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50 anni e non sentirli: "La torre di Babele" di Edoardo Bennato

16.04.2026 Scritto da Lucia Mora

Cinquant’anni e non sentirli. O forse sentirli tutti per quanto sono stati profetici. Correva l’anno 1976 quando Edoardo Bennato dava alle stampe La torre di Babele, il suo quarto album in studio. Oggi, nel 2026, guardiamo a quel disco non solo come a un caposaldo del rock italiano, ma come a un trattato sociologico in musica che ha anticipato la frammentazione comunicativa dell'era digitale.

Il disincanto

Nel 1976, l'Italia era ancora immersa negli anni di piombo. La musica d'autore era dominata da messaggi politici espliciti e da ballate folk impegnate. Bennato scelse di rompere gli schemi: con la sua immagine da one-man-band (chitarra, armonica, kazoo e il tamburello a pedale), introdusse un'estetica rock blues aggressiva, ironica e profondamente scettica nei confronti di ogni dogma, che fosse di destra o di sinistra.

Il brano d'apertura, la title track, è un manifesto. Si regge su un riff incalzante che mima la frenesia della costruzione, mentre il testo utilizza la metafora biblica per descrivere il progresso tecnologico e militare che, invece di unire l'umanità, crea barriere linguistiche e incomprensioni. La "torre" è la burocrazia, è la corsa agli armamenti, è l'impossibilità di comunicare, ben rappresentata nell’iconica copertina, disegnata dallo stesso cantautore partenopeo.

Segue uno dei vertici poetici dell'album, Venderò. Il testo è del fratello Eugenio, e nelle mani di Edoardo diventa un inno all'integrità artistica. Un attacco frontale all'industria discografica e al mercato dei sentimenti, reso ancora più amaro da un arrangiamento malinconico ma fermo.

Raffaele è contento
Non si è mai laureato
Ma ha studiato e guarisce la gente
E mi dice: stai attento
Che ti fanno fuori dal gioco
Se non hai niente da offrire
Al mercato

Venderò la mia rabbia
A tutta quella brava gente
Che vorrebbe vedermi in gabbia
E forse allora
Mi troverebbe divertente

Ogni cosa ha un suo prezzo
Ma nessuno saprà
Quanto costa la mia libertà

In Quante brave persone emerge l'ironia con cui Bennato traveste la critica sociale: il brano descrive il conformismo della "maggioranza silenziosa", seguendo un andamento blues. Ma è in Fandango che l’ironia del cantautore dà il suo meglio: una canzone provocatoria che utilizza il nonsense per criticare il perbenismo, le dittature sudamericane e le connivenze dei governi occidentali, per sbeffeggiare i luoghi comuni e la retorica politica, definita dallo stesso autore come una "follia" sopra le righe.

Dal 1976 al 2026

Dal punto di vista tecnico, I buoni e i cattivi e Io che non sono l'imperatore avevano già definito standard qualitativi molto alti – e La torre di Babele continua questa ascesa sonora. La chitarra di Bennato non è mai solo accompagnamento, non lo è proprio nell’approccio, che è percussivo. La presenza di musicisti di altissimo livello – Tony Esposito e Lucio Fabbri, per citarne due – conferisce al disco solidità, ma anche libertà di spaziare dal funky al jazz al rock fino al blues.

Mezzo secolo dopo, la "torre" non è crollata: si è solo trasformata in una infrastruttura digitale. La critica di Bennato alla comunicazione di massa e alla specializzazione estrema (che rende gli uomini incapaci di comprendersi pur parlando la stessa lingua) risuona oggi più che mai nell'era degli algoritmi e delle camere d'eco dei social media; anzi, il caos informativo e l’uso sconsiderato dell’intelligenza artificiale non fanno che confermare la tesi dell’album. Una critica all'umanità cieca e all'arroganza del potere che, purtroppo, continua a raccontare chi siamo.

Lo pensa anche Giuseppe Scarpato, chitarrista, produttore e arrangiatore di Edoardo Bennato:


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