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AC/DC: campane a morto per una resurrezione

24.07.2025 Scritto da Andrea Valentini

Campane a morto per una resurrezione.
Se vi sembra un ossimoro, forse non avete mai avuto a che fare seriamente con “Back In Black” degli AC/DC. Perché quando ti muore (assiderato? Soffocato dal vomito? Di overdose?... non è mai stato chiarito al 100%) il cantante – Bon Scott nella fattispecie, un animale infernale di quelli che si incontrano una volta sola in una vita, nel migliore dei casi – proprio mentre stai per esplodere sul mercato mondiale, dopo anni di gavetta e morsi nel ferro, ecco allora è davvero dura. E per tirarsene fuori dignitosamente, senza perdere il momentum, bisogna cacciare fuori palle, anima, chitarre e strafottenza. Come hanno fatto gli AC/DC nel primo album dopo la scomparsa di Bon, con Brian Johnson alla voce.

Quindi la situazione è questa: Bon è morto e gli AC/DC devono dare un seguito al (tragicamente) profetico “Highway To Hell”. La musica è già scritta, i testi sono da imbastire con l’aiuto del cantante nuovo arrivato, ma ci si gioca il tutto per tutto: come la prenderanno i fan, ora che uno dei due uomini-icona del gruppo è sdraiato a tempo indeterminato sotto a tre metri di terriccio umido?

È così che quei colpi di campana a morto posti in apertura, subito prima del riff da pelle d’oca che sostiene “Hell’s Bells”, rappresentano al contempo una dichiarazione d’intenti e un epitaffio: i “vecchi” AC/DC sono un ricordo. Benvenuti agli AC/DC più metallici, duri, moderni e incazzati. Oltre che, per loro fortuna, più scafati e capaci di muoversi nei meandri della discografia contemporanea. Dalla tragedia, nasce una band ancora più solida e determinata.

Con quattro settimane (fra aprile e maggio del 1980) di registrazioni a Compass Point, a ovest di Nassau, sull’isola caraibica di New Providence, e poi 12 giorni  di mixaggio agli Electric Lady Studios di New York, gli AC/DC - aiutati dal produttore Mutt Lange, che diverrà fondamentale per il loro sound - riescono nell’impresa di pubblicare non solo un grande disco, ma alcuni fra i pezzi migliori di tutta la loro carriera: la title track è uno dei loro brani più ancorati nella cultura popolare… basti pensare che l’hanno coverizzata anche Santana, i Muse, Shakira, i Foo Fighters e i Living Colour; in più è stata campionata da Nelly, Limp Bizkit, Eminem, Public Enemy, Beastie Boys e Boogie Down Productions.

Ma cosa ha di speciale “Back In Black”? Tanto. Eppure nulla a ben vedere… nulla se si ragiona secondo canoni di ricerca di spettacolarità e sperimentazione. In realtà Dave Stewart degli Eurythmics coglie, parlando del disco, proprio il punto fondamentale, concentrandosi sul concetto di dinamica, che nell’ascolto di questo album ti travolge come una colata lavica, bruciando, elettrizzando ed esaltando i sensi:

Con “Back In Black” e il sound che introduce inizia la nuova era degli AC/DC, che sono destinati a raccogliere grandi successi, perdendo – però – parte dell’essenza sanguigna e urticante che li aveva contraddistinti. Forse questo è il loro ultimo vero capolavoro (se si esclude qualche colpo di coda posteriore, ma mai del tutto all’altezza), grazie anche all’aura aleggiante di Bon Scott che sembra essere presente, come un fantasma delinquente, in ogni nota del disco. Veglia sui suoi ex compari, passa il testimone a Brian e, forse, dà anche la propria benedizione per un nuovo corso che gli sarebbe stato stretto, ma non avrebbe potuto evitare.

Un ascolto forte, capace di segnare anche a 45 anni di distanza, impreziosito dal supporto vinilico e da un'opera di remastering ad hoc.

(Articolo originale su Rockol.it)

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