L'11 gennaio non è una data qualunque per chi ama la parola scritta e cantata. Oggi, 27 anni fa, ci lasciava Fabrizio De André. Definirlo un semplice cantautore significherebbe fare un torto alla complessità della sua essenza. Faber è un etnografo delle anime perse, un teologo dell'anarchia e il miglior avvocato che gli ultimi e reietti della società abbiano mai avuto.
Vogliamo ricordarlo con le sue stesse parole, cioè con dieci citazioni che possiamo considerare come chiavi di accesso al suo universo filosofico.
Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti
Dalla “Canzone del maggio”, tratta da “Storia di un impiegato”, l’album che De André dedica al Sessantotto. Un monito contro l'indifferenza, che rompe la barriera tra artista e ascoltatore: nessuno può chiamarsi fuori dalle ingiustizie del proprio tempo o dalle responsabilità collettive, trincerandosi dietro una presunta "neutralità". Nessuno è innocente per inerzia. Per dirla con Giorgio Gaber, dovremmo sentirci liberi e felici solo se lo sono anche gli altri.
Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior
Uno dei pensieri più noti di Faber, sicuramente uno dei più citati – anche a sproposito. La bellezza non nasce dalla perfezione, ma dalla marginalità, dalla sofferenza, dalla terra sporca della vita reale. In questa frase c’è il rovesciamento evangelico che percorre tutta la sua opera: gli ultimi sono i primi, e ciò che la società scarta è spesso il vero fulcro dell’umanità. A Fabrizio le origini borghesi, il lusso e la rispettabilità sono sempre andati stretti. "Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco", canterà in “Smisurata preghiera”.
Non ci sono poteri buoni
Non si può scindere Fabrizio De André dalla sua anima anarchica e “Nella mia ora di libertà” è uno dei brani che la rappresenta meglio. L'autorità porta intrinsecamente con sé il germe della sopraffazione. La libertà non si concede: si esercita. Spesso contro il volere di chi detiene le chiavi delle celle e delle aule di tribunale. Il potere, come struttura, tende inevitabilmente a difendere se stesso, a giustificare le proprie violenze e a schiacciare chi non ha voce. Per questo nelle sue canzoni il punto di vista parte sempre dal basso.
Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare
"Khorakhané (A forza di essere vento)" è una delle vette poetiche di Fabrizio De André, come tutto il disco da cui è tratta, “Anime salve”. È un tributo universale a tutti i popoli nomadi e alla loro filosofia di vita, una condizione esistenziale di costante ricerca. La verità non appartiene a chi vive nelle sicurezze della routine, ma a chi brucia di passione e di libertà. Il popolo rom rappresenta le "anime salve" per eccellenza, quelle che hanno rinunciato alla proprietà privata e ai confini, simboli del potere e della guerra.
Quello che non ho, è quel che non mi manca
Un inno all'essenzialità e al rifiuto del consumismo. La ricchezza di Faber risiede in ciò che ha scelto di non possedere perché il desiderio difficilmente è naturale, spesso è indotto: ciò che viene presentato come indispensabile serve soprattutto a mantenere lo status quo del potere. La libertà passa anche dal disimparare a volere.
Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso
Quanto è straziante “Preghiera in gennaio”. La morte dell’amico e collega Luigi Tenco devasta Fabrizio, che riversa in questo brano tutto il suo dolore. Il Dio di De André non è quello dei dogmi, ma un padre che accoglie i disperati, i suicidi e gli sconfitti, dando loro quel posto d'onore che la vita terrena ha negato.
Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra
“Amico fragile” è fondamentale per capire chi fosse Fabrizio De André. Scritta in una notte di isolamento dopo una serata storta, “Amico fragile” è un flusso di coscienza in cui De André mette a nudo la sua inadeguatezza e insofferenza verso le convenzioni sociali. La chitarra diventa l'unica mediazione possibile tra sé e il mondo, lo strumento attraverso cui la sua fragilità smette di essere un peso e diventa una voce capace di arrivare agli altri.
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
Il "sogno" non è un desiderio: è il risveglio traumatico di un bambino indiano dopo il massacro dei nativi del 29 novembre 1864 vicino al fiume Big Sandy Creek, dove soldati del Colorado uccisero donne e bambini. "Fiume Sand Creek" racconta l'impatto violento con la realtà della guerra che irrompe nel sonno; il punto di vista del bambino è l'immagine di un'innocenza spezzata dal terrore, così sconvolta da credere di aver sognato “troppo forte”, tanto da farsi uscire sangue dal naso. È così che De André racconta la Storia con la esse maiuscola: non attraverso le date o i nomi dei “grandi” generali, ma con gli occhi delle vittime. Con l’empatia.
Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai
De André svegliò Enrica Rignon, la prima moglie, in piena notte, per farle sentire “Verranno a chiederti del nostro amore” al piano: scoppiarono entrambi a piangere. Molti potrebbero vederci un riflesso della vita privata di Fabrizio: la fine dell’amore “che strappa i capelli” con Puny, la pressione dei giornali scandalistici sulla sua relazione con Dori Ghezzi. Ma quella canzone e quel passaggio in particolare riassumono bene l’idea che il cantautore genovese aveva dell’amore in generale: doveva essere libero, forte, passionale, e pur di esserlo poteva anche andare controcorrente. Anche in un Paese bigotto come il nostro. Più in senso lato, in una società che appiattisce, che vorrebbe decidere per noi che cosa fare e che cosa pensare, i versi deandreiani sono un invito a custodire la propria dignità.
Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore
La canzone si chiama “Il testamento di Tito”, ma potremmo anche chiamarla “Il testamento di Fabrizio”, perché la rilettura che De André fa dei Vangeli apocrifi nella “Buona novella” contiene tanto – se non tutto – del suo spirito. “Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore”: a dirlo è Tito, il "buon ladrone" sulla croce, che rivolgendosi alla madre compie l'ultimo e più difficile passo della sua evoluzione umana. Per tutta la canzone, Tito ha analizzato i Dieci Comandamenti, dimostrando come spesso siano stati usati dal potere per opprimere o come siano stati svuotati di senso dall'ipocrisia. Ma proprio alla fine, nel momento dell'agonia, Tito scopre qualcosa che la legge non gli aveva insegnato: l'amore non è un concetto che si impara a memoria o che si insegue per paura dell'inferno; si comprende e si conquista attraverso il rifiuto dell'odio. La vera consolazione si trova nella pietà che non cede al rancore, ovvero nella continua ricerca del perdono e della comprensione della sofferenza altrui. Più facile a dirsi che a farsi, ma non per De André, così profondamente immerso in questa visione dell’umanità da aver perdonato i rapitori che per quattro mesi lo sequestrarono insieme a Dori. La sofferenza non è eterna, ed è più sopportabile, se condivisa. “Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore”.
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