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Antieroi di Sanremo: gli artisti che sembravano fuori posto

26.02.2026 Scritto da Elisabetta Castelli

Contenuto in collaborazione con Jack Daniel’s

Fuori stile, fuori linguaggio, fuori contesto. Chiamateli, se volete, gli antieroi di Sanremo. La storia del Festival è piena di personaggi così, che sembrano essere capitati nel tempio della canzone italiana, dove tutto deve essere calibrato, prevedibile, persino rassicurante, quasi per sbaglio. Personaggi che non cercano di piacere a tutti, che non si adattano, che portano la loro estetica e il loro mondo senza smussare gli angoli. A volte sono stati sottovalutati, a volte fischiati, altre volte ancora semplicemente non capiti. Ecco alcuni dei casi più iconici.

Rino Gaetano e “Gianna”: l’istrione che prendeva in giro tutti (1978)

«Un tempo sarei stato disposto a giurare che Sanremo fosse il santo protettore della tifoseria laziale, temibile avversario di San Romolo, ovviamente romanista. Poi crescendo è maturata in me la convinzione che si trattava invece di un ordine massonico che assegnava titoli nobiliari: re, reucci, regine, principi, pantere, tigri, capre. Quando finalmente ho capito che si trattava di canzoni, era troppo tardi (si fa per dire), ci ero già dentro»: così nel 1978 Rino Gaetano si presentava ai giornalisti accreditati al Festival di Sanremo alla vigilia della sua prima - ed unica - partecipazione alla kermesse, con “Gianna”. Il cantautore calabrese - ma romano d’adozione - sembra arrivare da un altro universo. Non è impostato, non è melodrammatico, non ha l’aria da cantante “serio”. Si presenta con cilindro, frac, atteggiamento scanzonato, quasi da cabaret. Eppure dietro quella leggerezza c’è un’intelligenza feroce. Rino è l’antieroe perfetto: canta come se stesse scherzando, ma sta dicendo cose vere. Porta un’ironia politica e sociale che a Sanremo era quasi un corpo estraneo. Il suo modo di stare in scena è una presa in giro elegante del sistema dello spettacolo stesso. Sembrava fuori posto. In realtà era avanti.

Contenuto in collaborazione con Jack Daniel’s

Elio e le Storie Tese e “La terra dei cachi”: Sanremo trasformato in satira nazionale (1996)

Quando nel 1996 arrivano Elio e le Storie Tese con “La terra dei cachi”, Sanremo entra in una dimensione surreale. Non solo perché la canzone è divertente e musicalmente impeccabile, ma perché gli Elii fanno qualcosa di rarissimo: prendono l’Italia e la mette a nudo, con sarcasmo chirurgico. La loro “La terra dei cachi” p una canzone comica, sì, ma anche un ritratto spietato del Paese, tra criminalità, ipocrisia, provincialismo: tutto raccontato con quel tono apparentemente leggero che rende il colpo ancora più forte. Nel tempio della musica italiana, dove spesso si celebra l’Italia più romantica e idealizzata, gli Elii portano l’Italia vera. Quella scomoda. Sono fuori posto come lo sarebbe un editorialista satirico durante una cerimonia ufficiale. Ed è proprio questo che li rende leggendari.

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Carmen Consoli e “Amore di plastica”: la cantautrice alternativa in mezzo alle regole (1996)

La stessa edizione degli Elii e della loro “La terra dei cachi” segna anche il debutto, tra le “Nuove proposte”, di un’emergente Carmen Consoli. La cantantessa siciliana si presenta con “Amore di plastica”. E anche lei sembra un elemento estraneo. Consoli non ha l’impostazione sanremese, non gioca con le dinamiche del Festival, non cerca di piacere. È intensa, ruvida, autentica. La sua scrittura è più vicina al rock d’autore che alla canzone tradizionale italiana. In un’edizione piena di canzoni “da Festival” (per la cronaca: tra le “Nuove proposte” trionfa Syria con “Non ci sto” e la cantautrice siciliana si classifica solo ottava), Consoli porta un suono più alternativo. È un’antieroina che non urla e non provoca: semplicemente resta fedele a sé stessa.

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Bluvertigo e “L’assenzio”: il glam elettronico che spiazza tutti (2001)

Nel 2001, l’edizione dei Placebo e della loro devastante performance, arrivano i Bluvertigo con “L’assenzio”. Estetica glam, elettronica, citazioni artistiche, suoni freddi e raffinati: Morgan e soci sembrano essersi persi uscendo da un club milanese, prima di ritrovarsi, chissà perché e chissà come, all’Ariston. Sembrano ospiti di un altro Festival, un Festival parallelo, più oscuro e moderno. In platea c’è anche Asia Argento, compagna di Morgan, in attesa della nascita della loro Anna Lou. 

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Afterhours e “Il paese è reale”: l’indie rock che entra dalla porta principale (2009)

Quando nel 2009 salgono sul palco gli Afterhours con “Il paese è reale”, succede qualcosa di simbolico: l’indie rock italiano entra ufficialmente nel tempio della musica mainstream. Manuel Agnelli porta sul palco un brano che punta ad accendere un riflettore sulla scena alternativa italiana. “Il paese è reale” viene infatti raccolto nella compilation “Afterhours presentano: Il paese è reale (19 artisti per un paese migliore?)”: dentro ci sono brani di Paolo Benvegnù, Dente, Il Teatro degli Orrori, Zen Circus, Zu e molti altri. «Per quelli della mia generazione, nell'ambiente della cosiddetta musica alternativa, Sanremo era il demonio. Per questo decidemmo di andarci con spirito avventuroso pronti a duellare senza quartiere con mignotte e avventurieri», avrebbe ricordato Agnelli. Vincono il Premio della Critica, che consiste in un piatto argentato: «Ci mangiai un'aragosta intera la sera stessa nel disperato tentativo di fare qualcosa di decadente», l’aneddoto raccontato dal frontman della band. 

La musica è nel DNA di Jack Daniel’s fin dalle sue origini: il suo inventore, Mr. Jack, grande appassionato e musicista, fondò nel 1892 la Silver Cornet Band, segnando l’inizio di un rapporto indissolubile con il mondo della musica. Nel corso dei decenni, Jack Daniel’s è diventato una vera e propria icona intergenerazionale: dai chitarristi alle prime armi che imparano i primi accordi, fino alle leggende che hanno scritto la storia del rock. È stato il whiskey d'elezione di Frank Sinatra e di icone come Mick Jagger, Janis Joplin, Jimmy Page e Robert Plant. Oggi continua a incarnare, nell’immaginario collettivo, l’essenza stessa del whiskey, simbolo di intere generazioni.


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