Quando la scorta dei capolavori goldoniani è troppo inflazionata, si va alla riscoperta dei testi meno conosciuti ma non per questo meno ricchi e divertenti. La cameriera brillante, tenuta a battesimo nel 1753 sul palcoscenico del teatro di San Luca, si colloca a metà strada di una produzione straordinaria — Goldoni aveva già scritto La locandiera, La bottega del caffè, Il teatro comico e si apprestava a dare alla luce La trilogia della villeggiatura — e ne fa un sorprendente crocevia di temi e personaggi.
La serva Argentina non è forse una sorella di Mirandolina? E il gioco del teatro nel teatro non rimanda al Teatro comico?
Non si tratta di un Goldoni “minore”, dunque, ma di un Goldoni tout court, in cui si compie ancora una volta il suo miracolo creativo: quella capacità di osservare il mondo e l’uomo con curiosità, amore e ironia attraverso la lente allegorica del teatro.
Tutta la vicenda, pilotata dalla cameriera Argentina — vera e propria regista in scena — ruota intorno al grande tavolo della sala da pranzo di Pantalone de’ Bisognosi, in una scena che si compone e si scompone a vista, rievocando con i suoi colori le bricole veneziane. Un tavolo che apparentemente invita alla convivialità ma diventa terreno di scontri e screzi, fino a trasformarsi in un palcoscenico su cui mettere in scena una commedia d’occasione capace di svelare a tutti i protagonisti i propri difetti e di risolvere felicemente tre dolci problemi amorosi.
Un pirotecnico pezzo di bravura con otto attori in scena, in cui la musica di Stefano Fresi sembra evocata dal nome stesso della protagonista: Argentina. In una messinscena rigorosa e fedele al testo, La cameriera brillante si riallaccia all’idea strehleriana di teatro nazionalpopolare — un teatro delle verità, un teatro della vita.