del Fortuna Düsseldorf da circa 40 mila posti, diventerà per dieci sere il punto di incontro europeo di un fandom cresciuto, ma non evaporato.

Da boy band a “man band”

Il titolo dell’articolo che state leggendo cita direttamente Steve Knopper, che sul “Wall Street Journalha centrato il punto del discorso riflettendo sull’era delle “man band”. I Backstreet Boys non sono più ragazzi, ma continuano a chiedere e ottenere cifre importanti da fan ormai adulti, pronti a pagare biglietti, voli, hotel e pacchetti VIP per rientrare per una sera nella propria adolescenza. La differenza è che oggi non servono più i soldi dei genitori. Le ragazzine che li guardavano su MTV hanno carte di credito, ferie da incastrare e una memoria emotiva molto precisa.

Il fenomeno non riguarda solo loro. Gli NKOTB, un tempo New Kids on the Block, hanno oggi tra i 53 e i 57 anni e continuano a riempire Las Vegas. I Jonas Brothers sono tutti trentenni e si muovono tra festival, arene e casinò. I Take That, ormai cinquantenni, guidano ancora grandi concerti negli stadi britannici. New Edition e Boyz II Men, anche loro intorno alla cinquantina, continuano a trovare pubblico nei tour nelle arene. Quella che per decenni era stata considerata musica a scadenza breve è diventata un catalogo da adulti, un repertorio sentimentale capace di vendere molto proprio perché non appartiene più solo all’adolescenza.

Per anni si è pensato che una boy band avesse una durata naturale di sette o otto anni, dal momento in cui le fan tappezzavano la camera di poster fino al giorno in cui andavano al college e scoprivano altri generi, altri gusti, altre identità. Invece molte delle band degli Anni Novanta e Duemila hanno superato quel vuoto centrale e sono rientrate nel circuito della nostalgia con più forza di prima. Matt Rafal, responsabile pop e rock della Universal Attractions Agency, ha spiegato al “Wall Street Journal” che per molte boy band il momento più difficile arriva quando non sono più una novità, ma "se riesci a superare quel periodo di stallo, credo che si possa andare avanti per sempre". È qui che i Backstreet Boys hanno vinto la loro seconda partita. Non sono sopravvissuti perché sono rimasti giovani, ma perché sono invecchiati insieme al loro pubblico. Le loro canzoni parlavano di amori assoluti, cuori spezzati e promesse semplici quando chi le ascoltava aveva tredici, quindici o diciassette anni. Oggi quelle stesse canzoni funzionano in un altro modo. Non promettono più il futuro, ma riaprono un tempo preciso, quello in cui bastavano un ritornello, una coreografia, un poster e una voce riconoscibile per sentirsi parte di qualcosa.

"Le persone che sono cresciute con la nostra musica sono adesso quelle che dirigono grandi aziende e hanno il denaro disponibile per rivivere la propria infanzia", ha spiegato senza mezzi termini Nathan Morris dei Boyz II Men al "WSJ", descrivendo la stessa formula che i Rolling Stones sfruttano da decenni, solo applicata a una generazione che non ha imparato la nostalgia con il rock classico, ma con MTV, i cd singoli, i video registrati in VHS e le boy band.

Trent’anni dopo il primo album dei Backstreet Boys, mentre un'altra enorme cerchia di fan attende con ansia una nuova reunion delle Spice Girls, continuamente promessa e ancora mai realizzata, AJ, Howie, Nick, Kevin e Brian non sono più l’oggetto di un’isteria adolescenziale da liquidare con sufficienza e sono diventati una lente attraverso cui leggere il modo in cui il pop invecchia, cambia pubblico e cambia valore. Da boy band a “man band”, il passaggio non è solo anagrafico, ma riflette la trasformazione di un fenomeno pensato per durare poco in una memoria collettiva che continua a pagare il biglietto, a vestirsi di bianco e a cantare ancora una volta “I want it that way”.


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