Una vita vera, troppo breve, e mille vite postume. A quasi 30 anni dalla sua scomparsa il culto di massa di Jeff Buckley riappare periodicamente. Certe volte guidato dalla celebrante del rito, la madre Mary Guibert, che lo officia da anni in maniera rigorosa controllando le uscite relative al figlio, e distillando sapientemente la pubblicazione di nuovo materiale d’archivio. Altre volte per vie inaspettate, il rilancio della sua versione di “Hallelujah” dentro una serie TV (Successe con “The O.C.”, ad inizio anni 2000) o grazie a una cover nella finale inglese di X Factor nel 2008, che scatenò l’ira dei fan e fece sì che quell’anno in testa alle classifiche ci furono due versioni della canzone, quella di Alexandra Burke, e quella di Jeff Buckley.
Recentemente è successo, in maniera imprevedibile e incontrollabile, attraverso una sua canzone che diventa virale su TikTok, e in maniera iper-controllata attraverso "It's never over", il documentario sulla vita di Jeff Buckley (c’è sempre lo zampino della madre, che lo ha preferito a un bio-pic). Tra gli effetti collaterali c’è anche la ripubblicazione di "Live at Sin-é”, l’EP di debutto del 1994, che esce anche in vinile per la prima volta, e nella versione espansa del 2003 - ovvero 2 CD e ben 4 dischi.
Una voce e una chitarra elettrica, prima della grazia e della tragedia
Me lo ricordo bene il momento in cui scoprì Jeff Buckley: lessi una recensione (su Linus) e scoprì che quello che era sì “il figlio di Tim” ma anche un talento immenso di cui mi innamorai all’istante. Non mi ricordo come venni a sapere che poco dopo l’uscita di “Grace” avrebbe suonato gratuitamente in un piccolo club milanese, il Rock Planet - probabilmente nel negozio di dischi in cui lo comprai. Non facevo (ancora) il giornalista, arrivai presto e lo trovai seduto da solo a un tavolo, tranquillo e andai a salutarlo, me lo ricordo un po’ timido ma gentile. Quel concerto milanese sarebbe diventato leggendario, perché sarebbe stato uno dei pochi in Italia.
Mai leggendario quanto quelli del Sin-é, un piccolo café irlandese a New York, dalle cui registrazioni nacque un EP del ’93 che fu il suo debutto. Solo voce e chitarra elettrica. Folgorante.
Buckley era arrivato a quel posto tramite l’amico irlandese Glen Hansard, a quel tempo famoso per il suo ruolo in “The Commitments” di Alan Parker, ma questa è storia. I discografici si accorsero di lui e fecero la fila per ascoltarlo e metterlo sotto contratto. Alla fine, ad ottobre del ’92, firmò per la Columbia, e venne preso sotto l’ala protettrice di Steve Berkowitz.La leggenda dice che Jeff era indeciso su cosa fare della sua musica, non voleva diventare la nuova star del rock alternativo che a quel tempo andava in classifica: in una delle registrazioni di “Live at Sin-é” lo si sente suonare il riff di “Smells Like Teen Spirit cantandoci sopra parole in arabo e condendo tutto con un “Sono una persona ridicola, siete fortunati a non avere pagato per sentirmi”.
Così la prima mossa, mentre lo si portava in studio per “sviluppare” la sua musica, si decise di uscire con un EP tratto da quei concerti informali. “Grace” nel settembre del ’94, contribuì a costruire il mito, che però era limitato alla critica e a qualche adepto. L’album, nonostante singoli videoclip e promozione, non sfondò. Ma Buckley continuò a sentire la pressione, e il resto purtroppo è storia: le sessioni abortite con Tom Verlaine dei Television, il secondo album che non arriva, quel tuffo nelle acque del Mississippi cui non riemerse - mentre lavorava alla sua musica personale. Personalmente sono sempre stato innamorato di questo Jeff Buckley, nel suono della sua chitarra elettrica senz’altro che nella voce: niente ritmica, niente produzione. Quando uscì la versione deluxe nel 2003 feci salti di gioia - anche se arrivò in un periodo in cui la discografia post-mortem si era già saturata in pochi anni 5 album, di cui ben 4 dal vivo.La “nuova” versione
Questa “nuova” versione in realtà non aggiunge nulla a quella del 2003 (anche i testi di accompagnamento sono gli stessi). Ma, se non l’avete mai fatto, assicuro che sentire Buckley in questa versione è un’esperienza quasi mistica: cover che rivaleggiano con “Hallelujah” (soprattutto le dylaniane “If you see her, say hello” e “I shall be released”), il Van Morrison di “Sweet thing” e “The way young lovers do”) e versioni ancora iniziali di brani che poi sarebbero finite su “Grace”). Ora, nel 2002-2003, l’ascolto è un po’ appesantito dai frammenti di monologhi tra una canzone e l’altra, che rendono bene l’idea dell’atmosfera informale del Sin-é, ma frammentano la tensione. E sì, c’è anche “Hallelujah”, alla fine - una versione meravigliosa che predata quella che venne incisa per “Grace”.
Le altre uscite discografiche
Per completare: per il Record Store Day uscirà in vinile “Live at the Olympia”, uno dei live postumi di quel periodo (2001) e sulle piattaforme c’è una compilation collegata al film che raccoglie materiale di studio e dalle varie uscite postume. Un buon punto di partenza - ma nella discografia di Buckley nessun album avrà la forza, l’innocenza, la grazia che ha “Live at Sin-é” oggi come decenni fa. E se una nuova generazione riscopre questa voce pazzesca - ben venga. Perché come Jeff Buckley non c’è più stato nessuno.
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