Come ci è finita Billie Eilish ad affrontare un tour di oltre cento tappe non solo da cantante e produttrice, ma anche da regista, al fianco di James Cameron? I due formano indubbiamente un’accoppiata molto particolare e, assistendo alla proiezione di quello che tenta di essere insieme un tour su grande schermo e un documentario sull’artista al suo centro, si ha l’impressione che cerchino risultati diversi dal progetto e lavorino in maniera complementare per raggiungerli.
A fare un nuovo film tratto dal tour di “Hit Me Hard and Soft” Eilish nemmeno ci pensava, con già alle spalle un documentario a lei dedicato e una concert experience realizzata per il lancio di “Happier Than Ever”. Nell’ultimo decennio ha fatto esperienza di tutto in termini di traguardi e risultati nel mondo dello show business, perciò ad appena 24 anni può parlare già con l’esperienza di una veterana ed è forse questa la vera differenza che si coglie paragonando questo film a “Billie Eilish: The World’s a Little Blurry”. Nel documentario di ben 140 minuti del 2021 Eilish era raccontata come l’adolescente prodigio che è, a cui è piombata addosso una fama planetaria il cui peso ha condiviso solo in parte con il fratello Finneas, musicista, compositore e produttore di molti suoi pezzi.
Non che Finneas non sia sempre stato sul palco con lei, anzi. Una delle poche prime volte rimaste a Eilish e raccontata in questo documentario è quella di affrontare un tour senza di lui al suo fianco. Finneas le manda dei fiori e un messaggio all’esordio, si presenta a sorpresa in una delle quattro tappe a Manchester riprese da James Cameron per costruire questo tour movie. Sebbene il nome sui dischi sia quello di Billie, ad affrontare le interviste e i red carpet sia stata prevalentemente lei, è la prima volta che è sola nei fatti sul palco e sembra quasi sostituire Finneas con Cameron, amico di vecchia data di famiglia che sembra però trattarla da collega più che da “nipotina”.
Cameron, uno dei più prolifici registi di blockbuster mai partoriti da Hollywood, è quello che si potrebbe definire un grande smanettone. Da “Titanic” ad “Avatar”, spesso i suoi progetti sono un mezzo attraverso cui mettere a punto e testare sul campo le ultime innovazioni tecnologiche in campo cinematografico. È lui stesso a definirsi un nerd, che preferisce muoversi nell’avanguardia tecnologica, facendo da apripista a Hollywood ancor oggi per l’implementazione di una serie infinita di piccole e grandi innovazioni tecnologiche. Cameron quindi avvicina l’amica e madre di una giovane popstar e le spiega di voler riprendere un concerto dal vivo con cineprese 3D per testare sul campo le migliorie occorse negli ultimi vent’anni nel settore della tridimensionalità. Eilish si lascia convincere con la promessa di uno show più intimo, tangibile, che con il 3D raggiungerà anche i fan che non sono riusciti ad assistere al suo lunghissimo e articolato tour.
Detta però le sue condizioni, tanto che alla fine Cameron la segue ben prima della quadruplice data di Manchesterscelta proprio per immortalare quattro esibizioni e cucirle assieme nel montaggio (lo stacco è pressoché nullo). Così il settantuenne regista si fa spiegare il concept del tour dall’artista di 47 anni più giovane di lui. È uno dei passaggi in cui Eilish è meno filtrata, abituata ormai com’è a curare la sua persona pubblica. Spiega con una certa concitazione i tentativi con cui ha reso lo show più suo: ha scelto la scaletta delle canzoni (che spaziano dall’ultimo EP “Hit Me Hard and Soft” ad ”Happier Than Ever” risalendo fino alle hit dell’album d’esordio “When We All Fall Asleep Where Do We Go”) e ha curato la cromia delle esibizioni, il design del palco, l’outfit dei musicisti e delle coriste al suo fianco.
Stavolta i suoi look sono comodi, urban, anche se Eilish torna su quella che è al contempo la sua croce e uno dei suoi tratti caratteristici: non c’è niente di davvero femminile o sexy nel guardaroba del tour, i capelli e il trucco li sistema lei al volo poco prima dello show, in un approccio visivo molto mascolino e rilassato. È arrivata a un momento della carriera in cui può permettersi di approcciare il suo pubblico senza troppa ansia da prestazione ma, spiega al sorpreso Cameron, non ha mai davvero superato il senso d’inadeguatezza per quell’ideale femminile che le colleghe proiettano e con cui non si sente a suo agio. Sul palco può vestirsi, saltare e muoversi come i rapper e i miti del hip hop che adorava da giovane, ma non si sente al 100% a suo agio a porsi con lo stesso piglio, nonostante sia diventata una delle sue cifre stilistiche. La sua speranza, dice, è quella di passare il testimone a una generazione di colleghe che lo troverà assolutamente normale.
L’aspetto interessante infatti è come, nemmeno trentenne, Eilish sente già la responsabilità dell’immagine che proietta, del rapporto con il suo pubblico che la idolatra. Mostra con un’alzata di spalle i graffi che i fan le fanno quando scende sottopalco a salutare e dare loro il cinque, scrive un cartello per gli appassionati più oltranzisti che hanno dormito nei sacchi a pelo fuori dall’arena, all’uscita si sporge dal finestrino e saluta gli spettatori ancora accalcati lungo tutta la via. A questo punto persino James Cameron, uno che ha vissuto l’isteria collettiva per Leonardo DiCaprio post Titanic e che certo non è estraneo all’attenzione mediatica globale, le chiede cosa si provi.
L’aspetto interessante del film è proprio il suo punto di vista completamente alieno dal mondo di Eilish per ragioni anagrafiche, mediatiche, culturali. Lui è lì per testare le sue cineprese 3D e realizzare un buon prodotto, senza il trasporto che solitamente i registi di questi prodotti hanno nei confronti di un soggetto musicale di cui sono soliti essere fan, o quantomeno di una familiarità con il racconto della musica su grande schermo. Il passaggio più riuscito dell’intero “Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D)” è proprio quello in cui Cameron scende tra le ragazze assiepate sulle transenne e le intervista, facendosi raccontare la loro passione per la musica di Eilish. Quelle gli rispondono come a un tecnico di cinepresa qualsiasi, spiegando concitate quanto la musica della protagonista del film sia la loro ancora di salvezza, terapeutica e identitaria insieme, tra l’incredulità un po’ sconcertata di Cameron stesso.
Non so se definirei esattamente “intima” l’esperienza di visione del film, che comunque centra un paio di obiettivi. Il primo è confermare che Eilish non ha bisogno di chissà quali incredibili allestimenti perché ha una voce, un carisma e un repertorio grazie a cui l’intero concerto (e il film dedicato) possono ruotare attorno a lei, senza nemmeno un cambio di abito. Ascoltando la ventina di pezzi proposta sul palco si nota poi come la sua propensione per le ballate e le canzoni tristi si sia via via mossa in molte direzioni: dal segmento quasi dance con la voce autotunata a quello più rock con le chitarre, passando per tormentoni come “Bad Guy” (ovviamente) e il duetto “Guess” (senza Charli XCX) ma comunque trascinante. Il suo elemento però sono canzoni come “BIRDS OF FEATHER”, in cui tutta la levità e la grazia che sente di non incarnare si trasferiscono nella sua voce, anche se poi canta di un rapporto amoroso in cui alcuni hanno visto le sue esperienze con vari stalker che l’hanno perseguitata
Ne emerge con altrettanta forza quanto sia ormai una figura che gestisce la sua immagine pubblica: quasi imbarazzante è per esempio il segmento in cui gioca con i trovatelli che lo staff si fa mandare a ogni tappa dai rifugi per animali abbandonati locali come terapia antistress, nella speranza che qualcuno li adotti. Di Eilish emerge piuttosto chiaramente l’impegno profuso nell’essere ciò che è oggi, nel sacrificio in termini personali che comporta: è acciaccata come una vecchia star del rock n’roll, tutta fasciature e prescrizioni mediche da affiancare alla chiamata al vocal coach che le fa fare serissimi esercizi di riscaldamento in vista dell’esibizione. La lente cameroniana attraverso cui la vediamo stavolta, la cui ammirazione è puramente professionale, è forse la migliore per capire l’urgenza dell’artista di controllare e plasmare la sua percezione pubblica. La scena infatti le ha indubbiamente tolto qualcosa in termini di vita privata e quel che rimane vuole gestirselo lei, alle sue condizioni.
“Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D)” sarà nelle sale italiane a partire dal 7 maggio 2026.
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