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Antonio Pascuzzo e la responsabilità dell'essere cantautore

25.03.2026 Scritto da Lucia Mora

Avvocato e agitatore culturale oltre che musicista, Antonio Pascuzzo è quel tipo di cantautore che rivendica la responsabilità di questo ruolo: la musica è impegno e ogni parola va soppesata. Nella nuova “Tela di Pascouche” – il suo terzo disco, dopo “Rossoantico” (2010) e “Pascouche” (2015), entrambi finalisti alle Targhe Tenco – tesse un microcosmo dove il folk, la canzone d'autore e una certa ironia esistenziale si intrecciano, con lo zampino di Mannarino e di tanti amici che valorizzano la dimensione collettiva dell’arte.

Antonio, qual è la scintilla che ha fatto nascere il disco?

Forse la scintilla riguarda solo il momento della pubblicazione, in realtà scrivo sempre. Ho sempre avuto questa attività, suono da quando ero ragazzino, quando suonavo le canzoni dei miei idoli. Poi ho cominciato a scrivere all'università, più che altro per spirito competitivo, perché avevo in casa uno che scriveva delle canzoni veramente terrificanti e pensavo: non è possibile che sia così facile scrivere canzoni. Un po' per scherzo, ma è nato tutto così. L'album invece è partito da un sacco di roba raccolta in questi anni. Erano dieci anni che non pubblicavo qualcosa. Forse l’ho fatto anche per uscire un po' dal guscio, perché in questi anni – tra il Covid e altre cose – mi ero un po' allontanato.

È una fotografia di come sei ora?

Sì, certamente. Mi rappresenta molto, perché è un album in cui ho fatto i conti anche con la mia età. Una cosa è cantare a trent'anni, un’altra è cantare a cinquantotto, anche proprio sotto il profilo fisico, oltre che emotivo. È un tipo di situazione abbastanza inusuale e quasi qualche volta per schermirti ti devi un po' giustificare, no? Per questo non mi manifesto molto. Cioè, uso i social, uso le cose che usano tutti per promuoversi, ma non esco a dire che ho fatto canzoni.

Se dovessi dare delle coordinate per identificarti a chi non ti conosce, quali autori citeresti?

Questa è una lusinga, rischio di diventare un mitomane. Mi limito ad avere dei riferimenti, delle stelle comete, ma così lontane e irraggiungibili che mi vergogno anche a dirle. Mi sono formato con la musica dei più bravi, dei più grandi in Italia, come Pino Daniele, Fabrizio De Andrè, quella musica lì. Ma più che avvicinarmi a qualcuno di loro, mi piace avvicinarmi al metodo: io ho studiato queste persone, ho studiato i loro video, ho avuto anche la fortuna di conoscerli, e dietro c'era sempre tanto lavoro, tanto studio. Sicuramente, rispetto a quello che è oggi la musica, sembra eccessiva, forse aveva un valore diverso anche quando lo facevano loro, però per me suonare è quello. La ricerca nella musica, nell'arrangiamento, anche nel riferimento, nascondendo in mezzo alle tracce delle chicche, per quelli che magari hanno fatto i miei stessi passaggi.

Ci sono i grandi maestri ma ci sono anche gli amici, come Mannarino.

Sì, sono frequentatori che abitano normalmente nella mia vita. Persone con cui mi incontro e mi confronto spessissimo. Ascolto tanti dei lavori sia di Alessandro sia di tanti altri in fase di lavorazione, bozze, eccetera. Alessandro in questo mio ultimo disco ha fatto tante incursioni. È di famiglia. Di notte, quando non riusciva a dormire, bussava e me lo ritrovavo a casa: veniva per farmi sentire quello che aveva scritto e per metterci a scrivere insieme. Oltre al disco, conservo anche tanti ricordi, video che abbiamo fatto mentre scrivevamo e riscrivevamo delle strofe. È stato proficuo. Lui ha i colpi del fuoriclasse: ogni tanto tirava fuori delle cose che non potevo ignorare. Per esempio, il ritornello di “Capra” è stato un regalo speciale: stavo registrando in studio, poi mi chiama una persona e sono costretto a scappare; lui rimane in studio, a lavorare sul mio pezzo, e dopo un po’ mi manda quello ha scritto, che è poi diventato il ritornello della canzone. C’è una vicinanza speciale.

Uno dei punti di forza del disco è l’arrangiamento. Come hai lavorato con Alessandro Chimienti?

In maniera molto, molto, molto naturale. Alessandro – che tra l'altro suona da sempre con Mannarino – è un amico. Abbiamo un piccolo format, un appuntamento settimanale che abbiamo dal 2016 o 2017: ci vediamo a casa, e poi, siccome siamo tutti musicisti, suoniamo, giochiamo con le canzoni. Una volta abbiamo rifatto le canzoni di un Festival di Sanremo, oppure, che ne so, facevamo la colonna sonora di “Narcos” dal vivo. In quelle occasioni, spesso capitava che io avessi appena scritto una cosa e che morissi dalla voglia di farla sentire. La prima di tutti è stata quella che nel disco si chiama “Cavalli”: il giorno dopo, Alessandro mi ha mandato una sua versione, e così è iniziato tutto, molto naturalmente. Ho sempre pensato che lui avesse una grande attenzione, una capacità di studiare, di ricercare, che poi è una grande cultura oltre che capacità tecnica. Non lo aveva mai fatto prima ed è stata una sfida che ho voluto dall'inizio, perché mi piace anche fare un po' da talent scout, quando posso.

A volte c’è contrasto tra musica e testo, come in “Rosa”. Usi la leggerezza per trattare temi complessi.

Era proprio la mia intenzione. Non volevo una cosa che fosse solo struggente. Solo Chaplin ha fatto di Hitler un personaggio comico, grottesco. I politici del presente lo sono per natura, non c’è bisogno che un artista si metta a far diventare comico Lollobrigida, per dire. Con uno che ferma il treno a Ciampino che ci vuoi fare? Tornando invece al passato, il grottesco, l'utilizzo di questo contrasto è un elemento che ho voluto fortemente. Mi sono molto interrogato su che piega dovesse prendere il pezzo. Da un lato c'è una parte farsesca, in cui descrivo i personaggi mentre fanno il loro, dall’altro c'è il pretesto da cui nasce la canzone, cioè la dedica a Rosa Maria Dell’Aria (una maestra di italiano che spiegava ai suoi alunni che cosa fosse il binario 21, messa alla berlina sui social e sospesa, ndr).

Esci con un album di musica popolare, folk, jazz e cantautorato in un presente che privilegia – almeno in classifica – tutt’altro.

Sicuramente è una dichiarazione di resistenza. I primi in classifica oggi vengono arrestati per banda armata e maltrattamenti alle compagne. Il primo della piramide mondiale è Trump. Ecco, io non ci tengo a diventare primo. Sarò un boomer, ma quando penso ai miei idoli, Pino Daniele, Guccini, De Andrè eccetera, penso a persone che stimavo al di là della musica. Le persone avevano anche un'etica dell'essere dei cantautori, sapevano che c'era una responsabilità nell'essere un personaggio. Oggi non ce l'hanno. Non ce l'hanno nemmeno quelli che fanno le cose cosiddette “serie”. Nella nostra categoria c'è tutta gente poco seria. Io faccio la musica che mi piace, come esistono ancora quelli che fanno musica classica. Mi dispiace che gli spazi e che l'attenzione che il pubblico riserva alla musica non siano più quelli di un tempo. Ma la musica che faccio serve anzitutto a consolare me.

Ti senti più un custode di una tradizione (quella del cantautorato) o uno sperimentatore che cerca di portarla in altri territori?

No, custode sicuramente no. Non so nemmeno se faccio parte di quella tradizione. Penso di essere un cantautore nel senso più corretto del termine. Oggi lo si usa in maniera quasi descrittiva: uno che scrive le proprie canzoni. Non è così. Il cantautore era una definizione sulla base della quale è nato tutto un movimento che si riferiva appunto a quell'etica, a quell'impegno, al fatto che le canzoni non dovessero parlare di niente. C'è un significato dietro le parole che si usano, ma anche prima di tutto dietro la parola cantautore, al centro del dibattito che poi ha dato vita al Club Tenco. Non sono custode né tantomeno continuatore, ma mi sento di entrare nella categoria di quelli che provano a dare un senso a quello che scrivono e a come vivono quello che fanno.

Rispetto alla musica “liquida”, ci tieni ancora alla presenza fisica dei musicisti, dei live, dell’improvvisazione in studio.

Sì, fondamentalmente la musica è una scusa. Per me la cosa essenziale della vita è che sono un essere sociale. Faccio tutto quello che posso in maniera collettiva, condivisa. Mia madre ricorda di me una frase che dicevo sempre da bambino, a cinque anni, quando mi affacciavo tra le ringhiere del balcone per chiamare quelli che giocavano fuori: “Amici, venite tutti a casa”. Ho avuto per dodici anni un locale che è stato proprio tutto questo, dove ho avuto la fortuna di poter ospitare tra i più bravi musicisti, quelli che ho amato di più, e ho proseguito poi questa attività appunto sia suonando o organizzando festival. Quello che faccio è tutto teso a saziare questa voglia. Per me l'Eden è un posto dove ci sono dei brani, degli strumenti e un sacco di gente che non fa male a nessuno.

Che cosa ti rende orgoglioso quando pensi alla tua “Tela”?

Non è che mi dispiacerebbe che l'uscita del disco fosse accompagnata da comunicati a rete unificate, eh, però… in realtà è proprio questa assenza sulla scena. Non sono un personaggio famoso, quindi mi piace conoscere un sacco di persone quando esco con un disco. Come tutti gli artisti, penso mi piaccia comunque dare il meglio di me, per cui direi che accontentarsi delle canzoni che faccio è già una cosa che mi rende abbastanza soddisfatto. Almeno le persone che conosco attraverso di esse non conoscono le mie parti peggiori, e questo mi aiuta.


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