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Goodbye Naples: i Nu Genea raccontano “People of the moon”

09.05.2026 Scritto da Mattia Marzi

Un viaggio «al di là delle colonne d’Ercole», lo definiscono loro. In effetti “People of the Moon” è per i Nu Genea davvero un viaggio che esce simbolicamente dai confini del mondo a loro conosciuto, per intenderci Napoli, per approdare in un mondo tutto nuovo. Viene da citare “Addio, Napoli!” (“Goodbye Naples”), film cult in bianco e nero del 1955 diretto da Roberto Bianchi Montero ascrivibile al cosiddetto “neorealismo d’appendice”. Il disco, appena uscito, a tre anni da “Bar Mediterraneo” (diventato un piccolo caso di studi: fu il più venduto al mondo di quell’annata su Discogs, il sito dove gli appassionati vendono e acquistano lp e 45 giri, mentre la rivista musicale statunitense Spin inserì la loro “Tienaté” nella classifica delle cinquanta canzoni più belle del 2022), rappresenta un nuovo capitolo che segna un’evoluzione sorprendente nel percorso del duo partenopeo composto da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, che qui attraversano lingue e culture: napoletano, certo, ma anche arabo, inglese, spagnolo e portoghese. Ci sono anche ospiti internazionali, come la spagnola María José Lergo, il britannico Tom Misch. Il tour partirà il 23 maggio da Milano.

Partiamo da qui: dopo il successo quasi “cult” di Bar Mediterraneo, vi siete sentiti sotto pressione nel lavorare a People of the Moon? E quanto le pressioni, se ci sono state, hanno influenzato il nuovo lavoro?
«Sicuramente un po’ di pressione c’è stata. Già “Nuova Napoli”, il disco precedente a “Bar Mediterraneo”, aveva avuto un successo più mainstream per i nostri canoni: da una nicchia piccola ci ritrovammo a fare concerti grossi in Italia e all’estero. Ma dopo “Bar Mediterraneo” le cose si sono ingigantite ancora di più. Il primo anno l’abbiamo sofferta. Eravamo gasati di fare qualcosa che avesse una potenza simile, che facesse ballare la gente. Ci siamo messi in testa di fare dei singoli che potessero spaccare. Ma non siamo mai stati bravi a fare cose a tavolino, pensate. E quindi cestinavamo tutto: ci autosabotavamo. Pensavamo di aver perso lo smalto. Proprio in quei momenti, però, ci mettevamo a jammare e uscivano le canzoni che poi man mano sono andate a comporre la tracklist di “People of the Moon”».

Il titolo, “People of the moon”, sembra unm manifesto, una dichiarazione collettiva. È così?
«Sì e no. Le “persone della luna” sono le parti di noi che in alcuni momenti riescono a toccare con mano la purezza dell’essere. I testi parlano di queste due fasi: l’essere succubi della società e l’imparare a trovare la bellezza delle cose. È quello che è successo a noi: nel momento in cui sentivamo la pressione dell’aspettativa, stavamo floppando. Ma nel momento in cui ci siamo fermati che abbiamo cominciato a vivere con leggerezza il momento della composizione. È stato un momento di liberazione».

Musicalmente, dove vi ha portato questo viaggio rispetto a “Bar Mediterraneo”?
«Linguisticamente un po’ più lontano. Abbiamo esplorato nuove lingue: c’è lo spagnolo con María José Lergo in “Acelera”, il portoghese con Gabriel Prado, che non è neanche un cantante professionista ma il percussionista che avevamo scelto per questo disco. Suona con Mario Venuti. Non ricordiamo neppure dove l’abbiamo conosciuto, ma ricordiamo che è scattato subito del feeling. E poi ci sono l’inglese con Tom Misch, l’arabo con con la libanese Céline Khoury. Tutte lingue alle quali ci siamo approcciati per la prima volta. A livello musicale abbiamo sempre attiunto a tutto il mondo: abbiamo continuato a farlo anche qui».

La copertina di "People of the moon":

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Maria José llergo come l’avete scoperta?
«In rete. Per il brano ci siamo ispirati ai Las Grecas, che fanno un genere sottogenere del flamenco, rumba funk. Dentro ci abbiamo messo un po’ di soul. Abbiamo rimescolato tutto».

E Tom Misch?
«Ci ha scritto lui su Instagram. Così lo abbiamo raggiunto a Londra, portandogli un po’ di bozze delle canzoni. Il terreno comuneè stato un giro di basso alla Pino D’Angiò, che conosceva. Il maestro D’Angiò era morto da poco. Il brano, “Onenon”, è anche un piccolo omaggio a lui».

C’è anche un uso particolare degli strumenti. Che strumento è quello che apre “Ma tu che bbuò”?
«Una cornamusa tunisina. Ma è stato suonato solamente il beccuccio, senza la sacca. Si chiama mezwed. È uno strumento simile alla ciaramella napoletana e alla zurna turca. Lo abbiamo scoperto grazie a Marzouk Mejri, uno dei musicisti con i quali collaboriamo da tempo».

Come si lega questo disco all’idea del racconto di Napoli? È un modo per raccontare una Napoli al centro del Mediterraneo, appunto?
«Napoli è stata centrale in “Nuova Napoli”, meno centrale in “Bar Mediterraneo”. Qui Napoli c’è, ma non è stato il motore portante. Non cerchiamo vincioli. Questo è l’album che volevamo fare, senza porci il problema di cosa mettere o non mettere. Il napoletano alla fine c’è. Ma più per una questione ritmico-linguistica, inteso come uno strumento. Abbiamo fatto un esercizio particolare, usare il napoletano come strumento ritmico».

Sembrate fare una scelta anti-moda, in un momento in cui Napoli trionfa in Italia: vi sentite rappresentati da Sal Da Vinci e dalla sua “Per sempre sì”, che gareggerà all’Eurovision?
«Il suo album “Footing” (1984, ndr) rimane un grande disco. Viene da una scuola che ha prodotto tanto. Forse a livello di gusto non incontra il nostro. Però proviamo per lui grande rispetto e siamo stati contenti di vederlo in un contesto così importante».

E a voi quel contesto interessa?

«Vediamo cosa farà Stefano De Martino: è un giovane meno legato a dinamiche del passato. Ma noi non siamo fatti per quel contesto. Il mercato italiano possiamo dire di non conoscerlo: siamo fuori da tutte le dinamiche. Viviamo in una sorta di bolla. Guardiamo a quello che ci piace fare e basta».


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