La conservo ancora. È una copia originale di "Aftermath" in edizione mono, Decca etichetta rossa, 1966, con il clairfoil della copertina che ha ormai fatto le grinze. Stampa italiana; una rarità, perché i Decca di solito arrivavano solo d'importazione - ma gli Stones avevano appena pubblicato Satisfaction, erano celebri e rampanti, e le copie dall'Inghilterra non potevano bastare. Lo stampatore italiano aveva affisso uno strillo in alto a sinistra: "in questo LP il famoso Goin' Home, della durata di 11'35". Una piccola bugia, Goin' Home aveva sì quella fantastica durata ma non era per niente "famoso". Era in realtà un segnale che indicava la presenza del "meraviglioso". I dischi di quell'epoca cercavano tutti la meraviglia, volevano scalare vette, abbattere barriere, stupire con effetti speciali. Un pezzo rock sopra i 10 minuti non si era mai ascoltato ed ecco il perché di quell'ingenuo strillo.
Ho estratto dall'archivio la mia vecchia copia perché l'album compie sessant'anni ed è giusto festeggiare. Non perché sia il disco Stones più bello, che non è vero, o il meglio ricordato: "Let It Bleed" o "Beggar's Banquet", non c'è confronto, valgono di più, e sono giusto i primi esempi che mi vengono in mente. È però l'album dello snodo, quello in cui i "ragazzi insoddisfatti" diventano grandi, ampliano lo sguardo, cercano altre strade oltre il limitato orizzonte del R&B e Chicago blues dei primi dischi. È il primo disco, per esempio, composto tutto da Jagger e Richards, senza ricorrere ad altre firme. Sembra facile, ma per lunghi mesi quello era stato un problema. I primi LP erano fatti solo di cover e, visto anche il successo, agli Stones andava bene così. Ma Andrew Oldham, il manager, si era impuntato e, secondo una pia leggenda, aveva chiuso Mick e Keith in cucina minacciando di non liberarli se non avessero composto qualcosa di originale. Se ne uscirono dopo un po' con "The Last Time", per la gioia di Oldham e lo stupore degli altri; la stoffa c'era, si poteva fare. Ma se Jagger e Richards erano deputati a comporre, lo stilista della musica era in fondo Brian Jones; con le sue ingenuità e curiosità, con i suoi amori esotici e la voglia di mescolare tutto in un allucinato patchwork. "Aftermath" è percorso da strani timbri di dulcimer, sitar, marimbe, clavicembali, anche se il tono di fondo lo stabiliscono le pungenti chitarre elettriche e le tastiere (Jack Nitzsche e Ian Stewart, oltre a Jones e Wyman), a definire quello che sarà il più canonico "Stones sound" negli anni a venire.
È facile trovare analogie con "Rubber Soul" dei Beatles, pubblicato solo quattro mesi prima. Certo quello è un album più fine, più vario, con straordinarie intuizioni di musica e testi come "Norwegian Wood" o "The Word". Gli Stones non hanno ancora raggiunto quella maturità e sicurezza di sé ma come gli amici/rivali si accorgono che i tempi stan cambiando, il beat è giunto alla fine e si preparano puntigliosamente al dopo. Sbrigliano la fantasia, escono dalle loro tane per conquistare nuovi territori. "Goin' Home" è il caso più eclatante ma, se vogliamo, anche trascurabile; un chewing gum masticato a lungo con luoghi comuni del rock e R&B. C'è di meglio: per esempio "Lady Jane", in cui la Sua Satanica Maestà diventa a sorpresa un Principe Azzurro nel mondo delle fiabe romantiche, o "Under My Thumb", un brano che sarà poi criticatissimo per la sua cruda filosofia macho ma che, femminismo a parte, segna un salto di qualità nei testi della premiata ditta J&R - è la conferma della lezione di "Satisfaction", canzoni forti con un punto di vista che smette di essere generico e diventa personale, sfacciatamente personale.
Aggiungete canzoni puntute come "Out Of Time" e soprattutto "Mother's Little Helper" (una straordinaria esplosione di punk dieci anni prima, nel guscio duro di due minuti e quaranta) e avrete, con qualche onesto filler, l'idea di un album speciale e importante; un album-sismografo, che con il suo pennino legato alla gola di Mick The Lick consegna alla storia le ondulazioni della scena rock 1966.
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