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Auroro Borealo: “Se lo dici nel modo giusto, si può dire tutto”

15.03.2026 Scritto da Elena Palmieri

Make Auroro Borealo Again”, recitano i cappellini rossi appoggiati sul banchetto del merch. Ironia, leggerezza, cronaca di attualità e una certa vocazione al paradosso sono gli ingredienti principali della serata del 12 marzo ai Magazzini Generali di Milano. Auroro Borealo, pseudonimo di Francesco Roggero, bresciano, classe 1984, porta dal vivo il suo nuovo album “Adesso canta Auroro Borealo. Sul palco, insieme a lui, ci sono Greg Dallavoce, Carlo Poddighe e Nicolò Brattoli, mentre nel corso della serata si avvicendano numerosi ospiti, da Max Collini ad Angelica, da Ruggero de I Timidi ad Amalfitano, passando per Sibode Sj, Topazio Perlini e Daniele Vaschi. Viene così restituita l’idea di un concerto che è allo stesso tempo spettacolo, comunità e happening. L’intento, come spiegato da Auroro Borealo a Rockol alla vigilia del set milanese, è però di “far parlare la musica” e lasciare che siano “le canzoni a guidare il live”: “‘Adesso canta Auroro Borealo’ è un disco d'impatto, pieno di parole”, racconta: “Proprio per questo, se possibile, voglio far parlare molto la musica, dare molto più spazio alla musica che alle mie stramberie. Detto questo, rimane un dato di fatto che sul palco sembro sempre una lucertola senza testa che si contorce: sono una versione non muscolosa di Iggy Pop”. Aggiunge: “Quando avevo scritto i brani di ‘Adesso Canta Auroro Borealo’ avevo già in mente il concerto, e ogni pezzo era pensato per un momento preciso dello spettacolo. Anche questa volta ci sono i visual e continuo a fare tutte le cose che ho sempre fatto - tra cui buttarmi sul pubblico. Insomma, l’attitudine rimane la stessa. La differenza è che, se in passato certe cose servivano anche a compensare il fatto di non avere sempre canzoni all’altezza, questa volta mi sembra di avere dei brani che sono molto più all’altezza di me”.

Provocazione, ironica, cronaca

Dopo Milano il tour proseguirà il 15 marzo al Largo Venue di Roma, ma già da questa prima data appare chiaro come il progetto di Auroro Borealo continui a muoversi lungo quella linea sottile che tiene insieme intrattenimento, archivio culturale e una forma tutta personale di racconto del presente. Il titolo dell’album, “Adesso canta Auroro Borealo”, sembra già una dichiarazione di intenti, ma in realtà - sottolinea lui stesso - nasce da una provocazione ironica. “È sicuramente un titolo ironico”, afferma Francesco Roggero: “L’intento è sempre quello di affrontare temi importanti, anche pesanti, con una certa leggerezza. Credo che oggi lo facciamo in pochi, e lo dico anche un po’ a malincuore. Io vorrei che le cose più pesanti si affrontassero con un minimo di autoironia, con un po' di leggerezza, perché credo che sia proprio così che arrivano di più e restano più impresse”. Aggiunge: “In questo senso anche gli arrangiamenti aiutano molto. Sono tutte canzoni musicalmente divertenti, ballabili, leggere, dentro le quali ho inserito qualcosa per chi ha voglia di ascoltare davvero. Sono partito dal presupposto che ormai i testi non li ascolta più nessuno; quindi, posso permettermi di dire quello che voglio”.

Eppure, proprio i testi sembrano essere il cuore del disco. “Manganellami, Cuccami, Aldomorami / E se fanno domande, la versione ufficiale è / ‘Sono caduto dalle scale’”, recita un passaggio di “Cuccami”. “Instagram fa schifo al cazzo / Tiktok fa schifo al cazzo / Spotify fa schifo al cazzo / E anche io non è che sia tanto meglio”, è la dichiarazione che arriva con “La pizza di Gino”. Tra riferimenti alla cronaca, frammenti politici, immagini grottesche e rime improvvise, le canzoni di “Adesso canta Auroro Borealo” funzionano come racconti che chiedono di essere ascoltati oltre la superficie dell’ironia. È una trasformazione che, racconta Francesco, nasce anche da una necessità personale. “Ho più di quarant’anni e non mi funziona più dire stupidate solo per il gusto di dirle. Mi sento più a mio agio così, anche alla luce del percorso che ho seguito negli ultimi due anni: dal musical in cui interpreto un trentenne pelato fascista che si innamora di un uomo ambientalista fino alla questione di Spotify”, afferma l’artista, che qualche mese fa ha deciso di togliere la propria produzione dalla piattaforma di streaming svedese dopo l’investimento del suo fondatore Daniel Ek a favore di una startup tedesca specializzata in tecnologie militari e droni da guerra. Mentre sul palco dei Magazzini Generali annuncia per il prossimo 16 aprile la proiezione al Politeatro di Milano del film integrale del musical ripreso lo scorso anno al Teatro Martinitt e trasformato in un lungometraggio. Continua: “Tutto questo fa parte di un cammino in cui mi è sembrato più naturale e più giusto dire cose che per me hanno un peso. La cifra dell’ironia, e soprattutto dell’autoironia, purtroppo ce l’ho sempre avuta, quindi non poteva andare diversamente. Anche perché non mi sento di definirmi un cantante in senso stretto: i cantanti che sanno davvero usare la voce sono altri, per usare un eufemismo. Se togli la capacità vocale, la tecnica, la bravura compositiva e anche i testi, non rimane più niente. Per questo scrivere cose che fossero calate nel nostro tempo e che dicessero qualcosa per me è stato quasi necessario”.

Anche sul piano musicale, si ritrova un filo logico tra narrazione e sonorità in “Adesso canta Auroro Borealo”, come a voler attribuire una colonna sonora a ogni racconto o personaggio del disco. “Gran parte delle musiche sono state scritte dal produttore Greg Dallavoce e dai Solo Vocali, mentre tutto il resto è stato suonato da Carlo Poddighe, che è un polistrumentista incredibile”, spiega Francesco: “Io porto soprattutto le idee. Sono un grande fan della retromania: i suoni contemporanei mi interessano poco; quindi, guardo continuamente al passato cercando di mantenerlo attuale e senza cadere nel citazionismo troppo derivativo o filologico. Per ‘Adesso canta Auroro Borealo avevo in mente un disco che richiamasse l'atmosfera di un certo passato, quindi vintage, e che fosse in qualche modo ballabile e movimentato”. Aggiunge: “Per questo nuovo album il periodo di riferimento specifico non è più quello degli Anni Settanta e Ottanta, ma si sposta verso gli Anni Novanta e Duemila - che poi a loro volta riprendono il periodo precedente. ‘Cuccami’ è un pezzo costruito sull’impianto di brani come ‘Crying at the Discoteque’ o ‘Starlight’, che nei Duemila riprendevano campioni degli Anni Settanta trasformandoli in pezzi dance. ‘@Antonio72’ invece è una canzone sulla nostalgia, in tutte le sue forme, e quindi aveva senso richiamare gli inni da stadio tipici degli Anni Novanta, dagli Oasis fino ai Lùnapop e agli 883: tutti artisti che fanno parte dei miei ascolti e che continuo ad amare molto”. Continua: “Altri brani giocano con riferimenti ancora diversi. “Brava ragazza”, per esempio, richiama l’immaginario di ‘Gioca Jouer’, mentre ‘La pizza di Gino’ sembra quasi un pezzo di cosmic disco con dentro la lambada. In generale ogni canzone cerca di restituire musicalmente il periodo o l’atmosfera di cui parla nel testo. L’unica eccezione è ‘Croste’: lì, avendo come ospite Max Collini, era inevitabile fare un pezzo alla Offlaga Disco Pax”.

“Disponibile in vinile, in uno speciale lettore MP3 e su tutte le piattaforme digitali (tranne Spotify)”

A quasi un mese dall’uscita di “Adesso canta Auroro Borealo”, pubblicato il 14 febbraio scorso, il bilancio di queste prime settimane sembra confermare che la scelta di percorrere strade meno convenzionali, anche sul piano della distribuzione, abbia trovato una sua coerenza. “Principalmente sono successe due cose. Innanzitutto, ho dimostrato, soprattutto a me stesso, che un approccio diverso rispetto a quello dominante delle piattaforme di streaming è possibile”, testimonia Auroro Borealo: “Attraverso Bandcamp ho venduto moltissimi dischi fisici, e questa per me è stata una conferma importante. La seconda cosa è che mi sono accorto di come le canzoni che avevo scritto un anno fa siano diventate, tristemente, ancora più attuali di quanto mi aspettassi”. Per spiegare cosa intende, Francesco passa quindi a citare alcuni versi dell’album: “Penso a un passaggio di ‘Forse dell’ordine’ che dice: ‘Porta una mano alla cintura. O il poliziotto prima spara e poi ti accusa. Porta una mano alla cabeza. Se poi ti stendono è legittima difesa’. Ma anche in momenti apparentemente più innocui, come quando in ‘Brava ragazza’ canto: ‘In piazzale Loreto ci morivano i fascisti / mentre ora ci muoiono soltanto i ciclisti / ti ho vista protestare in piazza contro Pinochet / e cagare in testa a Timothée Chalamet’. Insomma, credo di aver intercettato uno zeitgeist abbastanza preciso, e per di più senza nemmeno averlo cercato davvero”. Nemmeno a dirlo, l’attore statunitense - già visto nei panni di Bob Dylan in “A Complete Unknown” e ora nominato agli Oscar 2026 come “miglior attore protagonista” grazie a “Marty Supreme” - è proprio in questi giorni al centro di uno tsunami mediatico a seguito delle sue dichiarazioni su opera e balletto. Eppure, senza prevedere nemmeno questo episodio, già in “Adesso canta Auroro Borealo” il riferimento a Timothée Chalamet, apparentemente bizzarro, nasceva da un meccanismo molto semplice, quasi ludico, che però finisce per diventare una piccola allegoria. “Timothée Chalamet è finito in quel verso per due motivi. Il primo è banalmente che era praticamente l’unica parola che facesse rima con Pinochet”, confessa Auroro Borealo: “Il secondo è più legato a quello che per me rappresenta. Un po’ come nel video del ragazzino che dice: ‘Minchia, ma la banca è l’emblema della ricchezza’. Ecco, per me Timothée Chalamet è qualcosa del genere. E non lo dico perché, da maschio alfa, rosico della sua bellezza - potrei farlo, come potrei anche no. Il punto è che per me è l’emblema di un certo tipo di greenwashing: un impegno politico molto esposto, pieno di luci ma anche con qualche ombra”. Aggiunge: “Anche volendo interpretare la sua uscita su opera e balletto nel modo più benevolo, cioè pensando che intendesse dire che sono arti in declino e che lui non vorrebbe che il cinema facesse la stessa fine, resta comunque il fatto che ha affermato di non voler lavorare in un settore che sta morendo. E quindi, anche nel caso in cui le sue parole siano state in parte fraintese, secondo me restituiscono comunque una certa cifra del personaggio”.

Quindi, come si sta, da artista, senza Spotify? “Io sto bene, anche se è stato faticoso”, dichiara Auroro Boreaolo con lucidità: “Ho rinunciato a una cifra che va più o meno dai 3.500 ai 5.000 euro l’anno provenienti dallo streaming, che per un artista al mio livello non sono pochi. Però mi sono reso conto che forse non mi interessa più di tanto il cosiddetto boost di visibilità dell’algoritmo. Mi interessa soprattutto che ci sia chi deve esserci. E per fortuna i numeri, almeno finora, mi stanno dando ragione. Le vendite dei biglietti dei concerti stanno andando bene”. Così, una scelta ideologica, si sta rivelando anche una forma di riavvicinamento al pubblico. “Mi ha aiutato a capire meglio chi è il mio pubblico e a tenermelo molto stretto”, precisa Francesco: “Ho letto che uno degli effetti collaterali peggiori delle piattaforme di streaming è proprio quello di allontanare l’artista dall’ascoltatore. Io invece sto cercando di ridurre quel divario: gli ordini dei vinili arrivano direttamente a me, sono io che preparo i pacchi e li spedisco. Così facendo stringo molto di più il rapporto con chi mi ascolta davvero. Perché la cosa che mi contraddistingue - purtroppo o per fortuna - è una certa empatia. È quella che rende possibile che uno come me, che non sa cantare, continui da più di dieci anni a girare in tour e a fare concerti”.

Questa relazione diretta con chi ascolta si riflette anche nella forma fisica del disco, disponibile persino in un piccolo lettore MP3 personalizzato, un oggetto quasi anacronistico nel panorama contemporaneo. “Inizialmente volevo farlo solo in lettore MP3”, confessa Auroro Boreaolo: “Però costava troppo e avrei alimentato troppo il turbocapitalismo. Ma quando ho tolto la mia musica da Spotify ho pensato a quale potesse essere un formato autosufficiente per un album, che non avesse bisogno di qualcos’altro per essere ascoltato. L’unico formato a sé stante è il lettore MP3. Per questo ne sono molto orgoglioso: è proprio la chiusura di un’operazione”.

"Se lo dici nel modo giusto, si può dire tutto"

Le canzoni di “Adesso canta Auroro Borealo” nascono quasi sempre da una storia da raccontare prima ancora che da un’idea musicale. “Parto da una storia perché la mia capacità compositiva è piuttosto limitata”, dice ridendo Francesco: “Sono fortemente convinto che oggi, più che mai - anzi, come sempre, ma oggi forse ancora di più - ènecessario raccontare delle storie, dire delle cose. E ci sono tantissime storie che non vengono raccontate e che invece meriterebbero di esserlo”. Tra queste c’è, ad esempio, quella narrata in “Croste”, dedicata alla collezione di quadri acquistati da Silvio Berlusconi attraverso le televendite di Telemarket. “L’ho trovata una cosa romantica, ma anche una storia interessante da raccontare”, afferma Auroro Borealo: “Si lega molto alla mia ricerca sul brutto, o sul ‘diversamente bello’. Queste storie minori, considerate brutte o inutili, in realtà parlano di noi molto più delle storie belle e celebrate. Sono come delle diapositive di un preciso momento storico”.

Una prospettiva che avvicina il suo lavoro a una forma di satira, anche se lui - che per definirlo si alternano spesso etichette diverse, da “molestatore culturale” a “irriverente” - preferisce non usare questa parola con troppa disinvoltura. “Faccio fatica a definire quello che faccio satira”, conferma: “Però mi rifaccio molto a una strada già battuta da artisti come Enzo Jannacci o Gianfranco Manfredi. Jannacci arrivò a Sanremo con Paolo Rossi portando “I soliti accordi”, una canzone che sembrava leggerissima ma che riusciva a parlare di mafia quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Allo stesso modo Elio e le Storie Tese con “La terra dei cachi” presero in giro praticamente tutte le persone sedute nelle prime file dell’Ariston. È quella la matrice in cui mi muovo, perché mi permette di dire delle cose con leggerezza e con una certa eleganza. Anche se l’eleganza non sembrerebbe proprio la definizione più adatta a me”. La leggerezza è anche il modo con cui affronta il dibattito contemporaneo su libertà di espressione e politically correct: “In questo momento storico, in cui in teoria si può dire qualsiasi cosa e allo stesso tempo si discute continuamente di politically correct, sono davvero convinto che esista un modo per dire tutto”, dichiara Auroro Borealo: “Non è vero che non si può dire quello che si vuole: la differenza sta nel come lo si dice. Ci sono modi per affrontare anche temi importanti, provocatori o di rottura senza essere necessariamente offensivi. È una cosa a cui presto molta attenzione. Non cerco lo scontro, non ho nessuna voglia di prendermi una querela: infatti non faccio nomi e mi muovo sempre per allusioni. Se qualcuno vuole capire, capisce. Ma tutto questo nasce soprattutto dalla volontà di dimostrare che, se lo dici nel modo giusto - magari con un po’ di empatia - si può dire davvero tutto”.

In questo contesto, conferma Francesco, “l’ironia, e soprattutto l’autoironia, sono strumenti fondamentali. Ti permettono di metterti sullo stesso piano di chi ascolta e di creare un’empatia che cambia completamente il tono del discorso”. Sottolinea quindi: “Non sto facendo i 99 Posse, con tutto il rispetto. Io sono indipendente, rivendico la mia indipendenza e faccio tutto da solo. Non ho certo bisogno di arrivare al grande pubblico né di essere considerato un vate. Anche perché, se vai a guardare da vicino, come tutti sono umano e pieno di contraddizioni: non sono il salvatore della musica italiana né di altro. Sono semplicemente uno che fa dischi per, relativamente, poche persone”.

Il diversamente bello

Proprio l’empatia attraversa anche gli altri progetti di Francesco Roggero, da “Orrore a 33 Giri” a “Libri Brutti”, dove il gusto per il cosiddetto “brutto” o “diversamente bello” diventa quasi una forma di archivio culturale. “A me quelle canzoni o quei libri piacciono davvero”, afferma Auroro Borealo: “Io provo veramente un rispetto reverenziale per questi materiali che ora possono essere considerati da archivio. E qui mi prendo un po' di merito, dal momento in cui li rendo io un archivio. Prima non erano d’archivio, prima erano da buttare”. Continua: “Per colpa mia, ora, è impossibile acquistare una copia di ‘Dove andiamo a ballare questa sera?’ di Gianni De Michelis, ma letteralmente impossibile. Sono impazziti tutti. A me queste cose piacciono davvero e sono contento quando si capisce che non è un deriderne, ma è un celebrarle, è un tenerle a sempiterna memoria in modo che non vadano perse, anche se tra poco potrebbe sparire tutto. Però intanto noi abbiamo raccontato una storia che altrimenti nessun altro raccontava e quella per me è empatia, cioè empatizzare su delle cose che ci riguardano e che non lo sapevamo”. Ovviamente questo meccanismo si può capovolgere: “Tutto quello che a tutti piace di solito a me fa schifo”, dichiara Francesco ridendo: “Il claim di ‘Libri brutti’ è proprio ‘Brutti per gli altri ma bellissimi ai nostri occhi’. Ma vale anche viceversa”.

Attraverso l’occhio di Auroro Borealo proviamo quindi a riflettere sul Sanremo che è stato quest’anno: “Non ho seguito molto il Festival”, confessa però Francesco: “Quest’anno non mi ispirava particolarmente. Da quello che ho visto, letto e percepito in generale, mi è sembrata un’edizione piuttosto mesta, un po’ sottotono, poco trascinante”. E sulla vittoria di Sal Da Vinci con “Per sempre sì” aggiunge: “Per come è stato impostato il Festival, trovo abbastanza coerente, e in linea con lo spirito del tempo e con la pancia del Paese, che abbia vinto Sal Da Vinci”. Continua: “Un altro discorso è quello di bello o brutto, chi sono io per stabilirlo? Ho costruito buona parte della mia esistenza sull’idea che siano categorie profondamente soggettive; quindi, non posso certo mettermi a giudicare una canzone in questi termini. Quello che posso dire è che difficilmente questa è una canzone destinata a generare, in futuro, un grande effetto nostalgia. Spesso succede che brani considerati brutti al momento dell’uscita vengano rivalutati con il passare degli anni proprio grazie alla nostalgia - o viceversa. Max Pezzali, per esempio, ha costruito una parte della sua carriera proprio su questo: dopo una decina d’anni, molti giovani hanno riscoperto quelle canzoni e le hanno trasformate in qualcosa di quasi leggendario. Ecco, non credo che la canzone di Sal Da Vinci sia destinata a innescare lo stesso meccanismo tra quindici anni. Però resta, senza dubbio, una canzone profondamente radicata nello spirito del tempo”.

Tra le riscoperte di “Orrore a 33 Giri” c’è Mario Acquaviva, una delle scoperte più belle e soddisfacenti per Auroro Borealo: “Non sono stato il primo a parlarne, ma sicuramente uno di quelli che più hanno contribuito a riportarlo all’attenzione. Era un cantautore bravissimo che, nei primissimi anni Ottanta, aveva pubblicato un EP di quattro tracce. Arrivò persino al Festivalbar, fino alla semifinale. Faceva un cantautorato pop incredibile, a livelli altissimi. Purtroppo, fu molto sfortunato e perse il momento giusto. Negli anni quel disco, ‘Mario Acquaviva’ del 1983, è diventato un oggetto di culto e quando è stato ristampato tutte le copie sono andate esaurite subito. Quando succedono, queste cose mi rendono molto felice, perché significa che, se qualcosa è davvero bello, prima o poi trova comunque il modo di arrivare alle persone, anche dopo quarant’anni, e di trovare il suo pubblico”.

In fondo è proprio questo il destino che Auroro Borealo spera per la sua produzione musicale, più ancora del presente. “La speranza che ho per la mia musica è che tra trent’anni arrivi un ragazzino di 15, 18 o 20 anni che la scopra e dica: ‘Ma questa roba è una figata, com’è possibile che nessuno se ne sia accorto?’. Questo è il mio grande sogno”, confessa Francesco: “In fondo lo faccio soprattutto per quello: non tanto per l’adesso, ma per quello che potrebbe succedere tra vent’anni. Il secondo motivo, che dico sempre senza troppi giri di parole, è lo stage diving. Io faccio musica per potermi buttare sul pubblico. Tutto il resto mi interessa relativamente. Non ho particolari ambizioni al di fuori di queste due cose: buttarmi tra la gente durante i concerti e, magari, essere riscoperto tra vent’anni, quando qualcuno tirerà fuori i miei dischi e dirà che sono diventati rarissimi e di grande valore”.


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