“Trixies” non è solo il diciassettesimo disco della band inglese che arriva nove anni dopo “The Knowledge” accolto da critica e pubblico con una certa indifferenza. Questo nuovo disco è una sorta di concept album perduto, che Chris Difford e Glenn Tilbrook scrissero quando erano adolescenti, ma che rimase inedito perché al tempo non riuscivano a suonarlo.
A bordo di una capsula del tempo
Convinti del fatto che a ben pochi interessa di sentire un nuovo album degli Squeeze, ma che conta solo la loro storia, allora hanno ripreso i vecchi spariti e il racconto di questo localaccio notturno immaginario e sulla base di questo ci hanno costruita questa specie di musical adolescenziale. Si ha la sensazione di non stare semplicemente ascoltando un disco, ma di entrare in una capsula del tempo, che sa di birra di bassa qualità, fumo di sigaretta e grandi idee abbozzate a penna sul retro di una scaletta in un locale proprio come è il Trixie’s.
Le canzoni
Aprendo con “What More Can I Say”, l'album si presenta come un'ouverture a una lunga notte già trascorsa: è stordito, riflessivo, quasi da postumi di una sbornia, ma piuttosto matura per essere scritto da degli adolescenti. Da lì, “You Get The Feeling” si insinua come uno yacht rock lasciato in bacino di carenaggio: languido, suggestivo e consapevolmente distaccato. Si ha la sensazione che la band stia allo stesso tempo abitando e osservando la scena.
Non si tratta della raffinata arguzia pop dei primi singoli degli Squeeze. Le sonorità e l'istinto melodico sono inconfondibili, ma qui sono più grezzi, più malinconici. “The Place Called Mars” risente del periodo in cui è stato scritto, è beatlesiana nella struttura ma nella melodia (e nel titolo) risente dell’influenza di David Bowie e delle chitarre di Mick Ronson. “Hell On Earth” ha l'energia autentica e diretta dei primi Squeeze, trascinandoci tra le ombre dei locali notturni e scorci di vita squallida, in una sorta di Soho prima della gentrificazione. Anche quando il ritmo glam vintage di “Why Don't You” mostra i segni del tempo, si ha la sensazione che sia proprio questo il punto: questa è archeologia del rock and roll, non reinvenzione, ma solo una leggera spolverata di suoni, strumenti e atmosfere.La chiusura di un cerchio
Ascoltare “Trixies” è come sollevare una carta da parati vecchia di decenni e scoprire che sotto c’è qualcosa di più oscuro ma anche molto più interessante. Forse non ha lo scintillio cristallino dei primi Squeeze, ma ha pezzi che funzionano anche se forse mancano di quella drammaticità che è difficile da replicare rispetto a quando le canzoni furono scritte.
In definitiva, non è un’operazione nostalgia fine a se stessa, ma il recupero di un’urgenza creativa rimasta sospesa per cinquant'anni. È il privilegio di ascoltare la saggezza dell'esperienza che interpreta l'irruenza della giovinezza, chiudendo un cerchio iniziato in un locale immaginario londinese e mai interrotto davvero. Se si vuole respirare quell'atmosfera e scoprire come queste storie 'sporche' di vita suonano oggi su un palco, l'appuntamento è per il 27 marzo alla Santeria Toscana di Milano, sarà l'occasione perfetta per riaprire insieme quella capsula del tempo.
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