News

"Aftermath" e la nascita dell’album come unità creativa

15.04.2026 Scritto da Giampiero Di Carlo

Dici “album” e pensi a un’opera con il proprio carattere. Non a una raccolta di pezzi, ma a un’unità che racconta un’identità sonora, narrativa, talvolta morale.

A metà anni ’60 questa idea non è scontata: il mercato pop vive ancora di singoli e il 33 giri è spesso un contenitore “secondario”, riempito con materiale eterogeneo. “Aftermath” arriva nel 1966 e si colloca esattamente nel punto in cui l’LP inizia a imporsi come nuovo campo creativo, dimostrando in un modo molto Stones come una rock band possa utilizzarlo come piattaforma primaria.

Il primo segnale è di padronanza: “Aftermath” viene spesso raccontato come il momento in cui gli Stones diventano un sistema creativo autosufficiente, non più una band che alterna originali e materiale tratto da blues e R&B. La formula è semplice ma decisiva: l’LP si presenta come un corpo coerente che nasce dal duo Jagger/Richards e dalla regia di Andrew Loog Oldham, e non come un assemblaggio. Anche quando il disco cambia pelle di brano in brano, l’unità non è data da un concept dichiarato, ma da una firma.

“Aftermath”, poi, suona come un album perché amplia il vocabolario della band e usa lo studio come risorsa creativa. I Rolling Stones dispongono di una tavolozza più ampia, mettono in campo colori timbrici e una mentalità di arrangiamento che la critica riconosce come parte della stessa transizione che, in quell’anno, coinvolge anche altri, Dylan e Beatles in primis. Questo disco sicuramente non ha un concept, ma altrettanto certamente crea un “mondo” che, a quel tempo, è già un modo di fare album.

Il secondo segnale è strutturale: l’edizione UK è insolitamente lunga per l’epoca (14 brani, oltre 52 minuti). Non è solo abbondanza: è un modo per dire che l’album non deve per forza essere un contenitore ottimizzato per la rotazione radiofonica, ma può permettersi durata, variazioni, deviazioni. È una scelta quasi programmatica, simboleggiata al meglio da “Goin’ home”. Un brano oltre i dieci minuti che non è semplicemente una canzone lunga, ma un’estensione registrata apposta per l’album: una jam che si staglia come uno tra i primissimi esempi di improvvisazione estesa fissata su LP da un grande gruppo rock. È un gesto che non ha senso in un’economia dominata dal singolo, ma che esiste perché esiste l’album come spazio di durata (in questo caso, quasi una trance).

Nello spostare il baricentro verso l’album gli Stones, si diceva, non sono soli ma in eccellente compagnia.

Bob Dylan usa l’album come espansione della canzone verso una dimensione quasi “romanzesca”: il suo LP è come un libro, da leggere in mezzo a una densità fino ad allora inedita. L’autorialità di Dylan - che di inni singoli ne ha firmati, eccome - prende scala nell’album. Nel 1966 il suo “Blonde on Blonde” (doppio LP) veicola un messaggio forte: l’opera può superare lo standard.

I Beatles, invece, usano l’album come laboratorio: l’LP diventa il posto dove sperimentazione, scrittura e produzione si fondono in un’idea di progresso. Nel racconto storico del 1966, “Revolver” è frequentemente indicato come uno dei pivot dell’era-album perché fa percepire l’LP come luogo in cui la pop music cambia grammatica, non solo repertorio. Tallonati e stimolati dal genio pazzoide di Brian Wilson e dei suoi Beach Boys, fuori dal beat ma ancora non dentro la psichedelia, come gli Stones pubblicano un super album senza che – per i loro standard siderali, si intende – lo si possa chiamare il loro più grande album.

Gli Stones, con “Aftermath”, fanno un’altra cosa: si lasciano alle spalle anni di cover e l’etichetta di meravigliosi cloni britannici del blues nero d’oltre Oceano, e usano l’album per esprimere un’unità di carattere sia musicale che sociale. Se erano già da anni i “bad boys”, nel 1966 presentano il loro mondo — sarcastico, sessuale, scomodo, pieno di pose e crepe, oggi diremmo scorretto. L’album è il formato che permette di abitarlo veramente ed il luogo dove la band costruisce un’identità complessa.

Se Dylan allunga la canzone per farne letteratura e i Beatles trasformano lo studio in una macchina di innovazione, gli Stones prendono l’album e lo usano come uno spazio di dominio. Nel 1966, a due anni da “Beggars banquet”, è un prequel della leggenda.


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi