“Sto una favola; sono davvero soddisfatto per com'è andato il concerto a Bologna; l'audience è stata fantastica”, ci racconta Alice Cooper a qualche giorno di distanza dal concerto che lo scorso 8 luglio lo ha visto esibirsi al Parco Caserme Rosse di Bologna, unica data italiana. Vincent Fournier - questo il suo vero nome. ci ha parlato della rimpatriata coi vecchi membri della Alice Cooper band - da cui il nuovo album 'The Revenge Of Alice Cooper' -, dei suoi incontri con Jim Morrison, Elvis e i Beatles, ma anche della sua passione per Dario Argento.
Ormai sei nel settore da sei decadi: il tuo lavoro lo "adori da morire", per citare un tuo disco storico ('Love It To Death').
È assolutamente così. Non mi stanco mai di comporre musica; non mi stanco mai di andare in tour; non mi stanco mai di muovermi sopra a un palco. Mi sento ancora come avessi trent'anni!Per il tuo nuovo album, prodotto da Bob Ezrin, hai voluto chiamare a raccolta i vecchi compagni della Alice Cooper Band. Si è trattato di un modo per celebrare una parte del tuo passato, o più semplicemente di chiudere un cerchio?
Ho sempre trovato stimolante il fatto di impegnarmi a compiere scelte un po' stravaganti, volte a stupire. La questione con i membri originali della Alice Cooper band era sempre rimasta un po' in sospeso, e anche quando inizialmente ci separammo, lo facemmo senza rancori e nella maniera più naturale possibile. Fondamentalmente non ho mai smesso di restare in contatto con Dennis [Dunaway, basso] o Neal [Smith, batteria], indipendentemente dal fatto che avessimo tutti preso strade diverse coi rispettivi progetti. Probabilmente sentivo che prima o poi li avrei ricontattati per proporre loro di fare un nuovo disco, e quando l'ho fatto mi è toccato apprendere che nessuno di loro si sarebbe mai aspettato di ricevere da parte mia una tale richiesta. Infine, dopo che noi tre e Mike [Michael Bruce, chitarra e tastiere] abbiamo avuto il materiale pronto, Bob Ezrin si è fatto avanti per produrlo. La cosa interessante è che nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi veramente da questa nuova unione, ma alla fine abbiamo ottenuto come risultato una registrazione che suona davvero come un album uscito nel 1975.'The Revenge Of Alice Cooper', questo è il titolo, è in effetti un lavoro uniforme.
A tratti può sembrare un po' frivolo, ma senz'altro rispecchia quel "sense of humour" che è da sempre una caratteristica fondamentale del progetto Alice Cooper.
"Black Mamba", il primo singolo, vede la partecipazione di Robby Krieger dei Doors, gli stessi coi quali stringeste amicizia, tu e i tuoi compagni, una volta arrivati a Los Angeles da Detroit. So che ti capitò di passare alcune serate in compagnia di Jim Morrison. Qual è il tuo ricordo più intimo di lui?
Beh, Jim era un poeta torturato, e lo era per davvero. Allo stesso tempo, però, era anche un grande cantante rock e faceva parte di quella che personalmente ritenevo essere la band più originale di tutti gli Stati Uniti d'America. Già, i Doors avevano quel sound un po' "jazzy" che ben si sposava con la personalità mistica di Jim. Robby Krieger era dotato di uno stile incredibile, inimitabile. Nessuno suonava come lui, così come nessuno aveva la caratura di un Ray Manzarek. Ma Jim Morrison, beh: Jim Morrison era "la voce". Non restai più di tanto sorpreso quando mi fu detto che era venuto a mancare - a soli ventisette anni, come Jimi Hendrix, Janis Joplin e tutti gli altri. E non ne fui sorpreso per il semplice fatto che era una persona palesemente autodistruttiva, un aspetto della sua personalità, in fondo, che faceva parte del suo essere poeta. Se leggi i testi che scriveva, vedrai che concetti come fine e morte appaiono di frequente: "The End", "When The Music's Over" e altro. E un fatto inoppugnabile, poi, è che ai concerti dei Doors ogni ragazza presente finiva con l'andare in estasi davanti a Jim Morrison. Come dicevo, però, non mi ha mai sorpreso il fatto che quel ragazzo avesse abbandonato la vita così giovane.
Sei un pioniere nell'uso della teatralità e del make-up nella musica rock. Ma credo che la cosa più importante relativamente al progetto Alice Cooper, in particolare negli anni Settanta, sia sempre stata la musica e la particolarità delle canzoni.
È assolutamente così. A causa della componente particolarmente teatrale del nostro spettacolo, la gente non capiva che in realtà quei due elementi, musica e teatro, andavano di pari passo. A Broadway avveniva più o meno la stessa cosa, come nella messa in scena di 'West Side Story', per cui fu preparata prima la musica e per cui solo in un secondo momento si pensò alla recitazione. Nel nostro caso, se avevamo a disposizione sei ore di prove, cinque le avremmo dedicate alla musica e solo un'ora alla questione scenica. Invece l'idea generale, dal lato dell'opinione pubblica, era che facessimo esattamente il contrario. Vedi, quando si compone un album non c'è teatro che tenga, perché la musica che fai deve essere abilitata a parlare da sé: dev'essere centrale nel tuo progetto, perché la gente comprerà quell'album per il gusto di ascoltarlo.Uno dei lavori più importanti afferente al nome Alice Cooper è “Killer”, che ha influenzato molti stili di rock a venire grazie a brani complessi come "Dead Babies" o "Halo Of Flies". Puoi raccontarmi brevemente la sua genesi?
L'album che lanciò la carriera della Alice Cooper band fu 'Love It To Death', dove al suo interno si trovavano canzoni come "I'm Eighteen" e "Ballad Of Dwight Fry". 'Love It To Death' servì a comunicare al mondo chi eravamo. Quando fai un disco che ha successo, cresce l'ansia per ciò che produrrai dopo, perché la gente è soggetta a pensare che non sarai in grado di replicarne la qualità. Ma 'Killer' andò materializzandosi spontaneamente. Ricordo che in precedenza un giornalista aveva affermato che sebbene fossimo abili nel portare in scena uno spettacolo convincente, o nel fare singoli da tre minuti, non lo eravamo altrettanto nel suonare roba più complessa. "Halo Of Flies" fu una risposta a quel ciarlare. Servì a smentire coloro che pensavano che non avremmo mai potuto tirar fuori qualcosa di eccellente guardando a un genere come il prog. Mi riferisco però a un prog peculiare solo a noi, non certo a quello più classico degli Emerson, Lake & Palmer, oppure degli Yes o dei King Crimson. Non sorprende, infatti, che tra tutti gli album che mi vedono protagonista, 'Killer' sia spesso indicato come il favorito dei critici.
Negli anni Settanta, l'idea che i tuoi fan desiderassero assistere ai tuoi concerti provocava terrore nei loro genitori. Il rock era davvero "shock", a quei tempi. Oggi sembra che la gente sia abituata a tutto e non provi più stupore dinnanzi a nulla. Sei d'accordo?
Certo, oggi non puoi più scioccare veramente nessuna audience, perché ciò che viene divulgato dai notiziari è in larga parte più scioccante di qualsiasi cosa io, Marilyn Manson o simili potremmo mai produrre visivamente parlando. Negli anni Settanta, però, la questione era decisamente diversa; l'idea che fossi un uomo in make-up, che mi mostrassi con dei serpenti o che inscenassi sul palco la decapitazione, sarebbe stata sufficiente a scombussolare totalmente chiunque. I fan impazzivano per queste cose, ma oggi nessuno resta più scioccato per il numero della ghigliottina ai miei concerti. Gli avventori ne rimangono divertiti, certo, ma se lo aspettano perché sanno che fa parte di una tradizione che riguarda l'universo Alice Cooper. Quel che faccio ancora oggi, quindi, non è più finalizzato a scioccare la gente come avveniva un tempo.
Il nome Alice Cooper, oltre a essere lo stesso di una strega del XVII secolo, avrebbe fatto capolino all'improvviso, mentre tu e i tuoi vecchi colleghi consultavate una tavola Ouija. Andò davvero così?
Si tratta di una delle più grandi inesattezze che siano mai state raccontate sul conto di Alice Cooper. Quando iniziammo a muovere i primi passi, il nostro nome era The Nazz, ma poi scoprimmo che c'era già un'altra band, in cui militava Todd Rundgren, che si chiamava così. Dovemmo quindi pensare a una soluzione alternativa, ma invece che ricorrere ai nomi tipici dell'epoca - tipo Black Sabbath, tanto per intenderci -, pensai che sarebbe stato più interessante arrivare a qualcosa di diverso. Cominciammo a pensare a un nome femminile che potesse rimandare alla figura stereotipata della vecchia signora americana che vende nel suo negozio i biscotti da lei stessa preparati. Fu così che saltò fuori "Alice Cooper", che ci rimase impresso per giorni e che decidemmo infine di adottare come nome per la band. Ma la faccenda della tavola Ouija, no, è pura invenzione…Stranamente diversi articoli, nonché il documentario 'Super Duper Alice Cooper', supportano comunque la teoria della tavolta Ouija...
Credo di conoscerne il motivo. Ricordo che uno dei ragazzi con cui lavoravamo all'epoca, giocando con una Ouija insieme alla madre, domandò alla tavola chi fosse Alice Cooper. Secondo quanto da lui sostenuto, gli fu risposto che si trattava di una vecchia strega del diciassettesimo secolo. Non è però quello il motivo per cui scegliemmo di chiamarci così, anche se capisco che a taluni faccia piacere pensarlo.Consideri Elvis Presley uno dei tuoi eroi. Credi alla storia da lui raccontata secondo la quale un alieno gli avrebbe tramandato telepaticamente una visione futura di lui da grande, in versione artista, con indosso la famosa tuta bianca con cui sarebbe passato alla storia.
No, non ci credo… Però mi sembra una bella storia. Vedi, penso che certi racconti relativi al mondo del rock 'n' roll, i miti a esso correlati, diciamo, abbiano come fine principale quello di intrattenere, e così sarebbero da intendersi. Diverso è quando si creano dicerie che possono creare danno ai soggetti cui sono indirizzate - e quando è questo il caso, allora non va bene per niente. In linea generale, però, c'è spesso quest'idea che i personaggi del mondo del rock siano esseri venuti da altri pianeti, come se per la gente comune noi non fossimo veramente reali. Lo comprendo, almeno in parte, però vedi, quando incontrai Elvis restai colpito nel trovarlo particolarmente affabile come persona. Lo stesso avvenne quando incontrai i Beatles. Ricordo che in quella circostanza pensai: "Wow, costoro rappresentano la massima ispirazione per tutti noi, e sono gli individui più alla mano che mi sia mai capitato di incontrare". E mi resi conto che quella gentilezza la potevi riscontrare persino imbattendoti in personaggi come Frank Sinatra. Ed è così che dovrebbe sempre essere, dal mio punto di vista. Intendo dire che più sei famoso, più dovresti mostrarti cordiale verso il tuo prossimo.Hai recitato in 'Nightmare 6' nel ruolo del padre di Freddy Krueger, e hai recitato anche con John Carpenter. Sei un appassionato di horror e so che 'Suspiria' è tra i tuoi film preferiti. Cosa ne pensi, invece, di quell'altro film altrettanto popolare di Argento, 'Profondo Rosso'?
'Suspiria' mi colpì veramente per quel suo lato così stranamente singolare. Era qualcosa di completamente diverso da qualsiasi film horror americano potessi aver visto. E lo stesso potrei dire di 'Profondo Rosso', certo che sì. Argento ha creato dei film dell'orrore che non hanno eguali, ma credo che un lungometraggio come 'Suspiria' abbia quell'elemento in più. Ancora oggi, se lo guardi, è in grado di lasciarti stranito per certe sue scene. Penso che Dario Argento sia semplicemente un genio.