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"Aftermath", track by track (versione UK)

15.04.2026 Scritto da Giampiero Di Carlo

1) “Mother’s little helper”

Se il titolo suona volutamente equivocabile, il testo è chiaro. E sorprendente. Uno sguardo “sociale” anziché la solita canzone su “lei”. Un ritratto della dipendenza da tranquillanti nella vita domestica borghese. La frase-ritornello sulla fatica dell’età e la spirale di pillole spostano l’album su un terreno moderno: ansia, performance quotidiana, anestesia come soluzione, “privato” (casa e famiglia) come luogo di pressione, non rifugio. Due ventiduenni, gli autori, fotografano la realtà dei loro omologhi contemporanei 45 anni prima dei social. Musicalmente è nervosa e “tirata”: un groove insistente, quasi da marcia, che rende fisica l’ansia del testo e lo fa correre in avanti senza respiro.

2) “Stupid girl”

È il punto dell’album in cui il registro è più urticante: la donna diventa tipo umano da sferzare, più che interlocutrice. La voce narrante si mette in cattedra e trasforma il rapporto in giudizio morale in cui molta critica ha individuato l’asse dell’LP. Uno dei brani più asciutti e taglienti: riff secco, accenti duri, un tiro quasi “punk prima del punk” che rende l’invettiva ancora più aggressiva.

3) “Lady Jane”

Cambio di scena: una parentesi “baroque/folk” in cui la figura femminile è idealizzata, quasi letteraria. La chiave è l’impasto timbrico (dulcimer di Brian Jones, clavicembalo di Jack Nitzsche) che costruisce un’aura “antica” e cerimoniale: qui la donna non è bersaglio, è immagine—ma forse, proprio per questo, resta più icona che soggetto reale.

4) “Under my yhumb”

Il brano-manifesto del controllo: un rapporto raccontato come ribaltamento di potere e “addomesticamento”. Non è un caso se il pezzo è spesso citato come esempio fulgido del sessismo e dei codici di dominio degli anni ’60. Musicalmente la marimba contribuisce a quel groove “ipnotico” che rende la dinamica ancora più disturbante: il controllo qui è celebrato come piacere e stabilità.

5) “Doncha bother me”

Brandendo il concetto di “distanza come potere”, l’io narrante non negozia: taglia, respinge, liquida. Le relazioni sono trattate come fastidio, come attrito, con un cinismo che non chiede empatia e spesso si compiace della propria durezza. Il messaggio passa soprattutto dal sound: un blues-rock compatto, ruvido, costruito su riff e ripetizione, che trasforma il “non scocciarmi” in atteggiamento.

6) “Goin’ home”

L’epica “jam” che sposta l’album verso l’idea di LP: ‘long playing’, proprio come maggiore spazio di durata. Più che una canzone, un flusso blues con desiderio esplicito, ripetitivo, ostinato. Il testo è elementare e insistente (voglio tornare, voglio lei) e proprio questa ripetizione diventa dichiarazione di fisicità e urgenza. Storicamente è ricordato come uno dei primi esempi di lunga improvvisazione rock in un album.

7) “Flight 505”

Mini-film in tre minuti: viaggio, inquietudine, fatalismo. Un racconto “nero” legato al tema del volo (paura, destino, vita in tour), con quell’umorismo macabro che si incastra bene tra i pezzi più acidi del disco, porta la “paranoia” fuori dalla camera da letto e dentro la vita nomade della band. Anche la musica è un piccolo noir: andamento teso, atmosfera scura e una sensazione di movimento “on the road” che accompagna il mini-racconto.

8) “High and dry”

Un blues/boogie scarnificato, ridotto all’osso come la storia sentimentale che contiene, già rovinata e trasmessa da una voce che comunica molto amaro in bocca. Più che gelosia, è disincanto: se l’altro è “già capito” e l’esito è già scritto, resta solo il gusto del sarcasmo. (Mai sentito parlare di “tough acoustic blues” a proposito degli Stones? Ecco…)

9) “Out of time”

Il tempo come arma non sarà un tema isolato nella carriera della band. Qui chi decide che sei “fuori tempo” detiene il potere. E la vendetta diventa elegante: “sei obsoleta” è una sentenza glaciale. Musicalmente, il pezzo ha un’eleganza quasi pop-soul: melodia ampia e ritornello pieno, che rende ancora più gelida la sentenza del testo proprio perché suona “bella”.

10) “It’s not easy”

Un punto in cui il disco mostra una crepa sulla facciata macho: meno arroganza, più fatica e ambivalenza. Stare da soli e reggere il post-relazione non è affatto trionfale. Cade la maschera: dietro la postura l’io maschile si scopre scomodo, vulnerabile, irritato. Suona più stanca che brillante: un mid-tempo ruvido, senza fronzoli: fatica e ambivalenza arrivano prima ancora delle parole.

11) “I am waiting”

Il pezzo “misterioso”: attesa, presagio, immagini che non si chiudono in una storia lineare. Le liriche sono volutamente oscure e non chiariscono davvero cosa/chi stia arrivando, puntando più sull’atmosfera che sulla trama. E la musica rafforza l’enigma: basso lento e inquietante, più dulcimer (Brian Jones) e clavicembalo (Jack Nitzsche), con una struttura in cui i refrain esplodono rispetto alle strofe lente.

12) “Take it or leave it”

Un “prendere o lasciare” che suona come difesa più che sicurezza. Musicalmente è una delle parentesi più “icercate (clavicembalo anche qui) e il contrasto tra eleganza sonora e durezza del messaggio rende bene l’idea e il concetto di Aftermath: sentimenti trattati come trattativa.

13) “Think”

L’ammonimento dell’io narrante chiude quel trittico che nell’album fa emergere il tema della vendetta maschile (insieme a “Under my thumb” e “Out of time”). È costruita per incalzare: riff martellante e un ritmo da predica, che sostiene quel tono da ammonimento continuo.

14) “What to do”

Chiusura quasi beffarda: invece della catarsi, un senso di ennui quotidiano (“non so che fare”), con un andamento più leggero e pop che suona come sbuffo finale dopo la tensione. È come se, dopo il teatro del potere e delle pose, restasse la realtà banale: stanchezza, routine, vuoto.

 


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